TrueMetalStories: Protest the Hero, i dischi si ribaltano e la terra scuote

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TrueMetalStories: Protest the Hero, i dischi si ribaltano e la terra scuote

Di metallo tecnico, sciroppo d'acero, eroismo, e calci totali all'industria musicale

TrueMetalStories: la rubrica in cui presentiamo band giovani e pronte a sfondare, o band di lungo corso che ancora non hanno ricevuto il successo che meritano.

In wine there's truth but in silence there's surrender

In “La recita di Bolzano”, dello scrittore magiaro Sándor Marái, il protagonista (Giacomo Casanova), in fuga da Venezia nel capoluogo altoatesino, rimane folgorato da una lettera, spartiacque narrativo del romanzo, che riceve. Il fatto particolare è che questa lettera contiene una sola frase di tre parole che sconvolgono il protagonista. Ecco, a me è successa la stessa cosa quando ho sentito il nome Protest the Hero. Marái ricamò attorno a quella lettera, a quelle tre parole, una buona mezza dozzina di pagine. Io fui molto più prosaico.

Correva l'anno 2011 e il prode Federer, volendo far opera di conversione, mi aveva appena passato la recensione dell'appena uscito “Scurrilous”. Vidi il copertinone fotonico, il nome della band e, superato l'iniziale sgomento, chiesi: “Ma che cazzo vuol dire Protest the Hero?” Un eroe che protesta? Un invito a protestare l'eroe? E dov'è finito l'“against”?

Beh, in questi casi non c'è miglior risposta di quella che dà l'artista medesimo (il singer Rody Walker), ovvero:

Ma quando abbiamo fondato la band doveva essere una roba politico sinistroide da teenager, ma in realtà ormai teniamo questo nome perché la gente ci conosce e ci ha conosciuto per molto tempo con quel nome (1)

Rewind.

Ontario, ovviamente Canada, anno del Signore 1999, anno in cui

Eravamo tre stronzetti primi della classe che non avevano niente da fare, così abbiamo deciso di fare musica. Non ci veniva granché. Ma siamo ancora qui (1)

A dirla tutta, quei tre stronzetti si chiamavano Happy go Lucky e prima di cambiare nome con quello che tutti conosciamo, erano riusciti anche a dare alle stampe un demo. Demo bissato nel 2002, dopo il cambio di monicker, da “Search for the truth”. A sentirlo, non è che vien da dare ragione a Rody.

Pur tuttavia, se i PTH avessero continuato su quella strada, questo articolo non sarebbe mai stato scritto. O meglio, i PTH, su TrueMetal, non ci sarebbero mai finiti. Le due tracce di “Search for the truth” erano infatti, una leggera derivazione hardcore emotica di certo punk “contro” tipicamente statunitense e marcatamente liceale, nei testi come nell'attitudine. Tipo i Funeral for e friend, ma con meno palle. Non saprei definire se l'Ep sia bello o brutto, tanto è distante dai miei ascolti, ma sicuramente è poco affine a qualsiasi tipo di metal.

Passa un anno, però, e tutto cambia con “A calculated use of sound”: anche questo un EP, ma di 5 pezzi, ancora legati a certo punk nordamericano, pur tuttavia molto più tecnico e veloce (mai titolo fu più azzeccato), decisamente di odore più metallico.

We are your beginning, and we will be your end

Ancora un anno ed esce “Kezia” (pronunciato, scoprii, Chesàia, e, ta l'altro, parola di origini ebraiche (2)), debut vero e proprio di una band che, a parere mio e d'altri, nulla ha a che vedere con quella che ha dato alle stampe l'EP del 2002. La line up è la medesima ma la musica è... OOOOOOOOOOOH... è qualcosa di mai sentito prima. Un tourbillon assurdo di... di... di... qualsiasi cosa. Breakdown metalcore, furia e velocità estrema quasi black, costruzioni progressive, struttura da concept album, momenti di calma assoluta, stacchetti acustici, coretti stile Pogues e magari perfino chimica e le nostre migliori blasfemie. Il tutto alternato a velocità folli, sicché al primo ascolto, ancora oggi, lo stato dell'ascoltatore dev'essere simili a quello delle squadre che hanno affrontato l'Olanda ai mondiali del 1974. E se non vi è proprio chiaro come paragone facciamo così: fatevi legare a una sedia nel mezzo di una circle pit che dura 41 minuti.

Davvero, "Kezia" è qualcosa di mai sentito prima, qualcosa di folle, sperimentale, realizzato in maniera piuttosto strana da una band giovanissima. Ma come recita SputnikMusic,

“l'album è stato pubblicato in uno stato abbastanza approssimativo e non-finito, sebbene la sua gestazione sia durata due anni” (3).

E in effetti, a sentirlo oggi, alcuni cambi di ritmo sembrano approssimativi o forzati. Ma poco importa.

L'album ottenne apprezzamenti su molti fronti transatlantici, progressivi, punkettari e mettallosi, apprezzamenti che valsero ai nostri diversi tour con, tra l'altro Death by Stereo, Bad Religion, Anti-Flag e The Fall of Troy (e anche Stiqaxxi, vien da aggiungere). Ciò non di meno, “Kezia” passò abbastanza in sordina in Europa, o comunque, nella scena metal nostrana.

Erano altri tempi, tempi reazionari a causa della wave nu-metal, tempi in cui, proprio per questo, il metalcore e qualunque cosa avesse a che fare con quel genere veniva vista con sospetto.

Where is the problem? We’re entertained!

Le cose non cambiarono molto con il successivo “Fortress”, almeno in termini di ricezione. A livello sonoro, invece, il cambio ci fu. Affé mia, potreste anche chiedermi come possa esserci un cambio sonoro per una band capace di cambiare ritmo 40 volte in una canzone di 4 minuti. Gran bella domanda, eppure basta un ascolto a Fortress per capire che la congrega, in tre soli anni, aveva fatto notevoli passi avanti. Certo, molte cose di Kezia andarono perdute. Non certo l'impressionante altalena di cambi di ritmo.

Pure tali cambi di ritmo si fanno più ragionati. Se ne vanno quasi tutti gli stacchetti acustici, così come certi momenti di calma. Non tutti ma parecchi. Per un risultato devastante! Fortress, considerato da molti, di là del mar, il capolavoro dei PTH, è un disco ancora più veloce, aggressivo, feroce. La componente death melodica si fa predominante, quasi immanente. Fortress è un disco che gronda di riff granitici, presenta accelerazioni da death metal tecnico, virtuosismi da prog metal incazzato, e la voce di Rody è sempre più a suo agio tra growl, screamo, clean e acuti alla Matthew Bellamy ma meglio di Matthew Bellamy. Il singer è in grado di cambiare registro a velocità folli (non che prima non lo fosse, ma qua la cosa si fa malsana).

E ciò nonostante, la cosa che fa balzare agli occhi Fortress, in confronto al predecessore, è la compattezza stilistica. Laddove Kezia a volte svarionava su cambi troppo arditi, questo secondo album è una mazzata incredibile, 41 minuti scalmanati che non lasciano scampo agli orecchi, ma danno via libera a copiosi headbang e sudorazione incontrollata. Lo si ascolti in camera col giusto feeling o si vada dritti a un concerto degli eroi, quello è il risultato.

Guardandolo oggi e con occhi europei,“Fortress” rimane per certi versi un capolavoro insuperato, un unicum nel fertilissimo panorama del post-hardcore in grado di coniugare mirabilmente (lucida) follia, violenza e ironia, il tutto suonato a velocità supersonica.

Fear the vengeance of a changing tide

I tempi, negli anni immediatamente successivi a “Fortress”, iniziarono a cambiare. Il death si tingeva di prog. Il prog si tingevano di death. Il metalcore passava di lì, non proprio per caso, e decise di rimanere. Nasceva uno strano djenere, che fu ribattezzato Djent. Proliferavano band strane, nuove, soprattutto negli Usa e in Australia. I loro nomi? Periphery, Karnivool, per fare due nomi. I Between the Buried and Me davano, con “The great misdirect”,un deciso segnale di alleggerimento e di apertura a sonorità acid prog. Tutte queste band si somigliavano, ma neanche poi così tanto, tuttavia riuscirono a sfondare anche nel cuore di diversi metallari europei, e portarono un'ondata di innovazione. Tutte band che in maniera più o meno azzardata, vennero definite, per questo e quel motivo, affini.

E i PTH spesso finirono, a buon diritto o forse no, in questo filone di band giovani e con tante belle robine da dire. Non è interesse del sottoscritto far chiarezza. Ma qui è lecito porre la domanda che dall'inizio di questo articolo permea ogni riga. Ma che genere di musica fanno i Protest the Hero? Djent? Forse. Death alla Meshuggah ma con meno growl? Può darsi. Prog incazzato? Può essere. Progabillyemodjentcore? Magari! Insomma che roba è questa? Ma chiedetelo a loro, io son qui da anni che non ci capisco una sega! Ed è probabile che loro vi mandino a quel paese. Ma volendo voi mettermi una pistola alla tempia vi direi: “per me è semplicemente metal tecnico come non lo fa nessuno e a morì ammazzati annatesce voi!”

Fatto sta che gli eroi canadesi, in quel 2011, gettarono una nuova pietra miliare della loro epopea: “Scurrilous”, un album in cui i PTH paiono dare un ulteriore filo d’ordine al caos dei primi due album. Una finitura maggiore dei pezzi unita a una serie di soluzioni ritmiche e melodiche di una qualità assolutamente inverosimile. Sì, perché le canzoni di “Scurrilous” portano in dote le (a dir poco) complesse strutture del mathcore e dell’extreme progressive riuscendo tuttavia a fondere il tutto con l’eccezionale vocalità del sempre più spericolato Rody. In brani come le programmatiche “C’est la Vie”, “Hair Trigger” e “Moonligh” (giusto per citarne tre), il connubio risulta quanto mai esplosivo e portato al proprio vertice assoluto. O quasi.

All the editors are hard, all the journalists are wet

Ma soprattutto, tutte le label fanno schifo. “Nulla contro di loro sia chiaro”, ebbe a dire ancora Rody, “ma fanno schifo” (4). E fu così che, dopo “Scurrilous”, gli eroi canadesi si ricordarono della protesta e la portarono a livelli mai visti. Angariati dalle oscure trame del potere, sfancularono la loro label, quella Underground Operations con cui avevano viaggiato fino ad allora e fecero una cosa di un'innovatività a dir poco gloriosa.

Aprirono una una campagna di raccolta fondi su Indiegogo. Qualsiasi fan poteva donare il suo contributo che sarebbe investito nella realizzazione del nuovo album.

Perplessità e pause sceniche.

Come avrebbe reagito una band già di per se incontrollabile se non avesse avuto nemmeno il freno d'un etichetta discografica? Avrebbe dato vita a qualcosa di ancora più veloce, sofisticato e indecifrabile dei dischi precedenti (saltellando su quel filo sottilissimo che separa genio e castronata)? Sarebbero mai riusciti a mantenere il livello di uno “Scurrilous” o di un “Fortress”?

Risposta del pubblico.

I PTH tiraron su in quattro e quattr'otto 125.000 dollari canadesi (85.615 euro col cambio di allora).

Risposta dei nostri.

Volition”, album sintetizzato fin dalla copertina.

“Una donna fottuta da 1.000 uccelli. Questo si prova ascoltando Volition” (5).

Un disco che, ancora, non può tradire il caratteristico sound della macchina da guerra fogliacerata. Eppure suona incredibilmente maturo, compatto... UNITARIO quasi. E non bastasse, le melodie girano a meraviglia, sicché, tralasciando la consueta ferocia, tanto nella velocità della musica quanto in quella dei cambi di ritmo... non ce n'è per nessuno.

E poco conta che il disco duri 54 minuti, mentre i tre precedenti oscillavano tra i 41 e i 44. Più minutaggio = più fatica? No, per nulla, anzi, ben venga (e si sospetta che questo elemento dipenda molto dall'essersi liberati di una label). "Clarity" è un singolone che entra in testa in tre ascolti e te la spacca già nei primi 10 secondi, il ritornello di "Without prejudice" (da cui viene anche il titolo dell'articolo) è una delizia, "A life embossed" ti stronca con un finale lancinante, in "Mist" si rivede qualcosa che ricorda vagamente il punk. E qui mi fermerei.

Ad ogni modo, Volition è il disco che fa fare ai PTH un ulteriore e forse definitivo salto di pubblico, rendendoli ampiamente noti anche dalla nostra parte dell'oceano e proiettandoli in un tour europeo che arrivò in città dove una band emergente statunitense non arriva. Ovvero quelle che stanno nell'est Europa e non in Polonia. Li vidi nella loro prima esibizione a Bratislava... e mi chiedo perché ogni volta che scrivo un TrueMetalStories Bratislava ci finisca in mezzo.

We are, we are, we are still alive

Gli anni passano, protesta ed eroismo aumentano. Sempre più schifati dalle procedure del music-biz, i PTH si imbarcarono in un'altra avventura, di cui ebbi modo di scrivere ampiamente, sia a livello microeconomico che musicale: "Pacific Myth".

Riprendendo quanto già avevo scritto alcuni mesi fa, gli eroi canadesi hanno pubblicato una canzone al mese esclusivamente su bandcamp. E ognuno poteva scaricare una canzone per un pugno di denari che finivano direttamente nelle tasche degli eroi. E l'album è stato realizzato “in progresso”, sta a significare che quando la prima canzone è uscita, le altre 5 ancora non esistevano. Poi sono usciti diversi altri formati.

Venendo all'EP. Beh, guardandolo nell'ottica di un uomo affezionato al formato tradizionale, mi spiace che non sia un album vero e proprio e che duri solo 35 minuti (a fronte di 6 sole tracce, comunque). Eppure, ancora, si trova una nuova maturazione nel sound dei PTH. Soprattutto, si nota una struttura che ci guarda al di sopra del caos sonoro, una struttura che, al di la del processo di registrazione testé descritto, è formidabilmente compiuta dalla prima sfuriata di "Ragged Tooth" fino al grandioso fade out dreamtheateriano di "Caravan". E qui il cerchio sembra chiudersi, l'improbabile ventaglio sonoro conglomerato in “Kezia” viene qui stranamente riproposto in una forma molto più omogenea, un fluire continuo eppure ordinato, una rivoluzione permanente calcolata nei minimi dettagli. Verso traguardi che devono ancora essere tagliati.

The silence inside you when the music has stopped

(ma non per molto... si spera)

Ringraziamenti:

Il presente articolo non avrebbe potuto essere realizzato in questa forma senza i preziosi contributi di queste persone:

  • Ovviamente Federer
  • Gli scrittori pulp Thomas Prostata e Teddy Bancomat
  • I luminari slovacchi M. Zachvatovič e K. Duchoň del Tatranský Institut pre Hardore-Punkové Viedy.
  • Il professor Zuser della facoltà di Metallistica Amerindia alla Schnitzeleuropäische Universität di Vienna.

Link esterni a TrueMetal

(1) intervista con Rody http://www.watchmojo.com/video/id/8187/

(2)Significati di Kezia su wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Keziah

(3) Sputnikmusic – recensione di Kezia: http://www.sputnikmusic.com/review/4779/Protest-the-Hero-Kezia/

(4) The concordian http://theconcordian.com/2015/11/life-after-labels-with-protest-the-hero/

(5) Youtube – Mavrus, Top 10 2013 https://www.youtube.com/watch?v=LqLvrHU7PKc