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recensito giovedì 02 marzo 2006 alle 00:00 da Luca Palmieri
Killers
 

Killers

Iron Maiden
1981, EMI
Heavy
Voto della redazione

LINE Up
Paul Di' Anno - V
Adrian Smith - G
Dave Murray - G
Steve Harris - B
Clive Burr - D

E' sempre difficile per un recensore avviarsi a commentare un album storico, classico, immancabile nella collezione di qualsiasi metaller. Di solito ci si perde nella adorazione anche del più breve riff, e nella glorificazione di questo o di quell'assolo. Cercherò di essere quanto più possibile obiettivo ed oggettivo nel recensire queste perla di album.

LA STORIA

Siamo nel 1981, Steve e co. sono reduci dal successo del loro primo album, e ingaggiato come produttore il celebre Martin Birch, si chiudono in sala registrazione per riarrangiare alcune loro vecchie canzoni e per crearne di nuove. La formazione subì un cambiamento proprio alcuni giorni prima della recording-session, quando Dennis Stratton abbandonò i Maiden per divergenza di gusti musicali (Dennis era un fan sfegatato dei Led Zeppelin, e formerà in seguito i LionHeart), e fu rimpiazzato da un vecchio amico di Dave, Adrian Smith; tornando alla genesi dell'album, aggiungo solo che l'apporto di Adrian fu alquanto benefico per la band: suoni più compatti, più compressi e assoli molto più armonici e veloci. "Killers" riprende in pieno lo stile del precedente disco, ma ne migliora la tecnica e l’ attitudine, mantenendone immutata la potenza. Il tutto grazie al già citato Martin Birch.


TRACK BY TRACK

The Ides of March
Intro molto suggestiva, nella quale subito si possono apprezzare le migliorìe nel sound apportate da Adrian. Clive poi fa da sfondo con un pattern molto ricercato e studiato. L’assolo che occupa il centro del brano è così dolce ed emozionante che sembra parlare. Una intro davvero azzeccata (Se ne ricorderanno l'anno dopo i Judas Priest in "The Hellion"). Toccante.

Wratchild.
Parte con un aggressivo riff di basso, dopodichè entrano le chitarre con un trascinante riff. Il testo è, come gran parte delle canzoni scritte negli “early days”, molto adolescenziale: un ragazzo cresciuto nel male dell’umanità, viaggia per il mondo alla ricerca del padre (per riabbracciarlo, o per vendicarsi? “I’m coming to get you!”). Il sound è il classico della NWOBHM, curato nei minimi particolari, col basso molto presente e un chorus coinvolgente; memorabile la prestazione di Paul, graffiante e cattiva. Una canzone immediata e veloce, riproposta quasi sempre nei tour della band. Rabbiosa.

Murders in the Rue Morgue.
Questo brano è sicuramente uno dei capolavori di quest’album. E’ uno dei pochi ad esser stato composto ex-novo, e la maturità aquisita in questi anni si percepisce subito. Innanzitutto il testo: curato, ben scritto, e come avrete dedotto dal titolo, liberamente ispirato all’opera omonima di E. A. Poe. L’intro è emozionante, 20 secondi di incantevole melodia che sfociano in un tempo serrato che ben riflette il carattere della canzone e del testo: un uomo che si ritrova sulla scena del crimine (sarà stato lui o no ad uccidere le due vittime? “I got some blood on my hands”) e che inseguito dalla gendarmèrie fugge a Sud in Italia. Un ottimo esempio di perfetto rapporto tra tematica e sound. Come al solito, basso molto presente, chitarre aperte e compresse e ottima linea vocale. Clive, dal canto suo, non annoia mai coi suoi ritmi alternati. Un classico del repertorio, che purtroppo viene proposto di rado nei tour. Incalzante.

Another life.
Stavolta l’intro è affidata a Clive, con un giro di tom e timpano semplice ma efficace, così come il testo, breve e criptico (chi sarà il malcapitato immerso nell'atmosfera tenebrosa di una vita angosciata da presenze maligne? “Sweet voices come into my head”). Una canzone diretta ed essenziale, ed è facilmente deducibile che sia una vecchia creazione di Steve poi riarrangiata per l’occasione. Sintetica.

Genghis Khan.
Il testamento musicale di Clive. Molti saranno d’accordo con me su questa definizione, però è d’obbligo una precisazione: il testamento non risiede nel velocissimo intermezzo di questa strumentale, ma in tutta la canzone; la genialità di Clive sta nel dipingere con bacchette e batteria al posto di pennelli e tela l’immagine dell’immenso esercito mongolo del comandante Khan, un esercito che marcia lentamente, composto e quadrato, che appena vede il nemico alza le lance al cielo e corre inesorabile verso di lui. E’ tutto lo sviluppo dei pattern, che raggiunge l’apice nella fuga, ad essere maestoso. E, come incredibili compagne di questa immaginaria cavalcata, le chitarre, velocissime e serrate. Epica.

Innocent Exile.
Dopo l’abbuffata di note della canzone precedente, c’è bisogno di un po’ di calma: Steve dà il via a questo brano con un giro di basso molto particolare, al quale seguitano le chitarre con un riff anch’esso caratteristico. Il testo, cantato molto bene da Paul, racconta ancora di un assassino (d’altronde l’album si chiama “Killers”...) in fuga: “I'm running away, nowhere to go”. Nel mezzo, ancora il giro di basso che fa da preludio a due assoli veloci e taglienti. Una canzone dove si mettono in mostra le immense doti degli strumentisti, mascherate dalla semplicità della struttura del brano. Concisa.

Killers.
“A voice inside me compelling to satisfy me”... Una voce dentro l’assassino, che chiede sangue e morte. Il brano inizia con un oscuro giro di basso, sul quale echeggiano le urla furiose di Paul, poi esplode in un fiume in piena di aggressività e cattiveria, nel quale si incastrano ritmiche sostenute e riff graffianti, adagiate su un tappeto di percussioni incalzanti e nervose. Il testo parla dei sentimenti di un assassino, che vaga per la notte nelle stazioni della metropolitana in cerca di una appetibile preda, colpevole di non camminare protetta dalla luce (“Another tomorrow, remember to walk in the light!”); un assassino che sembra non conoscere la parola pietà, ma che alla fine si rivela nel suo doppio ego interiore: “Oh God help me what have I done? / Oh yeah, I've done it!”. Gli assoli sono spettacolari, al fulmicotone,veloci e potenti. Un capolavoro assoluto, una perla del repertorio Maiden; a volte mi chiedo come sia possibile che un giovanotto di 26 anni abbia potuto concepire una canzone del genere. Assassina.

Prodigal son.
La ballad dell’album. Ma per certi versi è la ballad per eccellenza dei Maiden; in verità, Steve e soci ne hanno scritte pochine di canzoni lente e melodiche (Strange World, Journeyman), e secondo il mio modesto parere, il primato spetta proprio a “Prodigal son”. Il testo racconta di un uomo alle prese col Maligno (forse Faust? “The devil's got a hold of my soul, and it's driving me mad”), e la storia si snoda su melodie dolci di chitarra acustica; la voce è calda e ben adatta alle tematiche; il basso si fa sentire soprattutto con licks efficaci e indovinati, ben sostenuto dalla linea ritmica di Clive. Una bellissima ballad, che colpisce per la sua semplicità e naturalezza. Atmosferica.

Purgatory.
Dopo la quiete, ecco la tempesta, sotto forma di una canzone che esprime tutti i canoni dell’heavy metal: velocità, potenza e aggressività. Il brano inizia col riff di Dave sul quale si inserisce la ritmica pressante di Adrian, che fanno da sfondo al pezzo forse più impetuoso dell’album. Coi canoni dei nostri anni, potrei senza dubbio parlare di “Purgatory” come un pezzo power, che si esprime su b.p.m. alti grazie agli incalzanti patterns di Clive, contornati dalle cavalcate di Steve. Il testo è molto “ermetico”, e, forse, parla di esperienze extra-corporee ed extra-mentali (“My body tries to leave my soul”). L’unico punto di respiro è il break che segue il chorus, tappa che serve a preparare le orecchie agli assoli. In breve, un brano spaccaossa che vi farà sobbalzare dalla sedia. Schiacciasassi.

Twilight Zone.
Altra canzone appartenente al repertorio Smiler di Steve. Struttura classica, strofa e chorus, che non rende merito alla finezza del testo, che parla di un uomo morto ma che continua a vivere da fantasma vicino alla sua donna amata (“When she stares at me, she can't see nothing at all”, deja-vu di “Ghost”?). La storia si sviluppa su un tempo abbastanza sostenuto, dove il basso spadroneggia.Una canzone che non si stampa in mente come melodia, ma il cui testo è davvero incantevole. Commovente.

Drifter.
Ultima canzone dell’album, anch’essa risalente all’era pre-Maiden di Steve. Stavolta il protagonista è un uomo misterioso, che vaga cantando una sua canzone (“I'm gonna keep on roaming gonna sing my song”). La musica è divertente e veloce, che non manca di mettere in mostra la potenza soprattutto negli assoli e nel lungo “encore” che porta alla conclusione del disco. E’ evidente che la seconda metà della canzone è stata aggiunta in fase di riarrangiamento, dato soprattutto il fatto che ad essa veniva affidato l’ònere della chiusura; brano esaltante ed allegro. Trascinante.


SOUNDS GOOD?

Voce.
Ottima prestazione di Paul, efficace nelle parti rudi come negli spezzoni soft. Come disse Steve in un’intervista, Di' Anno aveva un gran dono, la voce, che purtroppo ha dissolto nel fumo e nelle droghe. Un Paul così non lo si è visto più, nemmeno in questi anni nei quali canta in varie cover-band dei Maiden (Children of the Damned). Peccato, un vero talento, che si è perso per strada. Rimane quest’album a testimonianza delle sua grandi qualità.

Basso.
Che dire? Ogni in parola può risultare in più sulle doti di Steve. Semplicemente eccelso, unico e inimitabile. Il cuore della favola Maiden.

Batteria.
Clive ai suoi massimi livelli. Nemmeno in “The number of the Beast” riuscirà a proporsi in maniera così varia e così efficace. Ma la cosa più impressionante è che la magia del suo stile non risiede in virtuosismi particolari (Doppia cassa, doppio pedale...), ma solamente nella sua semplicità e varietà. Nessuna canzone ha la linea ritmica uguale e nemmeno simile alle altre. Una divinità della batteria. Purtroppo, come molti di voi sapranno, oggi è costretto sulla sedia a rotelle dalla sclerosi multipla. In bocca al lupo, Clive; buona vita.

Chitarre.
Applausi a Dave per aver presentato Adrian alla band. Il suo apporto è stato fondamentale per rendere le canzoni più complesse dal punto di vista strutturale, e per creare quelle magnifiche melodie ed assoli (Un esempio del salto di qualità con Adrian? Ebbene, egli è stato l’ideatore del riff che fa da sfondo alla strofa di “Killers”). Dave, dal canto suo, riesce sempre a stupirci con i suoi riff e assoli puliti, veloci e impeccabili.

Produzione.
Grande merito del rinnovamento del Maiden-sound va a Martin Birch. Steve ha dichiarato più volte di odiare “Iron Maiden” proprio per la produzione di basso livello. Ottimo lavoro nel rendere più caldi i suoni e nel far esprimere Paul ad alti livelli.


COMMENTI FINALI
L’album nel suo complesso fa parte sicuramente della storia dell’heavy metal. Vi troviamo all’interno tutte le caratteristiche che saranno seminali per le band che prenderanno spunto dai Maiden negli anni a venire. L’unico neo di che si può attribuire a “Killers” è la puerilità di alcuni testi e strutture compositive; ma teniamo conto che Steve e compagni erano ragazzi che sfioravano appena i 26 anni a quei tempi, possiamo quindi chiudere un occhio su ciò. Dopo l’ascolto le canzoni rimangono fisse in testa grazie alla loro semplice eppur affascinante melodia. Come si sa molti brani sono diventati dei classici che vengono riproposti spesso e tutt'ora in sede live. Sinteticamente, l’album è un capolavoro.


TRACKLIST 1. The Ides of March 2. Wratchild 3. Murders in the Rue Morgue 4. Another life 5. Genghis Khan 6. Innocent Exile 7. Killers 8. Prodigal son 9. Purgatory 10. Twilight Zone 11. Drifter

Recensione a cura di Luca “NikeBoyZ” Palmieri
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216 commenti - Mostrati da 1 a 20 - Pag: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 avanti >>
Alessandro Zaccarini (02/03/2006 14:31)
0
Dopo Iron Maiden, il loro migliore. L'ultimo disco con dei veri, grandi Iron Maiden.
Gaetano Loffredo (02/03/2006 14:34)
0
Un capolavoro.
Però dire che è l'ultimo disco dei veri e grandi Iron Maiden zacchete... mh... spero tu stia scherzando eh? ;)
nik76 (02/03/2006 14:36)
0
...un solo piccolo passo sotto Iron Maiden-1980 che presenta delle atmosfere uniche ed indescrivibili a parole; un capolavoro dell'heavy targato Maiden della prima loro immensa Era pre Bruce...pura ed irrinunciabile bellezza fatta musica
HARD_ROCK_METAL (02/03/2006 14:45)
0
FINALMENTE LA RECENSIONE DI "KILLERS"DOPO TANTO TEMPO! UN GRANDISSIMO ALBUM SEPPUR LEGGERMENTE "INFERIORE" AL DEBUT ALBUM, PER QUANTO PUO' ESSERE "INFERIORE" INTENDIAMOCI... WRATCHIIIIILDDDDDD !!!!!!
Quorthon '88 (02/03/2006 14:48)
0
Dopo il fantastico ed immortale debut ecco un'altra perla di heavy metal: KILLERS. Grandissimo disco, spacca di brutto e carica a manetta. UP THE IRONS!!!!!!!

WRATCHILD!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
ironzeppelin (02/03/2006 14:54)
0
il mio preferitosarà sempre il primo(e anche the number) ma killers questo è un capolavoro immortale e Paul di Anno è un mito!

canzoni come wratchild, murders, killers, another life, twilight zone, purgatory sono incise nella storia della nostra musica!

killers è una tra le mie dieci dei Maiden!

OOOOO i'm cryin.......
OOOOOO deep inside me...
OOOOOOcant't you see me
AAAAAAAAAA can't you feel me!!!!!

UP THE IRONS!
SteelGuardian (02/03/2006 15:05)
0
...un frammento della Storia dell'Hard'n'Heavy...
...l'ultimo di Di Anno, qui eccezionale...
...puerilità o no, un vero colosso!!!

Stefano Ricetti (02/03/2006 15:15)
0
Confermo quanto da me affermato nell’intervista che mi è stata fatta su TrueMetal l’anno scorso a precisa domanda e che riposto di seguito.

Steven Rich/Iron Maiden: un rapporto burrascoso di amore/odio che talvolta traspare nei tuoi scritti, vuoi dirci di più?

Rispondendo a questa domanda so di procurarmi l’antipatia di due lettori su tre (come minimo) ma bisogna avere il coraggio di esprimere il proprio pensiero, anche a costo di risultare impopolare. Pur riconoscendo il valore di album come (fra i tanti) The Number of the Beast e Powerslave con Bruce Bruce alla voce, i veri, rozzi e tamarri Iron Maiden sono finiti nel 1981, dopo lo split con Paul Di’Anno. Iron Maiden e Killers rimangono i loro capolavori assoluti e Paul Di’Anno il VERO cantante della vergine di ferro. Il periodo successivo con Bruce Dickinson ci ha consegnato una band diversa, grande finché si vuole, ma che degli Iron Maiden originali conservava solo il logo!
nikeboyz (02/03/2006 15:21)
0
SteelGuardian ha detto:


Beh, sono felice che la recensione ti sia piaciuta... Sai com'è, scrivere per la prima volta su TM e farlo su di un album storico è un bell'onere/onore.
Spero di scrivere più frequentemente per TM
fingolfin82 (02/03/2006 16:08)
0
Grandissimo disco, un pelino sotto il primo. Pur adorando anche ciò che è stato prodotto in seguito, per me i Maiden stradaioli dei primi due dischi rimarrano sempre inarrivabili.
fingolfin82 (02/03/2006 16:08)
0
Fabio82 (02/03/2006 16:12)
0
Non resta che condividere in pieno il commento di Stefano Ricetti!! l'unica nota stonata del biennio Di'Anno è la produzione non proprio eccelsa del disco d'esordio...
SVFilth (02/03/2006 16:30)
0
Spettacolare, come ciò che è venuto prima e anche ciò che è venuto dopo, almeno fino al 1984.
E chi l'anno scorso era al Gods ha potuto godere della performance stellare di Mr.Dickinson su pezzi come (fra gli altri) "Wrathchild", "Murders In The Rue Morgue", "Another Life" e "Drifter".
Che dire?!? Up The Irons!!
filippo benedetto (02/03/2006 16:50)
0
Continua l'avventura con Di Anno, dopo l'esplosivo esordio "Iron Maiden". Il disco fu registrato in tempi contingentati, ma il risultato fu un altra perla d'album. Con alla console Mr Martin Birch (il sogno si avverò: gli Iron prodotti da una vera e propria leggenda in campo produzioni heavy rock... a proposito, ma perchè non si affidarono da subito a Birch??) il sound si fa più preciso e tagliente e il songwriting sprigiona immediatezza e un pizzico di "elaborazione" in più.

Wrathchild, Murders, Innocent exile, Killers, Drifter, Genghis Khan, Prodigal Son.... che delizia per il palato.

Grandi erano, grandi rimangono.
nikeboyz (02/03/2006 16:59)
0
@filippo benedetto
Steve dichiarò in un'intervista che non contattò Martin Birch perchè non avrebbe mai pensato che un "mostro sacro" come lui avesse voluto interessarsi a lro
filippo benedetto (02/03/2006 17:05)
0
lo so benissimo. Era una MIA domanda retorica. figurati se non so anche i giorni in cui vanno al bagno gli iron :)
GIX (02/03/2006 17:32)
0
un po' piu lunga e faceva provincia, sta rece :D

Killers è forse quello che mi appassiona di meno fra i "grandi sette", ma è anche uno di quesi dischi che si ascoltano più volentieri, per la sua genuinità e catchiness. by the way, su questo stile è meglio il debut album, qui c'è qualche filler di troppo.

Killer Album! :)
zukov (02/03/2006 18:02)
0
14 anni, i Maiden a Discoring, il mio primo disco... e l'ultimo dei veri Maiden. Potevano essere tre se quel pazzo di Di'Anno si faceva di meno, allora anche The Number sarebbe entrato nel mio olimpo personale (sottolineo mio, a me Bruce a sempre fatto cagare con quella voce da chierichetto).
nargotrhond (02/03/2006 18:44)
0
Parlando di killers è sempre difficile fare confronti e quindi poter dire è inferiore o superiore. I maiden le cose le han sempre fatte alla grande fino al 1988 e se proprio si vuole si può escludere dal lotto degli over 90 Somewhere in Time, di sicuro il più debole....ma come detto i confronti sono molto soggettivi. Ritornando a killers secondo me in questo album il suono si fa ancora più metal; ai tempi il metal c'era già da qualche anno (dal 1977 può andare...?), ma il suono era forse troppo derivativo dell'hard-rock. In questo senso Killers è un passo avanti rispetto ad Iron Maiden, i voti poi non contano....UP THE IRONS!
poluz76 (02/03/2006 18:57)
0
Ho messo il voto basso per farmi leggere! È chiaro che questo è un disco “oggettivamente” meraviglioso sotto tutti i punti di vista. È anche evidente che agli albori della NWOBHM i Maiden cercavano ancora una loro identità che a suo tempo era ancora molto influenzata dai ’70, Deep Purple ed urgenza punk di cui Paul Di Anno ne era un esponente in precedenza. Commento il disco in base al trasporto dei ricordi perché i pezzi sono fermati tutti a fuoco nella mia memoria. Stupenda Purgatory e la sua copertina in 33 giri. Prodigal son è ancora uno dei pezzi più dolci della loro discografia. Drifter: viva gli zingari! Le Idi di Marzo la suonavo da giovane ma non fregherà a nessuno. Nel complesso pur nell’acerbità della proposta il disco aveva comunque intenti rivoluzionari e importanti: basti pensare che la produzione del suddetto come di molti altri loro lavori era affidata a Martin Birch che aveva già contribuito a rendere immortali i Deep Purple. Per tutti i “giovini” un disco spaventoso che non accusa l’età , disco ruvido e dalla violenza urbana. L’ABC per comprendere ed approfondire meglio la musica che amiamo. Ma c’è qualcosa del gruppo che si può scartare?
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