Attendevo l'uscita di questo disco con crescente bramosia dopo i precedenti
Metamorphosis e
The Towers Of Avarice, lavori eccellenti e per certi versi anche innovativi nel proporre un'interpretazione molto aggressiva del prog-metal USA di fine anni '90.
Anche l'annunciato arrivo del nuovo vocalist Fred Marshall prometteva che questo terzo capitolo avrebbe rappresentato un'ulteriore avanzamento della band in termini di qualità e popolarità.
All'ascolto, dopo un'intro fantasiosamente intitolata
Intro, le danze si aprono con
There For Me, e dopo un paio di minuti inizio a credere di avere sbagliato disco o che il cd sia stato inciso con la musica di qualche altro gruppo. Alla fine della prima track mi prende un certo sconforto, poi purtroppo confermato dalla successiva
Destiny Is Sorrow.
Dopo la terza song
Brain Surgery ho quasi la tentazione di interrompere l'ascolto e riascoltarmi uno dei lavori precedenti.
Invece, pedissequamente, insisto nell'ascolto e per non cadere in errore riascolto l'album un numero X di volte per essere certo che le mie sensazioni non siano frutto di pregiudizi o allucinazioni.
Risultato: lo sconforto é totale e non riconosco in questo disco gli elementi che resero gli Zero Hour una delle migliori prog-metal band dell'odierno panorama internazionale.
L'album in generale non ha niente della cattiveria e della grinta che facevano trasalire coi dischi precedenti, il tutto é estremamente moscio, non c'é slancio emotivo e l'emotività é solo una chimera che l'ascolto non riesce mai a destare.
La tecnica esecutiva é sempre a livelli fortemente superiori alla media ma é sprecata su composizioni eccessivamente lineari, per non dire banali. Le linee melodiche sono letteralmente mono-tonali, si brama un cambio armonico come acqua nel deserto, e il più delle volte si rimane a bocca asciutta. Il disco dà una sensazione di svogliatezza e la voce in particolar modo sembra "appiccicata" giusto perché ci deve essere.
Cambi di situazione, varianti, stacchi e quant'atro gli Zero Hour avevano saputo proporre in passato con classe e violenza appaiono come sporadiche forzature, del resto necessarie per interrompere una stasi sonora resa ancora più soporifera dall'eccessiva ripetitività delle singole parti che compongono i singoli brani.
La produzione é notevole e i suoni governati da Dino Alden sono di rara bellezza, gli equilibri sono perfetti ed estremamente gradevoli e ben risaltano dal mastering che gli americani sanno fare così bene nella parsimonia dell'uso della compressione. Anche la grafica é bellissima, firmata dal grandissimo Travis Smith che tanto merita l'appellativo di artista.
Quello che manca é il contenuto musicale, e mi consola l'avere letto una recente dichiarazione del chitarrista Jasun Tipton il quale annuncia l'arrivo in formazione del massiccio singer Chris Salinas e il ritorno a quelle sonorità e a quello spirito che aveva fatto degli Zero Hour una bella promessa prima e una splendida realtà poi.
La band sta già lavorando sul nuovo album, forse per dimenticare e farci dimenticare questo passo falso, e se il buon giorno si vede dal mattino vi suggerisco di ascoltare il sample di
Evidence Of The Unseen da poco uploadato sul sito della band per rendervi conto che questo
A Fragile Mind é stato uno scherzo e che ora gli Zero Hour hanno ricominciato a fare sul serio.
Commenti dei lettori (8)
Bye
le recensioni servono a descrivere i dischi, non a esprimere i propri gusti personali.
e cmq a tutti i gruppi capita di fare un disco sottotono, non vedo perchè non possa essere successo anche agli zero hour.
Gli Zero Hour sono una band VERAMENTE prog che consiglio a tutti gli amanti del genere, ma soprattutto a quelli che non si fermano ai clichè dei soliti grandi nomi (superbi, per carità). Anche i testi sono decisamente impegnati e ben fatti.
GRANDI ZERO HOUR!!
No, no, no...
Devo dire che mi associo al coro del dissenso! Quest'album merita moltissimo, nonostante il cambio alla voce, con Fred Marshall a sopportare forse un peso più grande di lui, ma che riesce comunque a donare la giusta verve ai brani.
Brani che, in questa occasione, si asciugano, nella struttura, e si spogliano, nell'arrangiamento, finendo per apparire molto più diretti, se paragonati a quelli di Metamorphosis e The Towers Of Avarice, ma che nulla in meno restituiscono quanto ad impatto emotivo, elemento su cui in quest'album viene posta l'enfasi maggiore e che si rivela la miglior chiave di lettura di un album che di banale e sempliciotto ha, non poco, nulla! E' innegabile, infatti, che liriche intimiste come queste siano state molto ben trasposte in musica e, soprattutto, espresse da Marshall, che pur non godendo dell'estensione, né della potenza evocativa, del defezionario, inarrivabile Rosvold, riesce senza dubbio a comunicare a pieno il mood introverso dell'album.
Mi sento, da un punto di vista esclusivamente emozionale, di evidenziare There For Me, Destiny Is Sorrow, Twice The Pain e la title-track, brillanti esempi di cosa costituisca il sound ed il songriting degli Zero Hour, band che, fin qui, ha saputo mostrare un indubbio talento compositivo.
Accesso utenti