Live Report: Thrashfest a Bologna

Di Angelo D'Acunto - 1 Gennaio 2011 - 13:45
Live Report: Thrashfest a Bologna

Grande bagno di folla per la tappa italiana del Thrashfest, evento che ha radunato in quel di Bologna alcuni tra i nomi più importanti del panorama thrash metal internazionale e che ha regalato ai presenti uno spettacolo davvero esaltante e prodigo di emozioni. Per l’occasione, sul palco dell’Estragon si sono alternati veri e propri pezzi da novanta del calibro di Death Angel, Exodus e Kreator, assieme a una formazione giovane ed emergente quali i Suicidal Angels. Un bill di livello assoluto quindi, per un concerto che, come vedremo in seguito, è senza dubbio riuscito a soddisfare la maggior parte del pubblico.

Report a cura di Angelo D’Acunto, Lucia Cal e Lorenzo Bacega
Foto a cura di Angelo D’Acunto

Suicidal Angels

Pochi sono i preamboli che basta seguire per addentrarsi in un’atmosfera carica di rustichezze indelicate, insolenti e spudoratamente sincere come quelle che si respirano al Thrashfest, serata dal clima inclemente e glaciale, temperato dai fumi di bottiglie di rosso e lattine di birra. Fuoco alle polveri, le pietrine che accendono i primi minuti dello show sono gli strumenti dei Suicidal Angels, band greca la cui produzione studio ha destato ben più di una perplessità. Aspettarsi note di insoddisfazione sarebbe un presentimento tanto lecito per un critico, quanto scontato per un thrasher: costoro sanno che il loro genere va vissuto e non origliato.
Prima cartuccia ad esplodere sulla folla assiepata davanti al palco è ‘Reborn In Violence’: visi voltati di scatto, qualche piccino che si attarda pigiando frenetico nel guardaroba ciò che di superfluo ha indosso pronto a lanciarsi nelle prime file, la stasi dell’inspiro che precede il momento di fracassarsi in un headbanging da registrare negli annali. Il tempo di mitragliare le raffiche di ‘Bleeding Holocaust’ e di ‘Dead Again’, scandite dall’accuratezza del settaggio sonoro del locale e dalla precisione di Panos e Nick alle chitarre, che lo sguardo si magnetizza su quest’ultimo mentre l’impeto della batteria di Orfeas si riversa come cherosene nei vasi sanguigni di una marea pronta a erompere nel mosh tirannico e assolutista che comincia a dominare le falangi schierate sotto palco. L’ottima esecuzione dei riff chitarristici si intreccia in un connubio disciplinato con le linee di basso di Angel, mentre gli innesti sonori di “Beggar Of Scorn” recalcitrano conflagrando in una fucina dal selciato incandescente, presto ricoperto dalla colata lavica di “…Lies”. Sfrecciano vestiti proiettati ai riflettori e si stremano i decibel, si infrange qualche timida ondata al limitare delle transenne mentre qualche Venere, issata su spalle di rovere, saluta ‘Final Dawn’. Commiato interpretato attraverso ‘Apokathilosis’, headbanging coreografico e piena, impensata soddisfazione per un’apertura di indubbio successo. “Are you ready for some f***ing violence?!?”.

Lucia Cal

 

 

 

Death Angel

Archiviata senza particolari problemi la pratica Suicidal Angels, tocca quindi agli statunitensi Death Angel calcare il palco dell’Estragon, al cospetto di un pubblico sempre più numeroso raggruppatosi all’interno del locale bolognese. Reduce dalla pubblicazione nel mese di settembre del sesto full length della carriera (intitolato Relentless Revolution, rilasciato tramite Nuclear Blast), il quintetto di San Francisco – supportato in questa occasione da suoni impeccabili sotto ogni punto di vista – si conferma sin dalle prime battute in un ottimo stato di forma, rendendosi protagonista nell’oretta circa a propria disposizione di una prova ampiamente convincente e priva di sbavature. I presenti, dal canto loro, accolgono l’esibizione della band californiana in maniera estremamente calorosa, lanciandosi in continue ovazioni e rispondendo a dovere agli attacchi frontali ad opera di Mark Osegueda e soci. La scaletta proposta nel corso dello spettacolo si concentra prevalentemente sull’ultima fatica del gruppo (il già citato Relentless Revolution) dal quale vengono estratti brani del calibro di I Chose the Sky (qui posta in apertura della setlist), Claws in So Deep, River of Rapture e Truce; non viene tuttavia tralasciato il passato, rappresentato dalle varie Seemingly Endless Time (da Act III, 1990), Buried Alive (contenuta in Killing Season, 2008), Evil Priest e Mistress of Pain (provenienti dal debut album The Ultra-Violence, 1987). Chiusura affidata come di consueto al medley The Ultra-Violence / Thrown to the Wolves, che mette la parola fine ad un concerto intenso ed esaltante su tutta la linea. Decisamente promossi quindi, nella speranza di rivederli presto da queste parti, magari con un po’ più di tempo a propria disposizione.

Lorenzo Bacega

 

 

 

Exodus

Se lo show dei Death Angel è riuscito a riscaldare come si deve il pubblico dell’Estragon, gli Exodus invece sono andati ben oltre, rendendo le temperature del locale bolognese simili a quelle di un altoforno. La band di San Francisco, il cui nome potrebbe essere accostato, in un qualsiasi dizionario aggiornato, alla parola violenza, regala ai presenti un’ora di thrash metal suonata tutta d’un fiato, con poche, pochissime pause. Aprono le danze “The Ballad Of Leonard And Charles e “Beyond The Pale” (entrambe tratte dall’ultimo studio album) e, nonostante le band sia compatta e precisa come non mai, i suoni, inizialmente, risultano essere un po’ troppo impastati, soprattutto se paragonati a ciò che si era sentito con gli act precedenti. La situazione tende però a stabilizzarsi subito con le successive “A Lesson In Violence” e “Deathamphetamine”, pezzi che cominciano a godere di suoni decisamente più definiti e che, immancabilmente, hanno un impatto migliore sul pubblico presente. Gli scenari che si manifestano su palco e prime file sono, per un certo senso, pressoché simili: sul palco la band spinge il piede sull’acceleratore, senza mancare di precisione e, soprattutto, di presenza scenica, con menzione d’onore per un Lee Altus che non sta fermo nemmeno per un decimo di secondo; dalle prime file, invece, il pubblico risponde con un violento moshpit che si protrae per tutta la durata del concerto. Concerto che, come da previsione, rimane su livelli altissimi per tutta la sua durata, con una band che non spreca nemmeno un colpo a salve, avendo anche dalla sua una setlist che, pur non cambiando più di tanto rispetto ai concerti degli ultimi anni, convince in pieno: se da una parte la presenza delle “solite” “Blacklist”, “Bonded By Blood”, “War Is My Shepherd” e “Strike Of The Beast” (più la chiusura affidata alla nuova “Good Riddance”) appare anche un po’ prevedibile, dall’altra, invece, l’aggiunta di una “The Toxic Waltz” (direttamente dal capolavoro “Fabulous Disaster”) non può altro che far felici gli affezionati della vecchia guardia.
Uno show perfetto, convincente e carico d’energia, quindi, e che, come vedremo, metterà in secondo piano anche l’esibizione degli headliner Kreator. Del resto gli Exodus, soprattutto dal vivo, difficilmente riescono a deludere le aspettative, nemmeno volendo, molto probabilmente.

Angelo D’Acunto

 

 

 

 

Kreator

Salire sul palco dopo una prestazione come quella degli Exodus è difficile per chiunque, anche per un gruppo come i Kreator che, per l’occasione, si ritrovano con un Mille Petrozza malaticcio. Nulla di così grave, ovviamente, o almeno non così tanto da minare lo show del combo tedesco. Concerto che, ricordiamolo, è si perfetto in tutto e per tutto, è sì coinvolgente, ma è anche e comunque nulla a confronto con quello che sono riusciti a fare poco prima Gary Holt e soci.
Lo show si apre (in maniera anche abbastanza inusuale) con “The Man Comes Around” di Johnny Cash, intro accompagnata da una serie di immagini tratte dai backstage dei vari concerti della band, per poi lasciare spazio ad una “Violent Revolution” che comincia da subito a creare un po’ di scompiglio nelle prime file. Il pubblico dimostra comunque di essere abbastanza reattivo, anche se, già rispetto agli show di Death Angel ed Exodus, lo fa più moderatamente. I Kreator, dal canto loro, offrono il solito spettacolo, aiutati da una resa sonora perfetta e da volumi talmente alti da far tremare le pareti del locale. Anche lo stesso Mille, nonostante gli acciacchi, si rende protagonista di una buona prova, coadiuvato a dovere da una band precisa in ogni intervento, compreso anche Ventor dietro le pelli. La scaletta invece, offre per un certo senso i “soliti” pezzi, con l’aggiunta (ovviamente) degli estratti dall’ultimo Hordes Of Chaos, come la stessa title-track, “Destroy What Destroys You” e “Amok Run”, più la presenza di “Endless Pain” a prendere il posto di “Extreme Aggression” e, inoltre, una “The Pestilence”, che non si sentiva da un bel po’ di tempo, piazzata come incipit dell’encore.
Ennesima ottima prova anche per i Kreator, dunque, anche se un po’ “offuscata” da quel terremoto che risponde al nome di Exodus e che, irrimediabilmente, è riuscito a consumare la gran parte delle energie dei presenti con uno show che si prende di diritto il primo posto sul podio, lasciandosi dietro persino gli headliner della serata.

Angelo D’Acunto