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recensito lunedì 07 dicembre 2009 alle 00:00 da Lorenzo Bacega
Snowfall on Judgment Day
 

Snowfall on Judgment Day


Redemption
2009, Inside Out/Century Media
Prog
Voto della redazione

Li avevamo lasciati due anni fa con la pubblicazione del terzo full length della carriera, The Origins Of Ruin, un disco parzialmente riuscito che univa brani di valore assoluto (come Memory o la breve ma concisa title track) con filler abbastanza trascurabili. Era un periodo d'oro per i Redemption, band formatasi nel 2001 per volontà del chitarrista e compositore Nicholas Van Dyk: sulla scia del clamoroso successo raccolto da The Fullness of Time, secondo studio album pubblicato nel 2005, il gruppo californiano era riuscito a calamitare su di sé l'attenzione della più importante etichetta del settore (la Inside Out, specializzata in progressive rock e metal), aveva confermato le proprie potenzialità con il già citato The Origins of Ruin, e infine si era lanciata in una proficua attività live (prima di supporto ai Dream Theater nella parte americana del Chaos in Motion tour, poi al ProgPower festival, con una esibizione documentata nel controverso Frozen in the Moment – Live in Atlanta, pubblicato lo scorso aprile). Insomma, è un gruppo assolutamente in salute (almeno dal punto di vista musicale) quello che ci arriva nel settembre del 2009, data di uscita del quarto album del sestetto americano, intitolato Snowfall on Judgment Day e pubblicato ancora una volta dalla Inside Out Music.

Varie cose sono cambiate dal punto di vista stilistico rispetto al precedente The Origins of Ruin. Per cominciare, forse la cosa più evidente, segnaliamo l'ingresso in formazione in pianta stabile di Greg Hosharian alle tastiere, presente anche sul precedente Frozen in the Moment - Live in Atlanta (anche se solo in veste di turnista) e ora membro a tutti gli effetti del gruppo: questa cosa si traduce in un diverso utilizzo delle tastiere all'interno del disco, più presenti, varie e organiche rispetto ai dischi passati (ma mai eccessivamente pompose o invadenti). A questo si aggiunga la decisione di virare verso un sound mai così duro in precedenza (sentire per credere i rocciosi riff di chitarra ad opera della solita coppia Bernie Versailles e Nicholas Van Dyk), oltre alla scelta di voler rendere un po' più semplici e dirette le strutture delle singole canzoni: il risultato che ne deriva sono una decina di brani assolutamente compatti, assimilabili fin dai primi ascolti (talvolta anche orecchiabili in alcune occasioni), ma sempre decisamente ispirati e ben congegnati. Discorso a parte merita il cantante Ray Alder, frontman estremamente dotato, che nel corso degli ultimi anni ha visto ridursi ampiamente la propria estensione vocale (cosa già notata sul precedente full length e drasticamente confermata sul live di recente pubblicazione) e che, di conseguenza, ha decisamente cambiato il proprio approccio alle canzoni, limitando l'utilizzo di tonalità alte e concentrandosi maggiormente sulle parti votate all'interpretazione: il risultato è assai diverso dagli alti standard qualitativi raggiunti, ad esempio, sulla celeberrima Parker's Eyes, ma rimane nel complesso comunque molto gradevole.

Come già detto, sono dieci le tracce che compongono questo Snowfall on Judgment Day per una durata complessiva che si attesta sui settanta minuti circa. A differenza del disco precedente bisogna senz'altro sottolineare come in questa uscita tutti i brani si attestino su livelli qualitativi mediamente alti, con una manciata di pezzi forse più riusciti degli altri, ma senza filler o repentini passi falsi. Uno degli episodi migliori può senza dubbio essere considerato l'opener Peel, abbastanza classico nel suo intreccio tra tastiera e chitarra e con delle linee melodiche particolarmente azzeccate. Sugli stessi binari (con qualche distinguo) rimane più o meno la successiva Walls, mentre la seguente Leviathan Rising si riallaccia come coordinate stilistiche alla massacrante The Death of Faith and Reason comparsa sul precedente full length: ritmiche martellanti, riff granitici e un refrain melodico al punto giusto scandiscono infatti i sei minuti e mezzo di questa canzone, tra sfuriate improvvise e sensuali aperture melodiche. Il capolavoro del disco risponde invece al nome di Black and White World, un pezzo estremamente emozionante grazie ad un intenso crescendo posto nella parte conclusiva del brano, e a una prova maiuscola offerta in quest'occasione dal cantante Ray Alder: inutile cercare i punti di contatto con Sapphire o Memory, non ne troverete più di tanti, a partire dal lieto fine che ci viene offerto in questa occasione e per finire con l'utilizzo di melodie più ariose e meno malinconiche rispetto ai dischi precedenti. Molto riuscita anche What Will You Say?, potenziale singolo radiofonico, canzone molto lineare ma decisamente orecchiabile, e con un ottimo assolo posto nella seconda parte del disco. Come tralasciare inoltre l'ottima Another Day Dies, brano che vede la partecipazione di James LaBrie (cantante dei Dream Theater) davvero molto ben interpretato dai due cantanti in questa occasione, decisamente compatto e assai coinvolgente. Rimane l'amaro in bocca per la conclusiva Love Kills Us All / Life in One Day, brano decisamente pretenzioso e dagli spunti estremamente interessanti ma che manca purtroppo di organicità: la canzone risulta infatti abbastanza dispersiva (complice anche un minutaggio assai elevato, con i suoi quasi undici minuti di durata), poco incisiva e destinata a finire nel dimenticatoio dopo pochi ascolti. Un'occasione persa, quindi. Un discorso a parte merita invece la straziante Keep Breathing, dedicata a Parker Van Dyk (ricordate Parker's Eyes?), figlia del mastermind e chitarrista del gruppo, colpita da un raro e incurabile caso di distrofia ai coni (cellule fotoricettori presenti nella retina oculare) che le causerà una diminuzione delle capacità visive per il resto della vita: davvero molto toccante anche la dedica posta a questo riguardo alla fine del disco.

Quindi che altro aggiungere? Ci troviamo di fronte non a un capolavoro ma sicuramente a un disco estremamente godibile, assolutamente interessante e davvero ben suonato. Certo, siamo ancora abbastanza distanti dalle vette raggiunte quattro anni fa sull'ottimo The Fullness of Time (tuttora il lavoro migliore pubblicato dai Redemption), ma questo Snowfall on Judgment Day si rivela essere comunque un album molto compatto, senza alcun filler, con una manciata di pezzi di altissimo livello e senza dubbio più riuscito del precedente The Origins of Ruin.

Lorenzo “KaiHansen85” Bacega

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Tracklist
01 - Peel
02 - Walls
03 – Leviathan Rising
04 – Black and White World
05 - Unformed
06 – Keep Breathing
07 – Another Day Dies
08 – What Will You Say?
09 – Fistful of Sand
10 – Love Kills Us All / Love in One Day

Line Up
Bernie Versailles - Guitars
Nick Van Dyk - Guitars
Ray Alder - Vocals
Sean Andrews - Bass
Chris Quirarte - Drums
Greg Hosharian - Keyboards

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13 commenti - Mostrati da 1 a 20 - Pag: 1
Flea (07/12/2009 02:52)
0
Kai, sei pazzo? :D
"Love Kills Us All / Life In One Day" è una meraviglia, altrochè...per me l'unico brano di quest'album che è sugli standard qualitativi di "Fullness Of Time".
Per il resto sono d'accordo: un buonissimo disco, senza particolari cali. Inizialmente ne ero entusiasta, poi l'ho un pochino ridimensionato per il sound eccessivamente monolitico, che alla lunga rende difficoltoso l'ascolto del disco per intero. Comunque un grande passo avanti rispetto alla delusione di Origin Of Ruins, aspettando magari di vederli nuovamente sul tetto del mondo con un altro capolavoro degno di Fullness...nel frattempo ben vengano album di gran classe, come questo^^
Hahira78 (07/12/2009 07:39)
0
100 perchè nn ne posso dare di piu! Miglior album dell`anno e il miglior album dei Redemption! Lo avro ascoltato piu di 60 volte! Nn c`è piu niente da aggiungere!
IWAN_TOBEFORGOTTEN (07/12/2009 16:16)
0
Curiosissimmo, mitico RAY!!!!!!
Rhadamanthys (07/12/2009 19:13)
0
D'accordo con la recensione e anche sul fatto che The Fulness of Time resterà il punto apicale della carriera dei Redemption a mio avviso.
Il punto è che quanto di buono propone il combo americano inevitabilmente viene minimizzato dalla solita produzione 'soffocante' che (pur essendo un marchio di fabbrica della band) mette in primo piano le 6 corde penalizzando il sound complessivo che così risulta sbilanciato e appesantisce l'ascolto ripetuto del platter.
Altro punto a sfavore è la solita derivatività da certe sonorità dreamtheteriane (vedi il tema di Forsaken e certi fills di batteria) che sebbene sia sempre stata nel dna dei Rdemption in questo caso si sente forse in maniera eccessivamente palese.
Comunque, sia ben chiaro, rimane sempre ottima musica progressiva e dal notevole tasso compositivo e tecnico.
Peccato però per l'assenza del guizzo illuminane e innovativo che potrebbe fare dei Rdemption i degni successori dei DT.

p.s. James come special-guest si merita una sufficienza abbondante ma niente più. Il suo contributo poteva essere meglio sfruttato (soprattutto su tonalità meno alte e più d'atmosfera), vabbé...
Absynthe6886 (08/12/2009 11:44)
0
Ex-Metal Warrior '86:

Ebbene si, dovrò farmene una ragione: inutile a questo punto aspettarsi un lavoro che funga da pietrangolare per il gruppo; che sancisca finalmente una svolta, in termini di originalità e freschezza nel songwriting. E' tuttavia probabile che tutto ciò che speravo succedesse non fosse, e non sia, nei loro piani.
Benissimo, solo che così si rischia, e non poco, di perdersi nel labirinto di uscite mensili, del genere e non, che spesso differiscono solo per i nomi, a volte altisonanti, di chi li compone. E ciò, lo ripeto ancora una volta, sarebbe un peccato, viste le potenziali capacità compositive mostrate da Van Dyk (spero di cuore gli vada tutto bene!), ed esecutive/interpretative dei suoi compari, in primis del mai troppo incensato Ray Alder il quale, a dispetto di un'estensione ormai corrosa da anni di fumo, riesce a infondere le liriche e le melodie di un pathos fuori dal comune.
Forse, ed in parte, è proprio grazie a lui che questo loro ultimo parto si tiene abbastanza in piedi: infatti devo dire di non essere molto d'accordo col recensore quando afferma che non vi sono filler a comporre la durata del platter... Beh e allora Another Day Dies come me lo si chiama!? Credo sia l'esempio del riempitivo per eccellenza, che, oltretutto, come specchietto per le allodole, vede la presenza "davvero indispensabile" di Kevin "James" LaBrie.
Beh il giochetto non ha funzionato, se non altro con me, ma vedo che anche Rhadamanthys è dello stesso avviso (a proposito, ti ricordi quando scrissi in un commento che James avrebbe compromesso l'esito del brano? Beh di certo non lo risolleva, affatto!).
A parte, quindi, i restanti brani, che si attestano bene o male sugli stessi livelli, forse con le sole eccezioni di Peel, Walls, Black And White World, What Will You Say e la conclusiva Love Kills Us All - Life In One Day, che risollevano le sorti del disco, la mia più grande perplessità risiede nella produzione, la cui aggressiva uniformità appiattisce molto il sound, e nella costante conformazione di uno stile molto più vicino al power, ben suonato, che al progressive.

Tirando le somme:
i Redemption si sono mostrati decisamente all'altezza dell'impresa nel 2005, "epoca" (mi sembra così lontano, non so perché) del loro apice compositivo The Fullness Of Time (a cui comunque ho dato 75, perché non si può parlare di capolavoro, o svolta, solo in presenza di ottime canzoni, ma palesemente datate, come genere, 10 anni prima);
sufficientemente puntuali nel 2007, nell'offrire, con The Origins Of Ruin, un buon seguito al precedente, ma che già mostrava segni di cedimento in brani come The Death Of Faith And Reason, Blind My Eyes e Used To Be;
ed infine un po' troppo affrettati nei primi del 2009, con la pubblicazione di un live a dir poco disomogeneo e reo di mostrare un Ray Alder in condizioni non proprio eccellenti, tanto per usare un eufemismo.
A fine 2009, con Snowfall On Judgement Day, la band mostra entrambi i fianchi scoperti, inserendo pezzi che potevano tranquillamente essere tralasciati, come Leviathan Rising/The Death Of Faith And Reason (trovatemi voi le differenze...), la succitata Another Day Dies, e Fistful Of Sand.

Risultato? Una band che ben prometteva, anzi ottimamente, e che si è accontentata (ripeto me ne farò una ragione) di essere qualitativamente senza infamia, senza lode.
Un compito ben svolto sotto ogni punto di vista, quasi, ma che nulla aggiunge a quanto già prodotto.

LO COMPRERÒ! :)
poeta73 (08/12/2009 12:25)
0
Buon disco che risente stilisticamente in modo evidente dell'escalation negativa di eventi occorsi al buon Van Dyk (personali e della figlia Parker): la reazione prevalente è di rabbia, che si riflette in generale in qualche linearità di troppo e in una produzione che privilegia la chitarra a scapito talvolta di voce e keys (nonostante l'inedita presenza di un tastierista fisso) e, più nello specifico, in pezzi aggressivi fra cui la minacciosa opener (Alder qui rabbioso come non mai) e la più ariosa Leviathan Rising.
In altri casi la reazione è invece più dimessa, con risultati a mio avviso migliori, un maggior equilibrio strumentale e finalmente un Alder sopra le righe, come nelle lunghe Black and White World e Love Kills Us All (le tracce "progressive" del disco e, guardacaso, le più riuscite) e un punto a favore lo segno anche per la biografica Keep Breathing (straziante il testo dedicato agli occhi malati della figlia: "Seems only just yesterday I held you and sang a song about your eyes", in riferimento alla storica "Parker's Eyes"). Melodie d'annata anche per Walls (potente ma non troppo) e per la più dinamica Another day dies (in realtà il duetto Alder/LaBrie funziona alla perfezione solo nel refrain, mentre prima LaBrie viene un po' sprecato nella strofa bassa...non diversamente, peraltro, da come avviene ora nei DT).
Nel complesso sono soddisfatto, anche se ho l'impressione che l'album non durerà tantissimo nel mio hi-fi (che è sto iPod?^^). Per ora me lo godo ancora un po', e lo archivio in ogni caso come un ascolto da consigliare.
thebrave (09/12/2009 01:28)
0
Concordo al 100% con la recensione. I redemption sono un gruppo eccellente, ma con un difetto: in ogni album propongono 3-4 canzoni capolavoro, e il resto è filler. Dopo 4 album, ci sono almeno 10canzoni che avrebbero fatto un album capolavoro (ad esempio. parker's eye, the fullness of time, release, walls, memory,As I Lay Dying, Desperation, something wicked..., Sapphire etc etc.).

In conclusione ai redemption basterebbe fare un "best of", per tirare fuori uno dei più grandi capolavori del metal in assoluto!!!!!!!!!!!!!
Strano gruppo! ;)
Feno (10/12/2009 22:08)
0
Nulla da aggiungere alla perfetta recensione. L'unica pecca è che l'ho trovato un tantino lungo...
AcidRain (12/12/2009 14:43)
0
Delusione dell'anno, forse seconda solo a quella per il nuovo Between The Buried And Me...Mediocrità a badilate. Peccato...
xan (12/12/2009 17:26)
0
Mhaa... mi pare che si cerchi x forza la luce in mezzo alla caverna. The fullnes of time mi aveva colpito molto, poi nient'altro.
Monolitico, pesantuccio, poche idee, forzato
Skidmetal (16/12/2009 10:43)
0
un buonissimo album..
draka (08/01/2010 19:29)
0
Come ogni buon album metal prog è cresciuto con gli ascolti. Se all'inizio ero rimasto un po' spiazzato, ora lo inserisco tra le migliori uscite del 2009.
YTSE78 (16/01/2010 18:28)
0
La butto li...a me sembra l'album più riuscito dei Redemption...quello più cattivo e oscuro e anke quello più tecnico...nella traccia n.7 poi c'è un grandissimo Labrie a mio avviso...
13 commenti - Mostrati da 1 a 20 - Pag: 1
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