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recensito domenica 27 maggio 2012 alle 00:00 da Vittorio Cafiero
Demonocracy
 

Demonocracy



2012, Metal Blade Records
Death
Voto della redazione

Bello senz'anima. Anticipato dall'EP Gloom dell'anno passato, ecco Demonocracy, terzo lavoro sulla lunga distanza dei “cowboy” dell'Arizona. L'ex (ma decisamente ex) combo deathcore si ripresenta sulla scena con due nuovi membri (Nick Schendzielos al basso, dai Cephalic Carnage, Tony Sannicandro, alla chitarra) e, soprattutto, con un lavoro ancora una volta formalmente perfetto ma che, rispetto alle precedenti uscite, lascia una forte sensazione di incompiuto nell'ascoltatore.

Ma andiamo con ordine. Esorditi nel 2005 con l'EP Doom, classico esempio di deathcore a denominazione controllata, i nostri sono stati giustamente inseriti nel calderone delle band a stelle e strisce che fondevano la brutalità del death metal con la sfrontatezza e la spigolosità del metalcore più di tendenza all'epoca. Ma tale catalogazione è stata subito stretta ai nostri, che, già con il primo full-lenght Genesis, hanno subito palesato il loro essere più vicini ad un death metal sì moderno, ma ben lontano dai canoni delle band dalle frangette stirate e dalle magliette taglia XS, se mi passate la retorica...Con il successivo Ruination del 2009 tale distanza si è fatta ancora più marcata, attraverso un lavoro che fondeva la pesantezza del precedente con una nuova ed evidente maturità, fatta di arrangiamenti di categoria e di una preparazione tecnica sopra le righe.

Ma tante volte il troppo stroppia e pare proprio che il risultato di questa nuova fatica sia un lavoro di elevata caratura tecnica, ma privo di mordente, dove difficilmente si riesce a trovare qualche momento davvero trascinante. In sostanza, i Job For A Cowboy hanno forse esagerato nel tentativo di essere perfetti, tanto da mostrare notevoli carenze in termini di songwriting. Ripeto è evidente la preparazione, il dinamismo delle partiture, l'ambizione di essere il meno banali possibile, ma traccia dopo traccia si ha l'impressione di trovarsi davanti ad un enorme contenitore di riff, di cambi di tempo, di variazioni sul tema, di stacchi e ripartenze e di assoli fulminanti, ma....tutti fondalmente fini a se stessi e non attributi di quello che, invece, secondo il parere di chi scrive, dovrebbe essere l'elemento portante di un buon album, ossia la canzone in quanto tale.

Difficile quindi passare in rassegna i vari pezzi e riuscire a caratterizzarli per delle proprie specificità. Si possono menzionare l'ottimo lavoro della chitarra solista nell'opener Children Of Deceit, l'intelligenza del testo della brutale Nourishment Through Bloodshed (o della successiva Imperium Wolves, a voi la scelta, tanto i due pezzi sono sostanzialmente intercambiabili tra loro), il persistente macinare del basso in Tongueless And Bond...si procede e, fra un passaggio intricato e l'altro, si fatica a scovare una scintilla che renda i pezzi davvero coinvolgenti. La complessità cronica di un pezzo come The Manipulation Stream impressiona, ma viene velocemente dimenticata, mentre The Deity Misconception, con la sua furia al limiti del grind, difficilmente invita a premere sul tasto “loop”, per usare un eufemismo. Fearmonger si solleva grazie (ancora!) all'assolo di chitarra e si chiude con una Tarnished Gluttony che punta sulla chiusura anthemica, ma con risultati ordinari. E' un death metal da ascoltare “da fermi” e sono convinto che anche la resa live di questi pezzi lascerebbe interdetti. Lo ripeto, massima stima per la maestria dei nostri, ma in questo caso sembra che la pura accademia abbia prevalso sull'ispirazione.

Dispiace davvero assegnare una valutazione mediocre ad una band valida come i Job For A Cowboy, specialmente dopo le ottime cose realizzate in passato. La sufficienza risicata viente strappata grazie ad un lavoro formalmente perfetto, ottimamente suonato (chitarra solista in primis, ma ogni strumentista davvero colpisce per maestria e precisione), tuttavia caratterizzato da una brutalità poco trascinante e da una freddezza generalizzata. Una sufficienza basata sulla fiducia. Fiducia (speranza?) che la band abbia desiderato mettere in primo piano la preparazione tecnica dei nuovi arrivati, perdendo il focus sull'organicità dei pezzi e con un amalgama ancora in divenire. Il prossimo album sarà dunque cruciale nel caratterizzare positivamente o negativamente il futuro del gruppo.

 

Vittorio “Vittorio” Cafiero

 

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Tracklist:
1.Children of Deceit     
2.Nourishment Through Bloodshed
3.Imperium Wolves
4.Tongueless and Bound     
5.Black Discharge     
6.The Manipulation Stream     
7.The Deity Misconception     
8.Fearmonger     
9.Tarnished Gluttony

Durata: 40 minuti c.a.

Line-up:
Jonny Davy - Vocals
Jon Rice - Drums
Alan Glassman - Guitars
Nick Schendzielos - Bass
Tony Sannicandro - Guitars

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2 commenti - Mostrati da 1 a 20 - Pag: 1
grutle_kjellson (27/05/2012 10:23)
0
L'hype intorno a questi ragazzi è quasi più grande di quello intorno ai Baroness, il che è tutto dire. Sotto il vestito, niente.
knightriderofdoom (27/05/2012 10:47)
0
A me non è piaciuto proprio per niente. Sufficienza ad essere generosi, ma per me questa roba si becca un 50/100. Qui calza a pennello il modo di dire "tanto fumo e poco arrosto."
Aggiungo che, per quanto mi riguarda, questa band è stata un po' troppo sopravvalutata.
2 commenti - Mostrati da 1 a 20 - Pag: 1
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