
"Questo è il disco più focalizzato sulla ritmica che abbiamo mai fatto."
Le parole di Geoff Tate che anticipavano il nuovo "Dedicated To Chaos" risuonano amare oggi, dopo il nostro ascolto dell'album. Se da una parte si può convenire con il singer circa la particolare attenzione posta su basso e batteria, a tal punto da rivedere i fantasmi di quel Tribe che tanto aveva fatto discutere, dall'altra dobbiamo necessariamente e definitivamente considerare la band di Seattle arrivata a un capolinea compositivo senza speranza di ritorno. La tendenza a privilegiare la ritmica alla melodia, a sprazzi echeggiante verso un nome "enorme" come quello dei Rush, si deve realisticamente accontentare di paragoni ben più degradanti, quali l'alternative e il rap (metal? Ma anche no), per una band che della melodia aveva fatto uno dei suoi punti di forza.
Intendiamoci subito: il dodicesimo album dei 'Rÿche, ancora una volta prodotto da Kelly Gray, è un gioiello dal punto di vista del sound, forse non per maniaci del vinile, viste le avanzate tecnologie adottate... Tanto che per apprezzarlo a pieno, ne consigliamo l'ascolto con cuffie Hi-Fi. Tuttavia questo non può essere sufficiente a giustificare una tracklist decisamente lunga (sedici brani) e molto poco ispirata, principalmente nell'impatto armonico e melodico, a cui sono preferiti l'arrangiamento e la base ritmica, talvolta in maniera così insistentemente farcita di elettronica da insinuare nell'ignaro ascoltatore il dubbio che i suoi beniamini si siano dati alla "dance" (parola che ha usato lo stesso batterista, Scott Rockenfield, del resto).
Lungi da noi voler banalizzare in un genere (la dance) le motivazioni del flop, anche perché siamo convinti che sia possibile sperimentare con successo una qualche contaminazione del nostro amato Metal. Quello che purtroppo è successo, nella fattispecie, è una totale sottomissione dell'intero processo compositivo nei confronti della ritmica: a farne le spese sono principalmente la melodia, l'interpretazione, l'atmosfera, del tutto a disagio se obbligati in una struttura semplificata e troppo scomoda per consentire la libertà melodica che gradiremmo da un album progressive. Lo stesso Tate è costretto a restare nei ranghi e ad adattarsi al piattume solo saltuariamente interrotto con virtuosismi forzati, quasi fossero nostalgiche valvole di sfogo (o forse, stando alle sue dichiarazioni, dovremmo considerarle poco più che "bravate" interpretative?) nei confronti di un ammodernamento che fa quasi tenerezza: ci riferiamo in particolare ai neologismi di cui i testi sono infarciti ("world wide web", "youtube", "apps") nonché alle storpiature tipicamente internettiane dei titoli dei brani.
Per non gettare tutto alle ortiche, con grande sforzo riusciamo a salvare alcuni passaggi, pressoché riconducibili al dinamismo à la Rush che sporadicamente (casualmente?) viene fuori, come nel caso dell'opener "Get Started" - che aveva davvero fatto ben sperare con il suo flavour hard rock - o dell'ottantiana "Higher", che non riesce purtroppo a decollare nonostante i tentativi di aperture e crescendo, e con un intermezzo di sax addirittura risibile. Altri due brani meritano menzione favorevole: "Broken" è sorretta da un raffinatissimo impianto strumentale, gli arrangiamenti sono di classe eccelsa, il sax contribuisce stavolta in maniera positiva e l'interpretazione di Tate, a tratti recitata, sofferta, è la ciliegina sulla torta; infine "Drive", che torna ancora su ritmiche Rush, è un brano ficcante, ben riuscito.
Tutto il resto è noia, tanto per parafrasare... L'alternative fa capolino nella sincopata "Hot Spot Junkie", che diviene presto una cantilena nonostante i tentativi corali - comunque fuori luogo - di dare colore, come pure nella successiva "Got It Bad", ancora strascicata e poco cantabile.
Si prosegue con qualcosa di più arioso, come "Retail Therapy", ma è giusto una boccata d'aria in un limbo fatto di reminiscenze: i tribali anni '80 di "I Believe" - siamo alla disco music; i controcanti sul refrain di "Luvnu" (Loving You, per i neofiti della rete) presuntuosi di spezzare l'alternative con richiami quasi "Operation: Mindcrime"; l'inascoltabile rap di "Wot We Do"; "Big Noize", naturale - soporifera - conclusione di un platter che aveva già raschiato il fondo del barile con "I Take You", e il cui torpore era stato piacevolmente disturbato dal cambio repentino di tempo sullo sbarazzino finale di "The Lie"...
La conclusione è scontata, e non sarebbe potuto essere altrimenti. Supponiamo che nemmeno chi apprezza il "nuovo corso" dei Queensrÿche griderà al capolavoro per "Dedicated To Chaos", e speriamo che il trend negativo possa far rinsavire i nostri, prima o poi. Per il momento le speranze restano piuttosto vane, visto che sull'onda dell'entusiasmo per questo album, la band ha già avviato il songwriting per il successivo. Vorremmo dirvi che di peggio non si può fare, ma purtroppo, rabbrividiamo, non è così...
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Tracklist:
Commenti dei lettori (19)
Da Hear In The Now Frontiers a Tribe ho sempre cercato (e trovato) qualcosa di valido da salvare (in alcuni casi trovando delle hit come spOOl, Anytime Anywhere, Hit The Black, Scared Ground, The Right Side Of My Mind, Open, Desert Dance, Rythm Of Hope).
Ho sussultato di gioia sul ritorno in pompa magna di Operation: Mindcrime II e American Soldier (quest'ultimo più un disco solista di Tate ma comunuqe valido).
Ma questo Dedicated To Chaos proprio no...
L'ho ascoltato ininterrottamente e ripetutamente per 2 settimane, cercando di trovare un perché... non ci sono riuscito.
Riesco solo a salvare "Get Started", "Retail Therapy", "At The Edge", "Broken" e "Drive". 5 pezzi su 16, un pò pochino, se poi si conta che questi pezzi risaltano più perché il resto mi ha fatto accapponare la pelle piuttosto che per effettivi meriti assoluti (forse solo "At The Edge" e "Broken" reputo ottime song in senso assoluto).
Ma proprio non posso tollerare i Queensryche imitare i Red Hot Chili Peppers in "Got It Bad" (OSCENA!!!), o rompere la minchia a ripetizione con la cantilena "I Believe", per non parlare di "Wot We Do"... e non proseguo perché mi piange il cuore.
Poi dove è finito Micheal Wilton. La sua chitarra raramente fa capolino e i suoi assoli (quando ci sono) sembrano buttati li a caso (basti ascoltare "The Lie").
La produzione di Kelly Grey soffoca le dinamiche della batteria e rende un pastone il suono globale.
Sostengo la teoria che questo sia di nuovo un disco solista di Geoff Tate con i 'ryche dietro a fare da meri esecutori, e mi rammarico nel constatare che il trentennale della band sia stato celebrato dal disco meno ispirato e riuscito... no, ok, una vera ciofeca.
Quando poi scimmiottano gli U2 il vomito affiora prepotente........
pensare che sia dei 'ryche fa abbassare il voto a sotto la sufficienza
22/09/2011
Bisogna chiedere a Geoff Tate di cambiare nome, perche' questi sono la caricatura dei QR.
E almeno uno si va a risentire Mindcrime, Empire o
RFO.
Soldi buttati.
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