Questo disco rappresenta per molti uno dei capitoli principali della Bibbia della chitarra shred, cioè di quel particolare modo di rapportarsi alla sei corde, diffusosi intorno ai primi anni ’80, che faceva letteralmente “a pezzi” quelli che erano i riferimenti tecnico/stilistici dei chitarristi degli anni precedenti (vedi Blackmore, Page, etc.).
Quest’ album rappresenta una specie di manifesto esemplificatore dei principi, già introdotti precedentemente da gente come Malmsteen o Satriani, che animavano i chitarristi shredders dell’ epoca: spingere nel heavy-rock il dualismo uomo-chitarra elettrica oltre l’ inverosimile, mantenendo però integro l’ amore per lo strumento.
L’ autorevole rivista
Guitar Player sentenziava negli anni ’90: “Qualsiasi chitarrista che faccia un disco puramente basato sui funambolismi tecnici porterebbe l’ascoltatore a spegnere il riproduttore dopo 2 minuti. Fortunatamente esistono chitarristi che all’ incredibile capacità tecnica riescono ad aggiungere una buona dose di immaginazione, gusto personale e melodia”.
Tra questi c’è senz’altro il Jason Becker di questo splendido gioiello di album: il suo tocco, il bending, i trilli, gli slide, i vibrati e tutti gli abbellimenti di ogni brano servono come espressione di una musica sublime che, generata dal suo cuore, affluisce in presa diretta allo strumento attraverso le sue dita. Non c’è una singola track dove possa essere riscontrato l’auto-compiacimento dell’ autore nell’esercizio ipertecnico.
Tutte le progressioni, la velocità di esecuzione e le incredibili tecniche utilizzate sulla chitarra hanno una loro ragion d’ essere, sono parte integrante dell’ armonia generale del pezzo. Basta ascoltare brani come
Altitudes o
Opus Pocus, dove si arguisce l’ amore dell’ autore per strutture melodiche tipiche della musica orientale, per capire cosa intendo; fino ad arrivare agli incredibili 6 minuti semi-acustici della melanconica e riflessiva, ma allo stesso tempo struggente,
Air. Non mancano i momenti più aggressivi come nella title-track, in
Dweller In The Cellar, in
Temple Of The Absurd dove tra sweep-picking, soli armonizzati e sventagliate di pentatoniche la chitarra di Becker sembra quasi urlare tutta la sua rabbia. Proprio di questi due ultimi pezzi e di
Eleven Blue Egyptians, brano che presenta ispirate intrusioni nel blues, è ospite e co-autore delle songs l’ amico fedele Marty Friedman; egli con Jason (quando questi aveva solo 17 anni!), sotto il fulgido nome di Cacophony, aveva inciso l’ anno precedente un lavoro dal titolo “Speed Metal Symphony” che aveva già sconvolto la comunità dei virtuosi di tecnica chitarristica.
Ad accompagnare Jason dietro le pelli invece troviamo l’ incredibile Atma Anur che era stato il primo a rendere edotti, come più tardi rivelò lo stesso Jason Becker, i due ragazzini terribili sulle poliritmie che lo stesso batterista andava sperimentando quando suonava appunto nei Cacophony.
La storia di Jason Becker, come molti sanno, non è stata in seguito certo fortunata. Sembrava avere, così giovane, il mondo della chitarra già ai suoi piedi. Aveva appena sostituito Steve Vai nella David Lee-Roth band e si apprestava a terminare le sessions di registrazione dell’ album “A Little Ain’t Enough”, quando all’ improvviso la sua mano sinistra cominciò a scivolare dal manico della chitarra e gli fu fatta la terribile diagnosi di Sclerosi Laterale Amiotrofica, malattia nota al grande pubblico semplicemente col nome di Morbo di Lou Gehrig. Gli furono prognosticati un paio di anni di vita al massimo. Lui, dopo quasi quindici anni, è ancora lì a scrivere musica per chitarra con la sua creatività immensa e smisurata (l’ultimo disco è uscito circa un anno addietro), anche se ovviamente non può più suonarla.
“Perpetual Burn” rappresenta quindi una specie di testamento chitarristico per il mondo, in cui Jason lascia le sue volontà circa il modo in cui dovrebbe essere suonata una chitarra elettrica ancor oggi, cioè con cuore e cervello, ossia con sentimento e tecnica.
Tracklist:
1. Altitudes (Becker) - 5:39
2. Perpetual Burn (Becker) - 3:29
3. Mabel's Fatal Fable (Becker) - 4:52
4. Air (Becker) - 5:37
5. Temple of the Absurd (Becker/Friedman) - 4:42
6. Eleven Blue Egyptians (Becker/Freidman) - 5:44
7. Dweller in the Cellar (Becker) - 6:14
8. Opus Pocus (Becker) - 5:37
Commenti dei lettori (29)
Un riff più bello dell'altro e melodie originali ma orecchiabilissime. Un esempio del genio di questo immenso musicista.
Sicuramente un CD fondamentale in merito, ma semi-sconosciuto, riuscirà mai Malmsteen a scrivere melodie come queste o continuerà solo con i suoi innumerevoli esercizi balistici.
Perle di tecnica e capacità creativa, musica insomma !!!, questo PERPETUAL BURN
a mio modeso parere penso che jason becker se non fosse per quello che è successo ora saebbe il miglior chitarrista in circolazione.resterà comunque il MILGLIORE!!!!!
a mio modeso parere penso che jason becker se non fosse per quello che è successo ora saebbe il miglior chitarrista in circolazione.resterà comunque il MILGLIORE!!!!!
Il miglior disco strumentale x chitarra di sempre!
Solo un destino tristissimo ha potuto fermare parzialmente Jason Becker nella folle corsa verso la perfezione assoluta e la trasversalità più totale; ma il destino, per quanto crudele, non è per nulla riuscito a scalfire il mito e la genialità di Jason che rimane un mito assoluto a cui molti si sono ispirati, si ispirano e si ispireranno per sempre.
Inutile aggiungere che questo "Perpetual Burn", insieme ai due dischi dei Cacophony, è assolutamente da avere.
Solo un destino tristissimo ha potuto fermare parzialmente Jason Becker nella folle corsa verso la perfezione assoluta e la trasversalità più totale; ma il destino, per quanto crudele, non è per nulla riuscito a scalfire il mito e la genialità di Jason che rimane un mito assoluto a cui molti si sono ispirati, si ispirano e si ispireranno per sempre.
Inutile aggiungere che questo "Perpetual Burn" (1988), insieme ai due dischi dei Cacophony, è assolutamente da avere.
Solo un destino tristissimo ha potuto fermare parzialmente Jason Becker nella folle corsa verso la perfezione assoluta e la trasversalità più totale; ma il destino, per quanto crudele, non è per nulla riuscito a scalfire il mito e la genialità di Jason che rimane un mito assoluto a cui molti si sono ispirati, si ispirano e si ispireranno per sempre.
Inutile aggiungere che questo "Perpetual Burn" (1988), insieme ai due dischi dei Cacophony, è assolutamente da avere.
Senza ombra di dubbio il migliore disco nel suo genere.
Il 100 non è solo riferito al disco: ho dato dei punti in più (poichè il mio voto corrispondeva con quello deciso in fase di recensione) per la forza di questo chitarrista, che affetto dalla sindrome di Lou Gherigh non si è lasciato andare e anzi ha sfornato un altro disco del calibro di Perspective (=Serrana). Una sorta di riconoscimento, quindi, a questo genio musicale, a questo astro chitarristico spento troppo presto, lasciando un enorme buco nella costellazione degli shredder.
Ciao e grazie, Jason.
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