Live Report: European Carnage Tour a Padova e Roma

Di Redazione - 16 Aprile 2011 - 0:10
Live Report: European Carnage Tour a Padova e Roma

European Carnage Tour 2011, ovvero, si potrebbe dire: quando gallina vecchia fa buon brodo.
Attesissima la data romana dell’evento che vedeva insieme sullo stesso tabellone Slayer e Megadeth. Il sold out si registrava ormai da tempo per quello che poteva essere definito un “Big 2” o, a volerla dire tutta, un “Big 2 e 1/5” vista l’occasione più unica che rara di vedere, al fianco di Tom Araya e soci, il chitarrista di un’altra grandissima band che il thrash metal l’ha fondato: Gary Holt degli Exodus, che sta sostituendo, in questo periodo, il lungodegente Jeff Hanneman. Nessun sold-out invece a Padova dove, complice anche un minaccioso cielo da budera di pioggia, s’è radunato un buon numero di fan, molto ben ripagati da un concerto che ha visto gli Slayer completamente rinati e i Megadeth brillanti come sempre. Tante dunque le motivazioni che, nonostante il costo abbastanza elevato del biglietto, hanno portato davanti ai cancelli dell’Atlantico e del Teatro Tenda un pubblico (pagante ma non solo) impazzito per questi grandi nomi, …ma questo in Italia non è mai stato una novità.
Per quanto riguarda la data tenutasi nella capitale, ci si è messo il fastidioso traffico domenicale della capitale (sembra assurdo ma esiste!), a far ritardare all’appuntamento il nostro Francesco che così s’è perso gli opener italiani della serata ma, non ce ne vogliano gli ottimi Sadist, che certamente avranno dato il meglio di sé come sempre.

Passiamo dunque al racconto delle serate.

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ROMA – Atlantico, “European Carnage Tour” – 3 aprile 2011

(Report e foto a cura di Francesco Sorricaro)
 

MEGADETH


In un’atmosfera di tripudio assoluto del pubblico, ancora memore dell’esibizione fantastica del giugno scorso, alle 20.20 in punto sono saliti sul palco, uno dopo l’altro, i Megadeth.
Apertura inconsueta affidata a Trust, direttamente da uno dei dischi più criticati dei ‘Deth, Cryptic Writings, ma si sa che un buon padre ama ogni suo figlio incondizionatamente e così Dave Mustaine, presentatosi sulle assi circondato dalla sua solita aura da santone del metal e con una fiammante Dean Double Neck, lo ha suonato con trasporto e passione seguito a ruota dai suoi compagni.
Tutto un altro clamore, però, ha accolto naturalmente la triade di classici che è seguita composta da: In My Darkest Hour, Hangar 18 e Wake Up Dead, con quest’ultima che acquistava anche un significato particolare, visto che si festeggiava il 25° anniversario di Peace Sells… But Who’s Buying?. Per rievocare ancora una volta Rust in Peace, invece, è bastato a Dave l’aver sfoderato una scintillante chitarra con l’artwork del disco durante l’esecuzione terremotante di Hangar.
1320 è stato il primo poderoso estratto da Endgame e Poison Was the Cure ha celebrato ancora una volta il capolavoro del 1990, ma è solo al termine di una Sweating Bullets letteralmente urlata dall’intera sala, che Mustaine ha finalmente rivolto la parola ed il meritato saluto ai suoi fan. Tutto regolare per chi conosce il carattere del biondo crinito cantante il quale, comunque, è maestro nel saper compensare tutto con un carisma invidiabile; anche il fatto, purtroppo assodato pure in questa serata, che la sua voce è e sarà sempre a corrente alternata, salvo rari momenti di forma smagliante ma, si sa, l’età passa per tutti. She Wolf è dedicato alle “ragazze cattive” in sala, e così, dopo Head Crusher, si è arrivati presto ad un’altro grande atteso come A Tout le Monde.


La formazione attuale dei Megadeth, ormai affiatatissima intorno al suo leader, è apparsa concentrata e carica: Chris Broderick è sempre più spigliato e scorrazza da una parte all’altra del palco dispensando prove della sua eccellente tecnica (la fluidità delle sue dita sulla tastiera mi hanno fatto venire in mente i tempi in cui a duellare con Dave c’era un signore di nome Marty), mentre il buon vecchio David Ellefson, che con Shawn Drover costituisce una sessione ritmica a dir poco chirurgica, è il consueto volto rassicurante e carismatico, quello che era mancato davvero per il rilancio definitivo della band negli ultimi anni.
Accendini e cori d’altri tempi prima della tempesta finale. Symphony of Destruction non perde mai la sua malvagia ruvidezza ma è Peace Sells la più attesa stasera, come sembra sottolineare la presenza del solito Vic Rattlehead sul palco durante la sua anthemica e famosissima cavalcata finale che ha fatto tremare le pareti circostanti.
Alla breve fuoriuscita susseguente non ha creduto nessuno perché la voce roboante della platea non poteva non essere esaudita in questa serata. Il tenebroso momento storico che stiamo vivendo è sembrato rendere ancora più urgente l’esecuzione di un brano come Holy Wars… The Punishment Due; è lo stesso MegaDave a sottolinearlo lanciando retoricamente al pubblico la domanda: “ma che cazzo sta succedendo nel mondo!?!”. Il pezzo fu scritto per un periodo difficile in cui il mondo era attanagliato dalla paura; pochi avrebbero forse immaginato che un testo del genere avrebbe riacquistato una tale se non una maggiore valenza anche vent’anni dopo; forse anche per questo il gruppo l’ha suonata con tali carica e passione.
Una prova davvero energica quella dei Megadeth, usciti tra le acclamazioni convinte di un pubblico che, però, non è apparso affatto sazio. Prossimi a salire su quel palco sarebbero stati gli Slayer, la band musicalmente più malvagia del pianeta che, da queste parti, mancava ormai da tempo immemorabile.

Setlist:
Trust
In My Darkest Hour
Hangar 18
Wake Up Dead
1320
Poison Was the Cure
Sweating Bullets
She Wolf
Head Crusher
A Tout le Monde
Symphony of Destruction
Peace Sells
Holy Wars… The Punishment Due

SLAYER

Bastava il muro di Marshall allestito come scenografia “attiva” dello show ad incutere timore ma, quando le luci si sono spente in sala, l’attesa si è trasformata in corrente ad alto voltaggio. World Painted Blood, titletrack dell’ultimo album in studio del gruppo, è stata la prescelta per aprire le danze, seguita a ruota da Hate Worldwide.
La presenza scenica dei quattro assassini è quanto di più imponente si possa immaginare: Tom Araya non potrà più roteare vorticosamente il suo scalpo come una volta, ma posso assicurare che la sua sagoma è bastata e avanzata per tenere in pugno l’audience romana.
Novità assoluta, già menzionata in precedenza, è la presenza di Gary Holt, chitarrista tra i più influenti della scena thrash metal americana, che non fa certo mistero della band cui appartiene da trent’anni, grazie ad un polsino più che esplicito, e che ha mostrato da subito di non essere su quel palco per fare da timida comparsa o da tappabuchi, evidenziando tutto il suo stile particolare e la sua presenza scenica per un’occasione così estemporanea.
Gli Slayer sono delle vere e proprie macchine da guerra e ancora una volta hanno fatto di tutto per mantenere viva la loro fama: Kerry King è stato truce e tagliente con la sua chitarra come al solito, i volumi sono stati sparati al massimo ed ogni nota del basso di Araya ha fatto vibrare ogni singolo centimetro della struttura che ci ospitava. Tutto lo show è stato programmato con la solita perizia per dare ai fan quello che sempre ed in ogni parte del mondo loro si aspettano dagli Slayer, ed il sorriso pacioso che spesso, tra un pezzo e l’altro, appariva sul volto del frontman, stava di certo a significare che anche la risposta ottenuta era quella desiderata.


Da copione anche l’urlo lancinante che ha annunciato War Ensemble, prima di una lunga serie di classici sparati sulla folla a raffica di mitragliatrice, senza praticamente alcuna sosta. Ascoltare calibri pesanti come Postmortem, Dead Skin Mask e The Antichrist è un piacere che solo gli amanti dell’estremo possono godere a livello pieno e gli Slayer sono i maestri riconosciuti dell’estremo.
Certo fa piacere ascoltare brani di livello medio come Americon, presentata in spagnolo dal cileno di origine Araya, come Snuff o come Payback, capisaldi dell’ultima era della band, ma l’innegabile fascino live di una Seasons in the Abyss o di una South of Heaven, è riuscito, senza fatica alcuna, a rendere tali composizioni solo noiose e riempitive.
In tanta marziale precisione è ovvio che più di una volta si sia buttato un occhio al lavoro di Gary Holt. Il chitarrista, come si diceva, si è spremuto al massimo per non essere da meno dei suoi amici: per chi lo conosce, è una cosa normale per lui avere un approccio sanguigno e coinvolto al live e questo, unito alla componente ovvia e assolutamente non marginale che lui è praticamente un intruso in un meccanismo collaudato da trent’anni, ha fatto trasparire qualche sbavatura, in particolare negli attacchi. Tutto sommato mi sento di definirli episodi trascurabili confrontati alla mole di parti mandate a memoria in poco tempo, per la cui complessità viene giustamente incensato il buon Hanneman.
I colpi tonanti inferti da Dave Lombardo alla sua batteria hanno dato presto il via alla distruttiva parte finale della serata. Una sempre emozionante Raining Blood ha aperto dunque la strada a Black Magic e ad una superlativa Angel of Death, scintilla conclusiva di un’esibizione molto intensa che, proprio per questo, è sembrata durare ancora meno dell’ora e un quarto effettiva.

Setlist:
World Painted Blood
Hate Worldwide
War Ensemble
Postmortem
Temptation
Dead Skin Mask
Silent Scream
The Antichrist
Americon
Payback
Seasons in the Abyss
Snuff
South of Heaven
Raining Blood
Black Magic
Angel of Death

Protagonisti soddisfatti e pubblico in visibilio, è questo il bilancio della data romana dell’European Carnage Tour 2011: una serata di sfogo completo, all’insegna dell’headbanging selvaggio e del crowd surfing (che, tra l’altro, ha fatto molto incazzare la security del locale) continuo, uno show in cui 2 band di “vecchietti”, con tutti i problemi fisici che li affliggono o li hanno afflitti, hanno fatto il loro dovere in maniera impeccabile, ripagando in pieno chi ha pagato il biglietto e tutti quelli che, non potendo pagare cifre astronomiche alle Ferrovie dello Stato, sperano che serate come questa non rimangano troppo estemporanee nel prossimo futuro.

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PADOVA – Teatro Tenda, “European Carnage Tour” – 4 aprile 2011

(Foto a cura di Daniele Peluso)
(Report a cura di Daniele Peluso e Nicola Furlan)

 

SADIST
(Report a cura di Nicola Furlan)

In Italia, si sa, il coraggio di investire tutto se stessi nella musica è un’esolusività di pochi, anzi di pochissimi. Da sempre c’è chi, pur condividendo il territorio con una realtà ben lontana dalle aspettative e dal coraggio di giovani musicisti di Stati Uniti o Inghilterra, da sempre supportati nella speranza del professionismo, riesce ad emergere e lasciare un indelebile segno nella storia italiana del rock e del metal.

Tra queste realtà nostrane di successo ci sono i Sadist, technical death metal band genovese on-the road da più di venti anni con alle spalle sei full-length nonché un bel curriculum d’attività live. Credo che questa doppia data a supporto di realtà così importanti sia proprio quello che tutti chiamerebbero ‘il coronamento di un sogno’ sopratutto perché accaduto ora, in un periodo dove il thrash metal è rinato e dove non solo le giovani band s’esprimono con piglio notevole, ma pure i vecchi maestri dimostrano che lo smalto non s’è minimamente scalfito. I Sadist l’hanno saputo onorare questo show, omaggiando i presenti con cuore e passione! Sono stati perfetti, degni di un professionismo i cui confini geografici sono da sempre un po’ stretti e che forse non hanno permesso di guardare in direzione d’orizzonti ben più ampi di quelli fin qui ammirati. Ma così è andata e, a mio avviso, non si poteva iniziare meglio la giornata. Portavoce di questa passione è stato il cantante Trevor di cui ho sempre apprezzato il credo e l’affabilità nonché la brillante abilità nel coinvolgere i ragazzi. Grazie a loro, l’Italia del metal è stata rappresentata alla grande… sì, abbiamo fatto proprio una gran bella figura!

Setlist:
Season In Silence
One Thousand Memories
Tribe
Tearing Away
Sometimes They Come Back

MEGADETH
(Report a cura di Nicola Furlan)

Lo so, inizio questo live report in un modo che forse non tanti apprezzeranno, ma non sapete che piacere ho provato nel rivedere nuovamente sul palco Dave Ellefson, storico bassista dei californiani Megadeth capitanati dalla mente geniale e artistica del rosso Dave Mustaine. Il perché è presto detto. Non è propriamente vero, come tutti affermano, che i Megadeth sono da sempre solo Dave Mustaine ‘dipendenti’. Ahimè, cruda realtà, ma è così. Da sempre il braccio destro del caratteriale frontman è Ellefson e, sopratutto nel corso degli anni più difficili, quelli caratterizzati da droga, alcol e riabilitazioni, quest’ultimo s’è sempre prodigato per tenere a galla la barca, un po’ come fece il tarantolato Lars nei suoi Metallica. Ebbene sì, i Megadeth sono anche un po’ di Ellefson, molto più di quanto lo possano esser stati in passato per tutti i nomi di spicco che hanno contribuito alla creazione di veri capolavori del genere quali “Rust in Peace” e “Peace Sells…but Who’s Buying?”. Questo concerto è stato speciale, magico e significativo anche per questo e il risultato ne dà ampia conferma.

Tutti i brani passati in rassegna, dai classici come In My Darkest Hour, Hangar 18, Wake Up Dead, Sweating Bullets, Symphony of Destruction, Peace Sells e Holy Wars… The Punishment Due agli altri splendidi di scaletta, hanno reso idea di quanta anima e perseveranza caratterizzi l’attitudine di una band che, come per tante altre di questo immortale movimento, s’esprie sempre e ancora a livelli elevati. Se poi a corollario del tutto ci metti la brillante qualità del solista Chris Broderick, capace nell’interpretare egregiamente ogni pezzo del passato (anche i più complessi targati Marty Friedman), allora il gioco è fatto e gli onori on-stage assicurati. Scaletta fantastica, pubblico in delirio, acustica eccelente, il tutto raffinato dal già citato gusto old-school determinato dalla presenza del caro vecchio bassista. Non si sarebbe potuto chiede di più. Immensi!

Setlist:
Trust
In My Darkest Hour
Hangar 18
Wake Up Dead
Poison Was the Cure
1,320
Sweating Bullets
She-Wolf
Head Crusher
A Tout Le Monde
Symphony of Destruction
Peace Sells

Encore:
Holy Wars… The Punishment Due 

SLAYER
(Report a cura di Daniele Peluso)

Restare attoniti, stupefatti, senza parole sono tra le reazioni più comuni all’essere umano. Lo stupore, nella stragrande maggioranza dei casi, è una delle reazioni involontarie più difficili da controllare. Lo stupore ti spiazza, ti coglie impreparato anche se tu, oramai avvezzo a determinati tipi di cose, se pronto a tutto.
Lo show che gli Slayer hanno offerto al pubblico è quanto di più vicino io possa accostare alla sorpresa; la mancanza di parole di un bimbo mentre apre il suo regalo di compleanno e trova dentro la pista elettrice delle macchinine: questo è l’impatto che ha avuto su di me la band statunitense.
Uno show così non lo vedevo da tempo. Il quartetto, orfano di Jeff Hanneman, ha dato vita ad uno spettacolo esplosivo, un delirio di sangue ed aggressività di potenza inaudita. Nessun fronzolo, nessuna smanceria verso i fan, un palco quasi totalmente privo di trovate scenografiche, fatta eccezione per due enormi aquile sovrastanti i due famosi muri di Marshall (simbologia occulta, o i tre livelli di amplificatori per un totale di sei ampli a fila sono un caso?), e tanta furia musicale. La ricetta Slayer sta tutta qui.
Questi “vecchietti” hanno mostrato all’eterogenea platea presente al Gran Teatro Geox di Padova cosa vuol dir suonare Thrash. E lo hanno fatto con la naturalezza disarmante di chi vive e sguazza da più di trent’anni nel marasma della musica stradaiola per eccellenza.
Sicuramente mi dispiace non poter più assistere agli headbanding di Araya; vederlo andare mestamente verso la batteria durante gli assoli dell’inedita coppia King/Holt mette un po’ di tristezza, certo, ma laddove il cantante ha perso in ‘immagine’ lo ha riacquistato in voce. Una prova davvero incredibile quella del buon Tom, capace di far letteralmente rizzare tutti i peli del corpo negli acuti, ad esempio, di “The Antichrist” o nelle prime battute di “Angel Of Death”. Mostruoso. Davvero.


Kerry King è la solita macchina da guerra macine riff. Carismatico, osannato, gira per il palco mandando in visibilio l’umidiccio ed infernale circe-pitt sottostante. Capitolo Lombardo: a detta di molti il miglior batterista Thrash di sempre. Non entro nel merito di classifiche e preferenze, quello che è sotto gli occhi di tutti è l’immane onda d’urto sprigionata dal musicista cubano. Sbaglia un attacco e fa divertire Araya (forse un po’ meno KK), per il resto è semplicemente devastante; suona con estrema naturalezza e, nelle parti di mero accompagnamento, ondeggia sui tom some se stesse suonando un “Danzón” sorseggiando un Cuba Libre ghiacciato. Uno spettacolo nello spettacolo.
Nota di merito per Gary Holt. Sostituire Hanneman non è da tutti, non farlo rimpiangere (musicalmente parlando) è ad appannaggio di pochi. Bravo, a tratti entusiasmante, dimostra un carattere e una personalità invidiabile e non soffre per niente della sindrome “dell’agnello sacrificale”, pronto cioè a essere dato in pasto ai lupi (fan e critica) al primo minimo errore. Un professionista a 360 gradi, merce rara di questi tempi.
Oramai non trovo più aggettivi per descrivere il combo californiano quindi, per riportare fedelmente quello a cui abbiamo assistito, non posso esimermi dal paragonare il gruppo di Los Angeles ad un buon Brandy: sempre più forte, intenso ed avvolgente man mano che il tempo passa.
Invecchiando si impara, e si diventa più forti…intramontabili, innarivabili Slayer!

Setlist:
World Painted Blood
Hate Worldwide
War Ensemble
Postmortem
Temptation
Dead Skin Mask
Silent Scream
The Antichrist
Americon
Payback
Seasons in the Abyss
Snuff
South of Heaven
Raining Blood
Black Magic
Angel of Death

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