
Visioni, appunto: quelle che i due fratelli responsabili del 100% del songwriting della band elvetica, il cantante/paroliere Vorph e l'eclettico compositore e polistrumentista Xy, riescono a materializzare con brani assolutamente unici nel loro essere, e nella capacità di anticipare sounds ripresi poi da decine di gruppi di settore. Siamo su atmosfere apocalittiche, da sempre, ma non prive di luce, di una scintilla di speranza, rappresentata da quel "regno della luce" di cui la band ci propone nel 2004 l'affresco: una fotografia dei nostri tempi senza giudizi nè pregiudizi, pura rappresentazione in musica della controversa situazione mondiale. Un ritorno sulla Terra, potremmo dire, dopo le divagazioni cosmiche del precedente Eternal (1999), più morbido nei ritmi e più ferrato sulle chitarre; un'ennesima rivoluzione che porta i Samael a scrivere pezzi neri, per quanto pieni di groove, come il singolo Telepath (dove la voce blackish di Vorph torna padrona, su un tappeto di elettronica convulsa e chitarre miscelate alla perfezione) o High Above, dove gli stratificatissimi arrangiamenti creano suggestioni di vario tipo. Su tutto l'album prevale però una sorta di mix di sensazioni, un sincretismo musicale che porta i 4 svizzeri ad unire alla tipica tecnologia elementi assolutamente umani, e senza tempo: gli arabeschi creati con la voce femminile della citata High Above, i sitar di Moongate e della splendida Heliopolis, crescendo musicale tanto breve quanto intenso. Il tutto inframmezzato al notturno della title track, incalzante e vicina allo stile di Passage; o allo spiazzante episodio di On Earth, che unisce l'ottimismo intatto che sembra coinvolgere Vorph, nelle sue liriche, dai tempi di Together (da Eternal) e che vuole invitare noi ad un groove globale di sicuro inconsueto per il combo. Incredibile infatti sentire il singer di Sion tendere la mano ai quattro angoli del mondo in una sorta di danza collettiva.
E' quindi una band che ormai fonde in modo omogeneo lo spessore e la ruvidezza del black metal all'asettico industrial, definizione quantomeno limitante però per descrivere composizioni su cui grava la cappa di tastiere apocalittiche, ritmi etnici (sì, sono loro a costituire l'ossatura di pezzi come la robotica Moongate o la coraggiosa Inch'Allah), e appunto riff di derivazione black, che da sempre costituisce il background di una band del tutto estrema, concettualmente prima ancora che musicalmente.
"Estrema", vero, ma estrema in cosa, nel 2004? Probabilmente nel denunciare in modo neanche troppo velato la mancanza di intelligenza di troppe forme musicali, nel voler rompere confini attingendo a quanto necessario per raggiungere il proprio obiettivo, senza paraocchi nemmeno nel dipingere in porpora e nero il nostro presente, ma con l'inossidabile presenza di quella luce pura che si vede emergere sullo sfondo, e che costituisce lo scopo di dischi come questo: che non cambieranno le sorti del mondo, ma ne rappresentano una visione acuta come pochi altri.
Alberto "Hellbound" Fittarelli
Tracklist:
1. Moongate
2. Inch' Allah
3. High Above
4. Reign Of Light
5. On Earth
6. Telepath
7. Oriental Dawn
8. As The Sun
9. Further
10. Heliopolis
11. Door Of Celestial Peace
Commenti dei lettori (25)
Praticamente tutte le canzoni sono molto buone, Heliopolis e As The Sun sicuramente tra le migliori...
Dai Samael mi aspettavo molto, li ho sempre considerati un gruppo decisamente avanti...non m hanno deluso.
bello, bello
INCH'ALLAH è troppo fica!!!!
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