Live Report: Black Winter Fest XI @ Campus Industry Music, Parma, 1/12/2018

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Live Report: Black Winter Fest XI @ Campus Industry Music, Parma, 1/12/2018

 

Live Report - Black Winter Fest XI @ Campus Industry Music, Parma, 1/12/2018

a cura di Gianluca Fontanesi

 

Black Winter Fest 2018

 

C’è dell’aria strana a Parma in questi ultimi anni: noi che ci abitiamo vicini non avremmo mai e poi mai scommesso un cent su un suo possibile divenire roccaforte, anzi ducato, della musica estrema che conta, eppure… Di là dall’Enza qualcosa è scattato e i concerti per brutte persone spuntano come funghi di qualità sempre ottima e piuttosto ben organizzati, dall’underground fino ad arrivare a nomi sempre più rilevanti. L’undicesimo Black Winter Fest avrebbe dovuto svolgersi a Bergamo, ma l’immancabile cambio di location, pratica che ormai va sempre più per la maggiore, ha fatto sì che il carrozzone venisse ospitato qui in Emilia, con immenso godimento di noi autoctoni. Il Campus Industry Music è un locale che sta crescendo e sta sempre più diventando un punto di riferimento per i metallari emiliani, come fino a poco tempo fa era stato l’Estragon di Bologna, ad esempio; pochi giorni fa è stato fatto con successo anche l’esauritissimo concerto dei Tesseract, coi Between The Buried And Me e Plini.

Il bill di questa giornata di metallo rigorosamente nero è stellare e imperdibile per ogni amante del black metal e affini, ce n’è proprio per tutti i gusti e la risposta della gente alla fine è stata un bel pienone. Noi arriviamo al locale intorno alle 15.30, c’è appena il tempo di un brindisi birresco e gli Scuorn sono già sul palco ad iniziare le ostilità. Parthenope è un gran bel disco che ancora una volta ribadisce il fatto che noi italiani se vogliamo possiamo; è un disco che finalmente mette in risalto la nostra cultura senza dover per forza andare a descrivere anche il più infimo bagno turco di Odino e vi consigliamo caldamente di scoprirlo. La resa live del tutto non è delle migliori, più che altro a causa dei suoni che, all’inizio del concerto, sono estremamente fastidiosi con charleston e piatti a livelli siderali e il resto della batteria praticamente inesistente in tutte le fasi più movimentate. Presto le cose si sistemano, anche se la resa rimarrà comunque traballante per tutto il breve set. La band tiene bene il palco e Giulian è un gran bel frontman perfettamente a suo agio, oltre che un ottimo intrattenitore. Il pubblico gradisce anche la forte componente folcloristica e la band nostrana scende dal palco facendo un’ottima figura.

Dopo un breve cambio di palco tocca ai Sojourner scaldare gli animi. La band neozelandese è in forte crescita e, coi due fortunati Empires Of Ash e il più recente The Shadowed Road, la setlist risulta piacevole, ma non particolarmente esaltante. Complice anche una timidezza generale della band col solo cantante in grado di aizzare un po’ il pubblico, il concerto si rivela un compitino ben fatto, ma assolutamente nulla di memorabile. Anche qui i suoni non sono perfettamente calibrati e la voce di Chloe nei primi minuti non si sente proprio. Meglio su disco per ora, ma siamo certi che una costante attività live possa solo migliorare le carte in tavola. Gli Attic in questo frangente risultano un po’ fuori luogo; si presentano con tanto di candelabri e ghirigori horrorifici vari e musicalmente sono la copia quasi spudorata di King Diamond! Nel loro breve tempo a disposizione pescano a piene mani dai due album della loro ancora breve carriera e risultano piacevoli ma nulla più, bisognerà lavorare molto sulla personalità in futuro per poter ambire a qualcosa di più dell’essere un gregario. La tenuta di palco è comunque buona e la prestazione è priva di sbavature.

Se non avete ancora ascoltato o non conoscete Valo Aikojen Takaa di Antimateria, provvedete immediatamente! Si tratta di uno dei migliori album black degli ultimi anni e non può assolutamente mancare nelle vostre discoteche! Grande attesa quindi per la prima calata italica della one man band finlandese che, purtroppo, non si è rivelata soddisfacente. Il perché è presto detto: la resa live delle canzoni è spettacolare, l’atmosfera creata ha rapito praticamente tutti i presenti e, nel momento di massimo pathos, succede il patatrac e le chitarre si scordano. Problema da poco direte voi, invece no, l’inconveniente porta via alla band almeno 5 minuti e sono costretti a sacrificare un intero brano, per poi finalmente riuscire a suonarne un ultimo e congedandosi lasciando tutti con un grande amaro in bocca. Peccato, sarebbe potuto essere uno degli highlight della giornata e speriamo possano tornare presto da queste parti per rifarsi. La seconda e ultima prima volta della giornata è quella dei Saor. Il locale inizia a riempirsi e le cose iniziano a farsi serie. Altra one mand band, questa volta scozzese, in grado di offrire una gran bella prestazione e di strappare parecchi applausi. Gli estratti pescano un po’ da tutti i tre album finora prodotti e il violinista sul palco è sempre un ottimo valore aggiunto. Ciò che a nostro parere non convince dei Saor, sia su disco che dal palco, è la voce: un growl grezzissimo che poco si sposa con le atmosfere sognanti delle partiture e alla lunga stufa. Musicalmente nulla da dire, anche se, come tutte le one man band che portano poi i loro pezzi sul palco, l’amalgama tra i musicisti è sempre quella che è.

Gli Acherontas, scusate il francesismo, hanno spaccato il culo! Concerto strepitoso sotto tutti i punti di vista, dalla presenza scenica alla coesione fra i musicisti, per poi passare dai suoni maleodoranti e arcigni, fino alla potenza rituale che tramortisce i presenti lasciandoli annichiliti. Si permettono anche di presentarsi in formazione a 4 senza il bassista ma poco importa, i 3 calvi + 1 e 4 bavaglini tirano fuori una performance in grado di giustificare il prezzo del biglietto e ci fiondiamo al loro banchetto a comprare un disco a caso per rendere grazie. Migliorano molto dal vivo i brani dell’ultimo, non molto riuscito Faustian Ethos, ma è con la spettacolare Blood Current Illumination, tratta da Vamachara, che il concerto raggiunge il suo apice: la durata è quella giusta e i greci lasciano a molti presenti una performance memorabile.

Discorso opposto invece per quanto riguarda i Valkyrja, a nostro parere la proposta peggiore della giornata. La band svedese ha sempre mancato l’appuntamento col grande salto e francamente non ne capiamo la posizione così alta in scaletta, e il loro concerto è la risposta a tutte le nostre domande. La scelta dei suoni è pessima per non dire oscena, in molti punti del locale si capisce molto poco, è tutto impastatissimo con chitarre bassissime e il tutto risulta parecchio fastidioso. Non convince neanche il chitarrista diventato anche cantante dopo la dipartita del vecchio frontman. Come non convince in generale l’essere in sé della band, che sfoggia un songwriting molto ampolloso e che non arriva mai al dunque. Freddi, glaciali, puro e inconsistente empirismo. Sorhin e Dissection erano ben altra cosa.

Gli Archgoat o li ami o li odi, non ci sono mezze misure. Il  cambio di palco è il più lungo della giornata ed è una componente che un po’ ha sfibrato: quasi tutte le band sono sempre salite sul palco per fare i suoni e ciò ha tagliato tutte le introduzioni e le entrate trionfali fino agli Tsjuder. Gli Archgoat invece non le mandano di certo a dire e sciorinano un prestazione compatta, con interazione col pubblico minore di zero e dove tutte le cartucce in seno alla band sono state sparate in faccia al malcapitato con estrema brutalità. Gli Archgoat sono un gruppo basico e che suona in maniera scolastica, ma sono anche perfettamente riconoscibili ed è un grande merito che va loro riconosciuto. Il batterista si sbatte come un ossesso e suona proprio di gusto, il chitarrista macina riff come un carro armato i sassi, il cantante e bassista grugnisce e il pubblico infine gradisce. Tra i più acclamati della giornata.

Agli Tsjuder, assieme con gli Acherontas, va il premio di migliore band della giornata e il motivo è presto detto: in tre sul palco sembravano in quindici! I norvegesi spiegano al pubblico e anche ad alcune altre band come si fa a tenere un palco in maniera professionale: non si guardano mai tra di loro, non accordano praticamente mai gli strumenti, sono sempre al servizio della platea e talmente rodati da non avere mai bisogno del 4 prima di iniziare un brano. AntiChristian alle pelli è una macchina da guerra allucinante e offre la miglior prestazione strumentale della giornata: tiro e pacca pazzeschi, drumming vario, articolato e zeppo di fill, sembra instancabile e indistruttibile! La band pesca a piene mani dalla numerosa discografia e aggiunge anche la cover di I.N.R.I.dei Sarcofago; si chiude con Antiliv, titletrack dell’ultimo ottimo album che dal vivo guadagna ancora più punti. Unica pecca del concerto i tre assoli di numero offerti da Draugluin, totalmente sparati a caso e pessimi, meglio evitare. Detto questo, Tsjuder assolutamente letali, nel caso capitassero dalle vostre parti non fateveli sfuggire per nessun motivo!

Il piatto forte della giornata sono ovviamente i Marduk che, prima con Frontschwein e poi col recentissimo Viktoria, sembrano godere di una seconda giovinezza e di un ritorno al grande songwriting. Gli ultimi due lavori hanno appunto messo d’accordo praticamente tutti i fan e gli addetti ai lavori e siamo curiosissimi nel testare la forma e la resa dal vivo degli svedesi. I quattro non si fanno di certo pregare e la scaletta è praticamente la stessa di tutto il tour: 12-13 canzoni, due soli estratti dal nuovo album, l’ignorantissima Werwolf e Equestrian Bloodlust e il tutto della durata di un’ora molto scarsa. La performance è in ogni caso tiratissima e la band è molto carica. Quello che stride è il fatto che tra un brano e l’altro ci sia sempre un buco di almeno 30 secondi o un minuto per accordare gli strumenti o quant’altro, e tensione ed intensità vanno quindi a braccetto a farsi un caffè al suono delle sirene della seconda guerra mondiale. Oltretutto a metà concerto c’è anche un intermezzo di un paio di minuti buoni, quindi dell’oretta totale di suonato effettivo c’è molto meno. Morgan e Devo in ogni caso sono due orologi e Fredrik Widigs alla batteria è una scheggia; Mortuus alla voce non ha cali, anche se è comprensibilmente ben aiutato da un buon rack di effetti. Il bis è affidato a The Black… e ci avviamo poi all’uscita felici e contenti con la consapevolezza che le nostre orecchie fischieranno per i prossimi 2 giorni!

Edizione tutto sommato ben riuscita e positiva, con un locale che ha retto bene al carico di gente e che forse per queste occasioni avrebbe bisogno di un paio di bagni in più, in quanto i 2 disponibili erano presto al collasso. Presenti ovviamente numerosi stand, dalla bancarella dei libri della Tsunami al merch ufficiale fino a 2 stanze intere di banchetti di cd e vinili che sono state letteralmente prese d’assalto da noi collezionisti durante tutto l’arco della giornata. Peccato per l'assenza dei meet and greet con le band, nessuno avrebbe disdegnato!  Non è mancato nulla al pubblico e c’era anche il paninaro interno al locale, nessuno quindi è stato costretto ad uscire dalla venue per mettere qualcosa sotto i denti. Un unico appunto che possiamo fare è sul costo delle bottigliette d’acqua, 2 euro paiono francamente eccessivi per un bene primario, ma tant’è.

 

Setlist:

Panzer Division Marduk
Baptism by Fire
Werwolf
Of Hell's Fire
The Levelling Dust
Cloven Hoof
Throne of Rats
Equestrian Bloodlust
Burn My Coffin
The Blond Beast
Into Utter Madness
Wolves

Encore:

The Black...