Leviamoci subito il sasso dalla scarpa: ritengo “Deadwing” l’album meno riuscito della carriera dei Porcupine Tree. E’ dall’esordio che la band di Steven Wilson si porta addossa lo scomodo paragone con i padri del rock psichedelico, i Pink Floyd. Le analogie compositive e atmosferiche sono indiscutibili e altrettanto simile è l’evoluzione che nel tempo il sound delle due band ha avuto. Alla ricerca onirica degli esordi, fatta di ritagli di sensazioni e di esplosioni melodiche, si è andata sostituendo una maggiore strutturazione della forma di canzone. Fino a “Signify”, e per certi versi ancora in “Stupid Dream”, l’eloquenza delle melodie era grandiosa. Al primo ascolto, per lo meno per me, è stata folgorazione e sorpresa. Ottime canzoni, sublimi melodie, progressioni strumentali imprevedibili, ma soprattutto, i sentimenti venivano a galla da subito, con spontaneità e freschezza, immutabili ad ogni ascolto.
Con “In Absntia” si è registrato un cambio di rotta. La collaborazione come produttore in campo estremo ha fatto scoprire a Steven Wilson il gusto per l’aggressività e per una scrittura più rigorosa e vincolata negli arrangiamenti. Qua e là affioravano riff prog e certe atmosfere cupe, che la band è riuscita a integrare nel proprio tessuto compositivo con difficoltà e a scapito dell’espressività.
“Deadwing” non si discosta di molto da “In Absentia”, ma non ne ha la stessa ispirazione. Si accentuando le parti metal (perché di metal si parla e non più di hard rock!), con giri di chitarra durissimi per lo standard compositivo della band, e linee di batteria più nervose, con ricorso a parti in doppia cassa. Quando le chitarre rallentano i ritmi si fanno fin troppo pacati e a tratti si scivola nel radiofonico.
La title track è un brano lungo e complesso, forse fin troppo articolato. Tutte le trame chitarristiche sono comunque vincenti, le partiture più dilatate non lasciano facili riferimenti, quelle più dure sono accompagnate magistralmente dalla cattedrale sonora eretta da Barbieri. L’evoluzione del brano è imprevedibile ma di gran gusto. L’intervento solista di Adrian Belew è senz’altro più ispirato di quello di Wilson, che si limita a fare il verso al più anziano collega, ma entrambi si inseriscono bene nell’inquieto tracciato sonoro del brano.
Segue
Shallow, il primo singolo estratto dall’album. Il giro di chitarra che apre la song sembra preso dall’album d’esordio degli Audioslave; le linee di tastiera e vocali fugano invece ogni dubbio sulla paternità del pezzo. L’impressione che si ha al primo ascolto è la stessa che resta dopo molti ascolti e cioè quella di un brano di grande energia (è probabilmente il pezzo più heavy scritto ad oggi da Wilson) che non emoziona.
Il singolo europeo,
Lazarus, è una ballad intimistica, molto semplice e diretta, costruita intorno a un irresistibile giro di tastiera. Alla fine sarà uno degli episodi miglio riusciti dell’album.
Halo mi ha ricordato molto “Pure Narcotic”, contenuta in “Stupid Dream”, ha la stessa inquietudine, lo stesso incredibile pulsare di basso, lo stesso nervosismo di vocals filtrate. Il riff centrale dà varietà al brano, senza appesantirlo eccessivamente. Bella canzone.
Arriviamo al brano che più mi ha deluso,
Arriving some in here but not here. L’inizio è sognante, le linee vocali sono molto personali e l’assolo di chitarra ci restituisce un Wilson finalmente convincente. Al minuto 6:00, però, il pezzo cresce fino a una deflagrazione metallica che lascia basiti. Ci vengono sparati in faccia due minuti di prog metal che non si legano minimamente al resto del brano. Solo l’intervento di Barbieri in accompagnamento riesce a stemperare un po’ l’arroganza delle chitarre e a limitare i danni. Mi piacerebbe sapere cosa passava nella testa di Wilson quando ha realizzato un simile scempio. Il brano si chiude con classe come era cominciato. Peccato, avrebbe potuto essere un capolavoro.
La seguente
Melleotron Scratch non brilla certo per ispirazione e tira un po’ la fiacca. E’ uno dei brani della band da passare nel dimenticatoio.
Fra i brani tirati dell’album
Open Car è il più riuscito. Intendiamoci, niente di sconvolgente, ma il ritornello è grintoso, pregevolissimo, di quelli che si ficcano in testa dal primo ascolto.
Chiudono l’album due brani di grande respiro e dalle atmosfere molto distese. Le linee melodiche non sono facilmente memorizzabili e richiamano alcune cose dei precedenti lavori dei Porcupine Tree, ma il songwriting è appassionato e con gli ascolti potrebbero rivelarsi due piacevoli sorprese.
A livello di line-up delude solo il batterista Gavin Harrison, rimpiazzo di Chris Maitland a partire da “In Absentia”. Si dimostra un metronomo senza cuore, dotato di tecnica sopraffina (è stato turnista anche per Claudio Baglioni), ma del tutto incapace di sottolineare con feeling le atmosfere più sognanti della band (e non ditemi che non si sente la differenza abissale in termini di espressività fra i due batteristi!).
La produzione è perfetta ed è uno dei punti di forza dell’album. La varietà e qualità di suoni che Wilson estrae può essere di insegnamento per chiunque in campo metal.
In definitiva, “Deadwing” è un buon album che forse può anche piacere. Forse potrà anche piacere molto, ma solo a chi non conosce il vecchi corso della band.
Tracklist:
01. Deadwing
02. Shallow
03. Lazarus
04. Halo
05. Arriving some in here but not here
06. Melleotron Scratch
07. Open Car
08. Start of Something Beautiful
09. Glass Arm Shattering
Commenti dei lettori (37)
direi che il disco è tutto in queste parole sulle quali concordo totalmente. "In Absentia" era più vivo, questo è in disco valido che però nn mi comunica le steese sensazioni del precedente. Sn un seguace dell'ultim'ora della band, ero rimasto contento del precedente, ma dopo "deadwing" e dopo averli visti dal vivo recentemente il mio interesse per loro scema notevolmente.
In Deadwing il discorso iniziato con In Absentia è stato portato
da Wilson alle estreme conseguenze, finendo così
per tirare fuori un disco più metal che prog, e questo è innegabile.
Non capisco però come questo debba essere motivo per stroncare Deadwing. Se Akerfeldt è stato contaminato da Wilson che c'è di strano se è
successo anche il contrario???
Che il nuovo batterista non sia Maitland lo sappiamo tutti, fa il suo lavoro alla grande anche se senza quella fantasia che ci si potrebbe (legittimamente) aspettare, e dal vivo non sbaglia una nota, come gli altri. A proposito di questo, poche volte ho sentito live un suono perfetto come quello dei PT!!!
Secondo me la traccia 5, Arriving somewhere but not here, è invece la migliore del disco, perchè unisce una parte iniziale (e finale) veramente prog, a una parte 'dura' esaltante e veramente metal!!
Se ci si aspetta un altro The Sky Moves Sideways o un altro On The Sunday Of Life si finisce col rimanere delusi, ma se si accetta l'evoluzione Deadwing diventa un buon disco...
Del resto per chi conosce i PT da tanto tempo... anche Signify è stato un fulmine a ciel sereno, per non parlare di Stupid Dream o In Absentia...
Wilson non è tipo da rimanere per molto uguale a sè stesso, ma è proprio questo che ci piace in lui, no??
Veramente emozinante!!
PS bel disco cmq!!
arriving somewhere è la migliore dell'album: gli stacchi heavy (molto opeth) al 6 min. è il crescendo della canzone e il picco massimo della sua potenza... il resto è semplicemente meraviglioso già al primo ascolto.
da rivalutare il voto ufficiale
Anche io penso che il voto assegnato sia un po' basso...
...Del resto i Porcupine sono una band geniale, Wilson un mito ( vedi anche il suo ulimo progetto Blackfield)..poi se li vedi dal vivo sono una forza della natura!
Mitici!
...percui è un'album, che anche se dalla proposta leggibile, strutturalmente complesso...
...cmq preferisco altri precedenti lavori, nonostante non noti assolutamente cadute: è una questione stilistica...ma non escludo che in un futuro tornerò a parlare e considerare questo Deadwing come un gioiello...
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