Vario

Speciale: Il Presidente indossa la cartuccera

Di Dwight Fry - 7 Gennaio 2019 - 9:00
Speciale: Il Presidente indossa la cartuccera

Discorso del 31 dicembre 2018.

 

Care concittadine e cari concittadini,
siamo nel tempo dei social, in cui molti vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vita quotidiana… senza che nessuno gli abbia chiesto nulla, peraltro.

Tempi e abitudini cambiano ma la volontà di esprimere e veicolare un messaggio è nato decenni fa e non è un rito formale. Mi assegna il compito di rivolgere, a tutti voi, gli auguri per il nuovo anno.
Permette di formulare, certo non un bilancio, ma qualche considerazione sull’anno trascorso.

Quel che ho avvertito nel 2018 esprime, soprattutto, l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità. So che alcuni negano l’esistenza di uno stile di vita metallaro ma sentirsi “comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme. Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri, per esempio pogando coi gomiti bassi, o aiutando chi cade nel circle pit. Significa rispettare tutti gli ascoltatori, perfino i fan del metalcore. Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee.

So bene che alcuni diranno: “questa è retorica dei buoni sentimenti”, che la realtà è purtroppo un’altra. Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune.

La richiesta di metallo è particolarmente forte in alcune nazioni, e in molte periferie urbane dove il degrado favorisce il diffondersi di certe storture sociali. La trap, per esempio. Non sono ammissibili zone franche, con metallari che si sentono soli e indifesi. La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi del metal.

La storia della nostra musica è ricca di solidarietà. Spesso il pubblico è arrivato, con più efficacia e più calore umano, in luoghi remoti. In alcune zone, suonare metal può costare la vita o costringerti a una vita da scemo. In Afghanistan, per esempio. O in Siria. O in Iraq. Ma anche nel mondo occidentale i metallari hanno un sacco di problemi.

Sicurezza è anche più concerti, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani metallari, serenità per i pensionati dopo una vita trascorsa ad ascoltare gli Iron Maiden: tutto questo si realizza più facilmente sostenendosi l’un l’altro, anche perché i vecchi metallari hanno spesso il torcicollo e il mal di schiena, medaglie all’onore di chi troppo ha pogato e/o scapocciato.

Qualche settimana fa a Torino alcuni bambini mi hanno consegnato la cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Metalizia, per indicare il metal come strada per la felicità. Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti.

È il metal che “ricuce” e che dà fiducia. Anche per questo vanno combattuti il secondary ticketing e la creazione di zone distinte all’interno dell’area concerti. È importante rispettare il valore principale della Costituzione metallara, quello che recita: “ogni metallaro è uguale davanti al palco”. È l’immagine del metal positivo, che deve prevalere. Il modello di vita non può essere – e non sarà mai – quello degli ascoltatori acritici, i quali alimentano focolai di progressismo settario, di discriminazione tra metallari di serie A e metallari di serie B. Fenomeni che tutti noi abbiamo il dovere di contrastare e debellare.
Il metal è un’altra cosa.

Esortare a una convivenza più serena non significa chiudere gli occhi davanti alle difficoltà che la nostra musica ha di fronte, ma non dobbiamo smarrire la consapevolezza di quel che abbiamo conquistato: il titolo di ascoltatori più intelligenti, il titolo di ascoltatori più fedeli, il ritorno del metal nelle classifiche che contano, la fine di alcuni luoghi comuni legati a un’immagine stereotipata. Oggi sfoggiamo a cuor leggero calvizie e magliette dei Nirvana. Ammettiamo di ascoltare altri generi e dimostriamo che, talvolta, anche i metallari si lavano, perfino in condizioni estreme.

Sappiamo di avere risorse importanti; e vi sono numerosi motivi che ci inducono ad affrontare con fiducia l’anno che verrà.

Molte sono le questioni che dobbiamo risolvere. Non è mio compito formulare indicazioni e se da un lato accolgo con piacere l’abbassamento delle accise sulla birra, è mio dovere sottolineare che tale riduzione non risolve il problema dei costi elevatissimi durante i concerti. Le accise sulla birra in Italia sono il quadruplo di quelle tedesche e più del triplo di quelle spagnole e il carico fiscale complessivo sfiora il 50%: queste non sono cifra da Paese civile.

Dobbiamo aver fiducia in un cammino positivo. Ma non ci sono ricette miracolistiche. Soltanto il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti. Traguardi consistenti sono stati raggiunti nel tempo, frutto del lavoro e dell’ingegno di intere generazioni che ci hanno preceduto.

Il dodici gennaio 1969 i Led Zeppelin pubblicavano il loro primo album e quello che, non a torto, molti considerano il primo pezzo heavy metal della storia: ‘Communication breakdown‘. Nasceva per certi versi la nostra amata musica, con il suo patrimonio di valori, di princìpi e di regole che costituiscono la nostra casa comune, secondo la definizione di uno dei padri costituenti, Tony Iommi. Non mancano difetti e disparità da colmare. Ma si tratta di un patrimonio da preservare e da potenziare.

Vorrei rinnovare un pensiero di grande solidarietà ai fan di Fast “Eddie” Clark, Pat TorpeyTim Calvert, Ralph Santolla, Vinnie Paul, Mark Shelton e Randy Rampage, vittime dell’ingiustizia che lascia in vita i mediocri e fa morire i migliori. Come molti, si impegnavano per un metal con meno poser e più qualità.

Nell’anno che si apre ricorderemo il trentennale della caduta del Muro di Berlino e la fine delle sofferenze provocate da quel regime.
In questi mesi di trent’anni fa i diciottenni di allora – i ragazzi del ’71 – accolsero le istanze di libertà che il mondo metallaro reclamava. Siamo a loro grati per aver sopportato stoicamente ‘Wind of change‘, il cui motivetto d’apertura può provocare ancora oggi tentativi di linciaggio verso chi, incautamente, si ritrova a fischiettarlo per le strade di Berlino.

Oggi i nostri ragazzi e le nostre ragazze vanno a Wacken, o al Keep It True, protagonisti della vita democratica metallara. Mi auguro un’ampia partecipazione dei giovani nati nel 2001, che si recheranno per la prima volta da maggiorenni ai loro concerti. Li incito a non disdegnare gli eventi ritenuti “minori”, quelli che si tengono durante tutto il corso dell’anno in locali e strutture niente affatto imponenti, ma gestiti spesso da appassionati competenti e sinceri, che meritano sostegno.
Questo mi induce a condividere con voi una riflessione.

Sono rimasto colpito da un episodio di cronaca recente, riferito dai media. Due anziani sono fuggiti dalla loro casa di riposo per intrufolarsi nel Wacken 2018. A questi signori, e alle tante persone che si sentono in solitudine, voglio rivolgere un saluto affettuoso e ricordare che la nostra musica non ha età e come tutta la buona musica riesce talvolta, attraverso un semplice riff, un ritornello, un’orchestrazione o un blast beat, a creare un’empatia che a volerla spiegare non ci si riesce. E a farti sentire meno solo.

Vorrei sottolineare quanto sia significativo che si siano rifugiati in un concerto metal. Il metal, infatti, è il simbolo di un’istituzione musicale al servizio della ribellione. Si tratta di un patrimonio da salvaguardare perché appartiene potenzialmente a tutti coloro che cercano un ambiente nel quale trovare umanità, comprensione, doppia cassa e casse di alcol.

Insieme a loro rivolgo un augurio alle donne e agli uomini impegnati nell’organizzazione di concerti, che come ben sapete devono essere almeno in due.
La loro funzione non può essere snaturata, destinandoli a compiti non compatibili con la loro elevata specializzazione.

In questa sera di festa desidero esprimere la mia vicinanza a quanti hanno sofferto e tuttora soffrono per l’imminente scioglimento delle loro formazioni preferite. Nell’augurargli un anno sereno, ricordo che in linea teorica Ozzy doveva smettere di fare tour nel 1992: finché ci sono fan disposti a spendere soldi, e manager disposti a incassarli, c’è speranza. Non dimenticatelo.

Auguri a tutti i metallari, di qualsiasi nazione.
Auguro buon anno agli emigranti, agli immigrati e agli immigranti che ascoltano musica metal.
Rivolgo un augurio, caloroso, a Papa Emeritus III.

Vorrei concludere da dove ho iniziato: dal nostro riconoscerci comunità.
Vorrei rivolgere un saluto a quanti, questa sera, non stanno festeggiando perché impegnati ad assolvere compiti e servizi essenziali per tutti noi: sbattendosi su un palco di provincia, registrando per la millesima volta un assolo, consegnando Cd e vinili, viaggiando a bordo di un tour-bus scassatissimo, scrivendo una recensione che leggeranno in quattro e criticheranno in cinque.

A tutti loro, auguri di buon 2019.