
Permetteteci uno sfogo patriottico.
Vedere un pachiderma del progressive rock, un nome così altisonante uscire per la "nostra" indipendente Frontiers Records, ci inorgoglisce enormemente, sebbene veniamo ben presto riportati con i piedi per terra dalla cruda realtà dei fatti, ovvero dall'irreversibile stato di disgrazia del mercato discografico che vede le major via via abbandonare tutte le proprie certezze.
Era già stata la volta dei Journey, quindi dei Toto (ripescati poi per il rotto della cuffia grazie a fortunate operazioni commerciali) e ora tocca agli Yes, una band che non ha certo bisogno di presentazioni, e che torna alla ribalta con il suo ventesimo disco da studio, dieci anni di silenzio dopo Magnification, interrotti solo da compilation e live album.
La novità più eclatante è l'avvicendamento, dietro al microfono, tra il dimissionario Jon Anderson e il neo-acquisto Benoît David. Il primo, storico e carismatico frontman della band, aveva accusato problemi respiratori poco prima di partire per il tour del 2008, e veniva per questo sostituito in fretta e furia dal canadese, scovato da Chris Squire curiosando in quel calderone chiamato Youtube, da cui sempre più spesso i grandi musicisti attingono. David cantava, manco a farlo apposta, in una cover band degli Yes chiamata "Close To The Edge", e da perfetto sconosciuto diventa il perfetto sostituto: detto e fatto, Squire dà un tutt'altro che diplomatico benservito ad Anderson, che scrive una lettera di disappunto sul suo sito web e incassa, promettendo implicitamente battaglia con un imminente progetto solista.
Chiuso il tour, arriva il momento di pensare ad un nuovo album. Corsi e ricorsi storici, dovremmo dire, perché Squire tira fuori dal cilindro una suite (la titletrack, appunto) scritta ai tempi di Drama, ma mai registrata. Per l'occasione viene richiamato in veste di produttore quel Trevor Horn, singer dei The Buggles che aveva prestato la sua voce proprio sul disco del 1980. Il passo è breve, dunque, per arrivare a Geoff Downes, anche lui su Drama, che prende il posto di Oliver Wakeman, figlio del grande Rick. La stessa "Life On A Film Set" è un brano d'archivio, essendo la rivisitazione di una demo-song dei The Buggles inizialmente intitolata "Riding A Tide", mai rilasciata ufficialmente.
A dispetto di una marea di critiche preventive, che avevano già bollato il disco come il disastro del secolo, "Fly From Here" si rivela invece il miglior lavoro degli Yes da trent'anni a questa parte.
La band gioca immediatamente la carta dell'epica suite che dà il titolo al disco, per chiarire fin da subito che il songwriting è ispiratissimo, gli arrangiamenti sono sontuosi, le melodie sognanti e la voce di David - come potrebbe essere altrimenti? - si adatta perfettamente al sound degli Yes, riportando alla memoria, in più di un'occasione, hit settantiane come "Roundabout" o "Fragile"; sound che si impreziosisce con il primo piano delle chitarre di Steve Howe, che, abbandonate le trovate quasi pop degli eighties, torna ad un riffing più diretto, esaltato dalla produzione cristallina di Horn. Vengono meno gli istrionismi individuali, e anche i momenti strumentali, come la scherzosa "Solitaire", risultano corali e affascinanti.
Tutte le melodie dei refrain, nessuno escluso, risultano ficcanti, e altrettanto azzeccata risulta la scelta dei tormentoni riproposti a più riprese, come il tema introdotto in forma strumentale nella "Overture" e cantato in "Sad Night At The Airfield". Il secondo movimento della suite, "We Can Fly", si candida a miglior brano del disco, seguito a ruota da "Hour Of Need", davvero esaltante per melodie e accompagnamenti.
Paragonato a questi highlight, "The Man You Always Wanted Me To Be" sembrerebbe poco più di un filler, ma vi garantiamo che anche questo pezzo varrebbe da solo l'acquisto del disco!
Chiude la tracklist "Into The Storm", che strizza l'occhio al progressive più spinto, con le sue psichedelie, i suoi cambi di tempo e la sua freschezza, con un David che partecipa anche alla composizione quasi a sottolineare la sua completa integrazione nella band.
Menzione obbligata per l'artwork, realizzato dal grande Roger Dean, da sempre un elemento di riconoscibilità e garanzia per gli album degli Yes.
Assolutamente da non perdere dunque, questo "Fly From Here", curato anche nel package: ce n'è per tutti i gusti e per tutte le tasche. Dal normale CD al CD+DVD (che include venticinque minuti di "Making Of" e il videoclip di "We Can Fly") in formato digipak, dall'LP vinile all'edizione Box Set, che include tutti i supporti.
Discutine sul forum, nel topic ufficiale degli Yes!
CD Tracklist:
Formazione:
Commenti dei lettori (14)
L'intervento è "a sostegno" del commento che mi precede.
Anch'io ho sempre trovato la voce di Jon Anderson veramente troooooppo stridula e troooooppo acuta come avevo già scritto nella recensione a "Yessongs".
Musicalmente strepitosi, tecnicamente divini, ma quella voce là faccio proprio fatica a mandarla giù se non a dosi piccolissime.
Quasi quasi do un ascolto a questo cd...
Una delle cose migliori sentite negli ultimi anni nel progressive rock. Anche io preferisco la voce di Benoit, bellissima.
Complimenti agli Yes, autori di un disco IMPRESCINDIBILE per gli amanti del progressive e complimenti, ancora una volta alla Frontiers, che ormai è la vera Major del settore melodico.
Andate a comprarlo al volo se vi piace il genere.
Le ho sentite tutte...........
Tornando all'album in questione, sì carino e in classico stile Yes però l'unica sorpresa degna di nota è la final track "Into The Storm": un pezzo riuscitissimo e finalmente con un po' di tiro! Sembra venire direttamente dallo "Yes Album" e da solo vale il prezzo del disco. Ho goduto.
22/09/2011
Accesso utenti