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The Tangent (Andy Tillison)

Di Angelo D'Acunto - 16 Novembre 2009 - 0:15
The Tangent (Andy Tillison)

A seguito dell’acclamatissimo Not As Good As The Book e di un cambio radicale della line up, tornano sul mercato i The Tangent con Down And Out In Paris And London, il quinto disco ufficiale della band. Per l’occasione abbiamo raggiunto un Andy Tillison disponibilissimo (e anche piuttosto loquace) per parlare di questa nuova release e di altro ancora. Buona lettura.

Ciao Andy, è passato circa un anno dall’ultima release. Puoi raccontarmi
cosa è successo in questo breve lasso di tempo?

Dopo la realizzazione di “Not As Good As The Book” (verso la fine del 2007,
ndr
), mi sono trasferito in Francia, per provare a viverci ancora una volta,
come era già accaduto in passato, ma non ha funzionato. Dopo la fine del tour
europeo in compagnia di Ritual e Beardfish sono tornato in Inghilterra per
rimanerci in modo stabile. Il periodo fra il 2006 e il 2008 è stato a dir poco
caotico… ma adesso le cose sembrano andare finalmente per il verso giusto, e
sono felice di vivere nel Cheshire, nel nord dell’Inghilterra.

Parliamo subito del nuovo disco. Che cosa sta a rappresentare un titolo come
“Down And Out In Paris And London”?

“Down and Out” sta a significare “povero, senza soldi” e il titolo si rifà ad un
famoso racconto di George Orwell. Due dei pezzi presenti all’interno del disco
parlano di chi si ritrova ad essere improvvisamente senza soldi e dei senzatetto
che troviamo spesso nelle strade di ogni città, e quindi ho deciso di “prendere
in prestito” il titolo di Orwell. L’album tuttavia non è un concept su questo
libro. In passato ho avuto qualche esperienza a riguardo, cioè di trovarmi da
solo in una città che non conoscevo… e credimi, non è una gran bella cosa.
Da qui è nata la mia scelta di ispirarmi a queste situazioni, soprattutto a chi le vive
ogni giorno e notte.

Ti va di parlarmi della genesi di questo nuovo studio album? Come si sono
svolte le fasi di composizione?

Non facciamo molte prove in studio con la band, visto che i pezzi solitamente
sono già pronti. Difatti, soprattutto per gli ultimi due dischi, mi ritrovo
sempre da solo a scrivere i pezzi così come mi vengono in mente. Comincio già da
subito ad avere le linee melodiche in testa prima di registrarle. Solitamente mi
occupo di suonare e registrare tutti gli strumenti, per poi far avere il tutto
ai restanti componenti del gruppo… poi loro possono tranquillamente sostituire
le mie parti con le loro, suggerire alcune aggiunte e così via. Forse non è un
metodo divertentissimo, ma funziona a dovere. Al contrario di “Not As Good As
The Book, che era nato principalmente sui giri di chitarra, questo nuovo disco è
stato composto interamente su tastiera. Chiaramente cerco sempre di interagire
con gli altri musicisti, senza obbligarli a suonare secondo i miei gusti personali.
Certo può capitare anche che io dica loro di cambiare alcune parti che
potrebbero suonare a seconda della direzione che prende un determinato pezzo, ma
nella maggior parte dei casi le idee migliori sono uscite fuori senza dover
cambiare nulla in una seconda fase.

Per l’occasione, la line up della band, esclusi te Guy Manning e Theo Travis,
è cambiata radicalmente. Puoi dirmi cosa è successo?

Ci sono milioni di ragioni. Prima di tutto non credo che Jonas, Jaime o Krister
fossero realmente interessanti a far parte del gruppo, o almeno non più. Infatti
Reingold dichiarò che i The Tangent erano arrivati alla loro fine non appena
io decisi di porre fine alla nostra collaborazione. Jonas aveva scelto di
seguire un’altra strada, come già si era capito dopo “A Place In The Queue”,
visto che non credo abbia dato il massimo sul disco successivo. Lui è un
musicista molto prolifico e un ottimo songwriter, oltre ad essere un bassista
eccezionale, ovviamente… ma io avevo bisogno di qualcuno che credeva realmente
nel progetto, e Jonas non era uno di questi. I The Tangent hanno bisogno sì di
ottimi musicisti, ma non è solo su queste caratteristiche che si riesce a tenere
in piedi il progetto. Insomma, avevo anche bisogno di qualcuno con cui lavorare
a stretto contatto, quindi mi serviva un musicista un po’ più vicino
geograficamente. Insomma, era diventato un po’ troppo difficile lavorare con tutti
gli altri… ma era solo questione di tempo, difatti successivamente sono
riuscito a trovare dei nuovi elementi da integrare nel gruppo. Uno di questi è Jonathan Barrett, il quale, oltre ad essere un ottimo bassista con uno stile
tutto suo, è anche un grande amico. È stato veramente bello essere presente
mentre lui registrava le parti di basso per il nuovo disco… ed è una cosa che
non mi è mai successa con gli album precedenti, ovvero quella di poter
interagire direttamente con tutti gli altri musicisti. Questa per me è una cosa
molto importante, anche perché ci porta ad ottenere risultati di gran lunga
migliori.

Noto che non è rimasto nemmeno Jakko, però figura comunque come ospite
all’interno del disco. Come mai è andato via anche lui?

Jakko è un uomo molto impegnato. Lui lavora tantissimo in un campo totalmente
diverso da quello della musica, ed è quello che gli permette di vivere, quindi
deve farlo per forza! Per me è un grandissimo genio della chitarra, e sono
sempre felice di poter lavorare con lui. Insieme condividiamo le stesse idee a
livello musicale, non credo ci sia altra persona con la quale mi sia trovato
meglio a lavorare. Durante le registrazioni di questo disco, Jakko si è trovato
ad essere impegnato con un altro suo progetto a cui tiene tantissimo, quindi gli
lascerò tutto il tempo che gli serve per decidere se vuole continuare a far
parte dei The Tangent o meno.

Adesso che tutti i membri della band sono di nazionalità inglese, possiamo
dire che per te è stato più semplice lavorare a questo nuovo disco?

Questa è una delle cose migliori che mi siano accadute negli ultimi tempi. Come
ti dicevo, ad inizio 2009 mi sono trasferito nuovamente in Inghilterra, avendo
così l’opportunità di lavorare per la prima volta insieme a tutti gli altri
componenti del gruppo. Averli “a portata di mano” è stata veramente una gran
cosa, soprattutto nuova, e direi che ha fatto veramente la differenza. Poter
lavorare insieme agli altri nella stessa stanza ha reso le cose ancora più
facili se paragonato a quello che accadeva con i ragazzi svedesi.

Questo è il terzo album in altrettanti anni, e ufficialmente il quinto della
discografia. In termini di longevità stai messo piuttosto bene. Riguardo invece
alle release passate, ti ritieni soddisfatto di come sono andate le cose fino ad
ora?

Questa è una domanda piuttosto interessante. Molte volte mi viene chiesto il
perché facciamo così tanti dischi. Ma ne registriamo realmente così “tanti”?
Forse ci paragonano agli ultimi Pink Floyd che ne hanno fatto uscire due in
dieci anni, oppure ai sei anni d’attesa per Peter Gabriel o i dieci degli Yes…
ma se ci vai a pensare bene, gli stessi Yes hanno fatto uscire dischi come “Time
and A Word”, “The Yes Album”, “Fragile”, “Close To The Edge” e “Tales From
Topographic Oceans” con gli stessi ritmi con i quali stiamo viaggiando noi!
Insomma, agli inizi anche loro erano piuttosto prolifici, così come Genesis, Van
Der Graaf Generator, ELP e altri ancora. Ma torniamo alla tua domanda: sì, sono
piuttosto soddisfatto di quello che sono riuscito a fare fino ad ora con questo
gruppo. Anche se siamo indubbiamente influenzati dagli anni ’70, riusciamo
comunque a suonare in un modo piuttosto personale, senza fare troppi riferimenti
ad un gruppo particolare (c’è chi si ispira ai Pink Floyd, chi ai Genesis e così
via). Ok che non siamo un gruppo del tutto originale, ma cerchiamo sempre di
mantenere un nostro stile. Sono soddisfatto di esser riuscito a mischiare testi
moderni con un sound più datato, questo ci permette comunque di mantenere la
nostra proposta musicale più “attuale”.

Tempo fa era stata annunciata la The Tangent + Beardfish union, e devo dire
che mi aspettavo grandi cose dalla collaborazione fra due gruppi di così tanto
valore… come mai non se n’è fatto più nulla?

I Beardfish sono stati piuttosto impegnati nel 2008… era un periodo in cui
cominciavano a diventare più popolari, e stavano anche per andare in tour con i
Dream Theater. Sfortunatamente per tutti il tour è saltato. Ad ogni modo, con il
fatto che vivo in Inghilterra, ho dovuto per forza trovare dei musicisti inglesi
con i quali lavorare. Mi spiace che la fusione fra i due gruppi non ci sia mai
stata, ne sarebbe uscita fuori una band fenomenale. Probabilmente una delle
migliori line-up di sempre per i The Tangent.

Torniamo a parlare del nuovo disco. A caratterizzare “Down and out in Paris
and London” è nuovamente un livello qualitativo molto alto, anche se, in molti
suoi punti, questo disco suona molto più atmosferico e rilassato rispetto ai
precedenti. Quali sono stati i tuoi punti di riferimento per l’occasione?

Questo per me è molto più di un semplice album di “musica”. Non c’è il binomio
album/novella del disco precedente, oppure una qualche tipo di opera… è
semplicemente un disco dei The Tangent, ovvero quello che sappiamo fare meglio:
suonare progressive rock di qualità. Come hai detto tu è un disco molto più
rilassato rispetto al precedente, grazie soprattutto al fatto che è stato
composto in un ambiente che definirei più “intimo”. Non mi sono nemmeno sentito
sotto stress, anche perché non ho dovuto muovermi attraverso mezza Europa per
registrarlo. Sono veramente soddisfatto del risultato ottenuto, credo anche che
sia uno dei migliori dischi che io sia riuscito a comporre.

Ci sono pezzi che ti piacciono di più rispetto ad altri?
Io fra tutte preferisco “Perdu dans Paris” e, non vorrei sbagliarmi, ma sento
anche un accenno di lingua francese nel corso della traccia…

Come ti dicevo, ho vissuto in Francia per molti anni. In ogni caso, non canto
del tutto in francese, in questo pezzo vengono citati alcuni luoghi parigini, e
questi chiaramente vengono nominati in lingua francese. Non mi sono permesso di
cantare del in francese perché ne verrebbe fuori un suono molto diverso con la
mia voce. Comunque sia, ci sono alcuni pezzi che preferisco come “In Earnest” da
“Place In The Queue”, o “Where are they Now?” dal nuovo album. Queste sono
quelle che mi piacciono di più in assoluto, tenendo conto che le persone hanno
gusti differenti gli uni dagli altri (di solito preferiscono “Lost In London”).

Che tipo di reazioni ti aspetti da parte di pubblico e critica dopo la
release del disco?

Credo ci siano due categorie diverse di ascoltatore. Ci sono quelli che diranno
che questo è il classico album dei The Tangent e che non ha nulla di nuovo da
dire, e qualcun altro che affermerà “questo è il disco migliore che il gruppo
abbia mai composto”. Bene, credo che potrei capire entrambe le affermazioni.
Tutto dipende da cosa ti aspetti da un gruppo. Se ti aspetti che dimentichiamo
tutto quello che abbiamo fatto fino ad ora, e che ci mettiamo a sperimentare
ulteriormente, bene, resterai più che deluso! Se invece credi che continueremo a
sviluppare le idee precedenti, allora questo disco ti piacerà!

Per quanto riguarda i Parallel or 90 Degrees, sentiremo parlare presto anche
di loro, vero?

Esatto. I Po90 hanno nuovo album in uscita che si intitola “Jitters”. Questa è
la prima release che arriva dopo circa sette anni di silenzio, ed uscirà per
Omegatunez Records. Abbiamo già fatto qualche data live e non vediamo l’ora di
suonare ancora.

Che altri progetti hai in mente per il prossimo futuro?

Sto per mettermi al lavoro su di un nuovo album targato Andy Tillison/Guy
Manning che uscirà nell’anno 2010, e devo dire che mi piace l’idea di tornare a
lavorare insieme. Era da tanto che non succedeva. Fino ad ora lui ha lavorato
per il suo progetto solista e io solo per The Tangent e Po90. Sarà bello tornare
a dividermi il lavoro con Guy.

Credo che il progressive rock attualmente stia vivendo una seconda
giovinezza, sicuramente non alla pari con i livelli degli anni ’70, ma penso che
le sorti del genere siano state risollevate soprattutto dalle band della scena
svedese (Flower Kings, Beardfish, Ritual, Kaipa e molti altri)… gente con la
quale, tra l’altro, hai avuto modo di collaborare.
Secondo te qual è lo stato di saluto attuale della scena prog internazionale, ci
sono gruppi che preferisci di più rispetto ad altri?

La scena progressive svedese ha avuto un ruolo importantissimo nella rinascita
del progressive, sono assolutamente d’accordo! A livello internazionale è tutto
un po’ diverso… chiaramente ci sono gruppi che preferisco di più rispetto ad
altri… onestamente direi che c’è solo una piccola parte dei gruppi più
“giovani” che ho avuto modo di apprezzare veramente. Ci sono alcuni ottimi
gruppi “prog rock” che stanno uscendo allo scoperto in Inghilterra, band che
fanno uno stile di musica un po’ più “leggero”, a metà strada fra Pink Floyd e
Fleetwood Mac. Alcuni di questi suonano semplicemente un AOR “travestito da prog”,
dove provano ad inserire assoli di chitarra simili a quelli di David Gilmour.
Poi ci sono poi quelli che suonano esattamente come i Genesis, quelli che
prendono spunto dai Pink Floyd. Esistono chiaramente alcune eccezioni, come
Magenta o come i Thieves’ Kitchen, quest’ultimi molto simili ai Porcupine Tree,
e che seguo fin dagli inizi. Mi aspetto molte cose buone soprattutto da loro. In
America sembrano adorare Phideaux, anche se a me non convince del tutto… ma
per quanto riguarda l’Italia adoro La Torre Dell’Alchimista, sicuramente uno fra
i miei gruppi preferiti degli ultimi anni insieme a Beardfish, Wobbler e
Thieves’ Kitchen.

Sapresti darmi la tua definizione di progressive rock?

Direi musica dove le canzoni o composizioni sono in continua progressione. Non
la band necessariamente. Ogni disco non ha assolutamente bisogno di proseguire
sulla scia di quello precedente. Lo stesso “Close To The Edge” è un continuo
mutare all’interno dello stesso disco, fra cambi di atmosfere e di umori che
passano facilmente da quello triste a quello più allegro, parti più dirompenti
che lasciano spazio a sezioni più rilassate. Insomma, non è un movimento
all’interno della musica, ma è il movimento della musica stessa.

Avete già programmato le date per il prossimo tour? Passerete anche
dall’Italia?

Mi piacerebbe tornare a suonare in Italia. L’ultima volta ci siamo esibiti di
fronte a circa quaranta persone che erano venute a vedere noi e gli altri gruppi
(Ritual e Beardfish, ndr). Da una parte è veramente dura trovarsi in un
locale con così poca gente presente sotto al palco, anche se ho comunque la
voglia tornare nel vostro paese. Questa è un po’ una vergogna, perché le
centomila persone che erano a Roma per il concerto dei Genesis avrebbero
sicuramente gradito lo show di Voghera. Anche perché ci siamo divertiti
tantissimo!

Qual è il gruppo migliore con il quale hai avuto il piacere di esibirti?

I Parallel Or 90 Degrees, ovviamente! Anche perché è il mio gruppo principale.

Ok, Andy, questa era la mia ultima domanda. Ti ringrazio per la disponibilità
e lascio a te l’ultima parola per concludere l’intervista.

Grazie a te, Angelo, ed ai tuoi lettori per tutto il sostegno che offrite nei
confronti del progressive… non vedo l’ora di suonare nuovamente in Italia…
anche se per poche persone.

Angelo ‘KK’ D’Acunto