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recensito giovedì 05 luglio 2007 alle 00:00 da Riccardo Angelini
Systematic Chaos
 

Systematic Chaos


Dream Theater
2007, Roadrunner Records/WMI
Prog
Voto della redazione

Dream Theater, ancora loro. Dall’inizio del nuovo millennio a oggi il loro nome è stato associato a un numero abnorme di uscite, fra album da studio, live, progetti solisti e collaborazioni esterne. A “Octavarium” era toccato tracciare l’ultimo tratto del cerchio, chiudere definitivamente il capitolo Atlantic Records, segnare la fine di un’era, di lì a breve immortalata nel monumentale “Score”. Oggi spetta a “Systematic Chaos” fissare un nuovo inizio, un nuovo punto di partenza, completamente slegato dai precedenti lavori. Qualcosa di nuovo e del tutto diverso. Se non altro, in linea di principio.

 

In effetti, alla vigilia della sua uscita non era ben chiaro che cosa attendersi dal nuovo Dream Theater. Uno sguardo al recente passato non avrebbe fatto che confondere maggiormente le idee. Dopo Six Degrees, Train of Thought. Dopo Train of Thought, Octavarium. Tre album che si direbbero quasi scritti da tre band diverse. A riprova del fatto che al teatro dei sogni piace cambiare rappresentazione ogni notte. O almeno, così è stato fino a oggi.

 

Panem et circenses. Ecco qui in due parole “Systematic Chaos”. La sintesi in ottanta minuti fitti e densi di tutto ciò che i Dream Theater hanno rappresentato in un ventennio di carriera. Nel bene e nel male. Ci sono i Dream Theater intraprendenti e spericolati dei primi anni ‘90, maestri nel rievocare l’anima del progressive dei padri per infondere nuova vita in un corpo di lucente metallo. Ci sono i Dream Theater ultratecnici e ultramoderni, quelli sfrontati a sufficienza da schiaffeggiare i vecchi estimatori con brani duri, freddi e involuti all’esasperazione. Ci sono anche i Dream Theater sornioni e un po’ ruffiani che tra una suite e l’altra accettano di barattare qualche bizzarria ritmica per una libbra abbondante di melodia, da reinvestire subito in un singolone strappaconsensi. Tutte le molteplici forme assunte dalla band nei vari stadi della sua evoluzione sono qui presenti al gran completo. Dov’è il problema? Che quell’evoluzione sembra essersi interrotta.

 

Let the music do the talking

 

Ci sarà tempo per approfondire questo punto. Si sospenda dunque la disamina: è il momento di schiacciare il tasto play e lasciare la parola alla band. Accantoniamo per il momento l’iniziale “In the Presence of Enemy part I”: nei live sarà suonata come un tutt’uno insieme al suo seguito, e insieme al suo seguito la esamineremo in questa sede. Prendiamo dunque le mosse dal secondo brano. Il più breve, il più facile, il più orecchiabile. “Forsaken” vi si pianterà in testa fin dal primo ascolto, su questo non ci piove. Dal primo all’ultimo istante è la melodia a spadroneggiare liberamente, imponendosi sulle linee vocali di un impeccabile Labrie e sul lavoro di fino di un Rudess insolitamente controllato. L’immediatezza di un refrain caldo e sentimentale pare destinata a far breccia nei cuori del grande pubblico, ma non sa sfuggire a una certa monotonia di fondo che finirà immancabilmente per attirarle il dispregio degli afecionados del progressive. Quello che tutti saranno però fin da ora costretti ad apprezzare, volenti o nolenti, è l’impegno alle sei corde di Petrucci. Se in “Octavarium” i riflettori erano tutti per il redivivo James, questa volta al centro del palcoscenico ci finiscono di diritto le chitarre di John. Lasciamo stare il solito, noiosissimo discorso tecnico: qui si parla di ispirazione. Ogni riff, ogni assolo, ogni singolo tocco è esattamente là dove dovrebbe essere, così come dovrebbe essere. Perfino su “Constant Motion”. Per chi scrive, il punto più basso dell’album, una caduta di stile che poteva e doveva essere evitata. E non tanto – meglio: non solo – per la modesta qualità del songwriting. Certo, Labrie canta una delle strofe più squallide della sua carriera (e Portnoy non aiuta), le tasitere sembrano ficcate nella composizione quasi a forza, il livello compositivo precipita a più riprese in picchiata verticale verso le fredde gole della mediocrità. Qualcosa si salva: il ritornello non è il peggio e gli scambi mediani tra basso e chitarra aiutano il pezzo a tenersi a galla. Ma davvero, dopo “Train of Thougth”, c’era bisogno di omaggiare di nuovo in modo tanto spudorato i buoni vecchi (a dire il vero ormai più vecchi che buoni) ‘Tallica?

In attesa che i ragazzi di New York riflettano su questo punto, apriamo le porte a “The Dark Eternal Night”. Dirla controversa è poco. L’incipit è persino avvilente: tra la posticcia cattiveria dell’apertura strumentale, la banalità di una strofa che più scontata non si può e l’(ab)uso di agghiaccianti filtri vocali – Portnoy ricordati che non sei un cantante – sembra che ogni speranza di riscatto sia destinata a essere risucchiata nell’oscuro sifone del più sordido nu metal. Possibile che la tirino di lungo per quasi nove minuti? No, grazie al cielo no. Il refrain offre uno spiraglio di luce, il successivo break strumentale disperde definitivamente ogni nube. Minuto 3:33: si aprono le ostilità. Inizia Rudess a fil di spada, Petrucci gli va dietro con la clava, sostenuto dallo scudiero Myung. Portnoy controlla tutto dall’alto, con un occhio fisso al cronometro. Nella mischia ci finisce di tutto, dagli improvvisi blast-beat agli estemporanei cenni vaudeville. Bastonate, petali di rosa e di nuovo bastonate. Quando il prepotente ritorno del riff principale pone fine al conflitto, si rimane quasi interedetti: è stato tutto un sogno? Sono davvero i Dream Theater?

Sì sì, sono loro. Come sono loro quelli di “Repentance”. I Dream Theater, non i Pink Floyd o i Porcupine Tree – sebbene lo stesso Steve Wilson sia uno dei tanti ospiti a prestar la propria voce sul brano. Se non l’avete già fatto, sottovaluterete questa canzone. Troppo pacata, troppo lenta, troppo onirica perché possiate apprezzare subito tutti e undici i minuti in cui si dilata. Prendetevi dunque un po’ di tempo, e dedicatele qualche ascolto in più. Già che ci siete, riascoltatevi anche “The Glass Prison”, “This Dying Soul” e “The Root of All Evil”, perché quello che avete innanzi è il quarto capitolo di una saga iniziata nell’ormai lontano 2002 (è davvero passato così tanto tempo?) e ancora ben lungi dal giungere all’ultimo passo. Questa volta, lo avrete capito, niente assalto frontale. Solo una nenia soffusa, onirica, a tratti persino ipnotica, che tanto deve alla tradizione psichedelica. Sì, ci vorrà un po’ di pazienza per apprezzarla come merita.

Basteranno invece un paio di ascolti per innamorarvi di “Prophets of War”. Oppure per odiarla, a vostra discrezione. Un tempestivo esame del DNA non potrà che attribuire la paternità dei songwriting a quei Muse la cui ombra già si stagliava alle spalle delle varie “Panic Attack” e “Never Enough”. Ma, diamine, se non è una canzone coinvolgente questa! Labrie si traveste da Bellamy ed entra in diretta competizione con l’originale, sfoderando un falsetto da brividi. Le tastiere fanno sentire il proprio fiato elettrico sulle strofe e su un refrain maiuscolo, Petrucci rinuncia all’assolo per far spazio ai cori dei fan appositamente convocati per l’occasione. La speriementazione può attendere, l’impatto avviene tutto sul piano emotivo. Non so voi, ma questa dal vivo non me la voglio proprio perdere.

Ora però legatevi all’albero maestro della nave, e ordinate ai vostri compagni di non slegarvi a nessun costo, avvenga ciò che avvenga. Ci stiamo avvicinando al finale, al lido delle sirene. E qui, finalmente, possiamo liberarci della preoccupazioni mondane e abbandonarci alle note d’ambrosia dei più fini cantori olimpici. Tocca a loro trasformare quello che finora era stato un disco come tanti in un disco da Dream Theater. “Ma come? Sono solo un paio di brani…”. Vero, giusto, sacrosanto. Ma se darete un’occhiata al minutaggio, vi accorgerete che questo paio di brani da solo riempie metà disco. Il che, davvero, non è poco.

Ripartiamo dunque con “The Ministry of Lost Souls”. Per chi scrive, l’apogeo dell’album. Punto. Poi, potete definirla una ballad (un quarto d’ora di ballad?) di gusto sinfonico, una suite di ascendenza – ancora una volta – pinkfloydiana, una nuova “Octavarium” in minatura (le somiglianze non sono poche). Potete descriverla in questi e mille altri modi, come vi pare. Io mi contento di sentire i brividi sotto la pelle ogni volta che passa nello stereo, e ascoltarla e riascoltarla fino a che non mi sanguinano le orecchie. Perché in un modo o nell’altro, tra diecimila imitatori che ormai potrebbero anche averli superati dal punto di vista tecnico, questi cinque sanno sempre dare qualche emozione in più.

E se ancora non ne siete convinti, è il momento di passare all’ultima suite, “In the Presence of Enemies”. Pronti, via: l’overture è tutta strumentale, con un Petrucci mastodontico a fare la parte del leone. Afferratevi a qualcosa di saldo o sarete trascinati via dai vorticosi intrecci chitarre/tastiere, che soltanto il canto orfico delle sei corde in assolo sa chetare. I minuti scivolano via come sabbia tra le dita, poi finalmente entra in scena l’anfitrione Labrie a spezzare in mille frammenti la continuità di un riffing camaleontico, profondo e incisivo. Si agganciano le tastiere e parte il crescendo – pochi attimi e la voce si stacca per lanciare gli strumenti solitari alla ricerca dell’apoteosi finale. Ma è ancora troppo presto, e il silenzio inghiotte ogni cosa. La rinascita è lenta e laboriosa: poco alla volta un guardingo Labrie risveglia i compagni assopiti, riscuotendoli dal sonno in un refrain inquieto e maligno. È un concitato certame in cui la luce della strofa si scontra con le tenebre del chorus, prolungando le ostilità nei passaggi successivi. Giorno e notte si avvicendano ancora e ancora nell’arco di pochi minuti, i ritmi si fanno sempre più incalzanti, la tensione cresce, di nuovo il climax parte e di nuovo si interrompe, anche se questa volta solo per un attimo. Troppo è l’adrenalina accumulata, e la danza degli strumenti non può che ricominciare all'istante, frenetica, caotica, scalmanata. Poi, finalmente, il trionfale ritorno del tema principe separa i contendenti e ripristina l’ordine. Un nuovo breve crescendo, più sereno, che questa volta riesce a sfogarsi sull’ultima liberatoria ripetizione del refrain. L’ombra si dirada, poi è silenzio. E, diciamolo pure, capolavoro.

 

Panem et circenses

 

In effetti, in un modo o nell’altro questi ragazzi di capolavori sono sempre riusciti a infilarne almeno uno persino nell’album più deludente. Anche nei momenti di maggiore difficoltà, se la sono sempre saputa cavare, sia pure per il rotto della cuffia. Tuttavia non ci si può certo contentare di prendere il buono e dimenticare il cattivo. E se gli ultimi due tiri della giornata sono stati centri pressoché perfetti, bisogna mettere a referto anche una traccia e mezzo del tutto fuori bersaglio. Da questo punto di vista, come già anticipato, cruciale si rivela l’incidenza dei singoli brani rispetto alla durata complessiva dell’album: basterebbe una “In The Presence of Enemies” da sola a contrastare quattro o cinque “Constant Motion”. I problemi non stanno certo qui. E neanche sulle prove dei singoli si può certo trovare qualcosa da recriminare: di Petrucci si è detto abbastanza, Labrie sta vivendo una seconda giovinezza e si sapeva, Myung è la solita inossidabile certezza e Portnoy offre l’ennesima conferma di tutta la propria tracotante esuberanza (certo che se pensasse di meno al microfono e di più alla batteria sarebbe meglio per tutti). Qualche parola in più va obbligatoriamente spesa per Rudess. Se in “Octavarium” aveva avuto modo di togliersi parecchie soddisfazioni, monopolizzando persino l’introduzione della title-track, questa volta il suo ruolo si fa più complesso. In fase di assolo il suo contributo è relativamente contenuto, e sui brani più tirati (i meno riusciti) la sua presenza si fa persino accessoria. Tuttavia nei momenti cruciali Jordan non tradisce:  decisivo, anche se forse non troppo evidente, è il suo apporto su tutte le tracce più ispirate, non ultima la suite finale, soprattutto nell’ambito dei molti duelli intrapresi con le chitarre. Un lavoro senza dubbio più oscuro del solito, ma di grande puntualità e tempismo, come solo ai grandi riesce. No, non sta certo nelle individualità il problema.

 

Il limite – l’autentico limite – di quest’album è altrove. Lo avevamo già detto: ‘panem et circenses’. Quello che il popolo vuole, al popolo sarà dato. E un atteggiamento del genere sorprende un po’, se a tenerlo sono i Dream Theater. Gente che fino all’altro ieri aveva offerto ampia dimostrazione di fregarsene bellamente di quel che il popolo pensava o chiedeva. Invece che proseguire oltre, invece che scalare un nuovo gradino, questa volta si sono fermati, come a fissare la propria posizione, quasi a dire “ecco, questi siamo noi, oggi”. Per tale ragione “Systematic Chaos” avrà qualche cosa di buono da offrire a ogni ascoltatore, o quasi. Quanti in maggiore o minor misura abbiano apprezzato un qualsiasi capitolo della storia dei Dream Theater, troveranno quivi un aggancio, un richiamo più o meno esplicito a ciò che hanno amato. Alcuni brani potranno riconciliare i fan delusi dagli ultimi lavori, altri non faranno che acuire la loro acredine. Difficilmente un album del genere potrà essere apprezzato interamente, dalla prima all’ultima nota. Tale è d’altronde il prezzo da pagare quando si cerca di venire incontro ai desideri di tutti.

 

Se sia un prezzo troppo salato, sta ai singoli stabilirlo. Il più grosso rammarico di chi scrive sta nella pressoché totale mancanza di novità in un disco che avrebbe dovuto rappresentare l’alba di una nuova era. E non si intende certo puntare il dito contro le mille citazioni autoreferenziali (chiamateli pure autoplagi o come vi pare) che si trovano disseminate in quasi tutte le composizioni – ormai fanno parte del loro modus componendi, che vi piaccia o no. Più semplicemente, questi sono i Dream Theater, i soliti Dream Theater che tutti conoscono, e la trama del film è già nota in partenza. D’altra parte, c’è anche da dire che quando si parla di feeling in fronte a certe composizioni bisogna levarsi tanto di cappello, e gli ultimi quaranta minuti da soli ne recano eloquente testimonianza. Per stavolta, dunque, può andar bene così. La speranza però è che ora i ragazzi si prendano un po’ di tempo per riflettere e ricaricare le batterie: gli ultimi anni li hanno messi sotto torchio a ritmi massacranti – sia pure più o meno volontari – e gli autentici capolavori hanno bisogno di tempo per maturare. Classe ed esperienza sono finora bastati a tenerli a galla anche nei momenti più difficili: del resto non sono in molti a potersi permettere un album come questo nella propria discografia. Con un altro nome in copertina, insomma, probabilmente saremmo qui a leccarci i baffi e ringraziare per il lauto pasto. Eppure, chissà perché, quando si parla dei Dream Theater non si pretende nulla di meno della luna. Forse in futuro la luna arriverà – in fondo è già arrivata una volta, nell’ormai lontano 1992. Nell’attesa, non ci resta che goderci in silenzio i suoi variopinti riflessi, tenui schizzi di luce sulla superficie increspata di questo “Systematic Chaos”.

 

Riccardo Angelini

 

Tracklist:

1. In The Presence of Enemies Pt.1 (9:00)

2. Forsaken (5:36)

3. Constant Motion (6:55)

4. The Dark Eternal Night (8:51)

5. Repentance (10:43)

6. Prophets of War (6:01)

7. The Ministry of Lost Souls (14:57)

8. In The Presence of Enemies Pt.2 (16:38)

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213 commenti - Mostrati da 1 a 20 - Pag: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 avanti >>
Fleba_il_Fenicio (05/07/2007 02:41)
0
Mi ritrovo sotanzialmente in ciò che dici perchè è questo un album che non vive di un giudizio che sia notte o giorno ma di una calibratura mai quieta di svariati ambiti di valutazione corrispondenti alla variazione di sonorità ed approcci al suono ed all'atmosfera che un lungo viaggio come SC genera. Forsaken è una malia di Circe; l'esserne consapevoli non libera dalla possibilità di abbandonarvisi "opened mind" e senza pretese (piuttosto criticherei l'averla in scaletta al concerto). REPENTANCE è come tu scrivi un brano che veste umile l'apparenza della noia e di un chorus ben fatto la cui autorevolezza fa sorridere. Col tempo (per me subito ma è questione di approcci soggettivi) quella -noia- diverrà tempo e quel tempo respiro e quel respiro comprensione e marea. MINISTRY OF THE LOST SOULS, è qui che ci ritroviamo maggiormente. ACMè dell'album. Se metto su SC per me il disco inizia con l'attacco di questo brano. SONGWRITING che lascia ben dietro la banalità, la semplice Maniera di forsaken e che vive comunque di un intesissimo accompagnamento musicale. La Brie nel controcanto di due voci che si inseguono rivela una sensibilità vocale che riporta direttamente dove ben sai;) 14 e 9 minuti. In the presence of enemies. Caspita! suonate insieme? c'è già da perdersi col riff di chitarra pesante dopo il quarto minuto della part one ed il resto è prog di buona fattura. La novità non alberga in questi lidi; i riflessi seppur fascinanti sono gli stessi ma la sensibilità dietro è comunque diversa, ecco il punto. Questo è il segno timido di una possibile risalita dopo un album nettamente inferiore come Octavarium. Hai scritto che affibiato ad un altro monicker questo SC avrebbe lustrato cavità palatali. Vero. Prendiamolo allora come il VERO unico puntod ella situazione dopo momenti anche di confusione.
dreamking (05/07/2007 08:12)
0
Fantastico album, c'è l'ho da un mese e più lo ascolto più mi piace, fantastico Petrucci...sulla recensione che è stata fatta posso dire che è in assoluto la migliore che si trova su internet...
nik76 (05/07/2007 08:12)
0
LaBrie in grande forma, Petrucci rinato alla grande: due punti forti che innalzano il livello di un album buono di certo, ma che ricorda molto i pregressi più o meno vincenti della loro discografia. Mi sono piaciuti di più sia Octavarium che Train of T. per le ritmiche (non vado più indietro nel tempo, non avrebbe senso...)...questo per le melodie, gli assoli e la voce. Un buon capitolo da avere...
progInside (05/07/2007 08:50)
0
ribadisco quanto scritto sul forum.
un gruppo alla deriva nel tentativo amorfo di piacere a tutti senza una precisa identita'. songwriting molto poco ispirato se non in alcuni passaggi. eccessivamente (e inutilmente) lungo in molti frangenti. soliti "plagi" a metallica e muse (almeno mancano gli U2 stavolta)...
peccato, l'idea di indurire il sound non e' male, pero' andrebbe sviluppata in maniera piu' organica e coerente. rudess sempre piu' tra l'irritante e l'inutile nei pezzi (anche qui peccato visto quello che riesce in altri frangenti)
I'm Fuckin' Metal (05/07/2007 09:21)
0
In linea di massima d'accordo con Riccardo. Bella recensione per un disco discreto, ancora lontano dalle reali possibilità di questa band. Se non altro si fa apprezzare un certo ritorno al sound di SFAM. Le 2 suite sono molto belle, preferisco Ministry, per me il pezzo significativo, il pezzo memorabile. Quello che mi da più emozioni. Constant Motion invece è cresciuta negli ascolti e ammetto che non mi dispiace affatto, mi piace più di Dark Eternal Night, e l'assolo di Petrucci è il migliore tra quelli veloci del disco. Nota stonata sicuramente Prophets Of War, una brutta canzone, troppo derivativa e manierista che deve molto se non tutto ai Muse. LaBrie si rimette sempre più in corsia dopo TOT e Petrucci ha un ritrovato gusto per la melodia, per l'assolo "strappalacrime". Un disco che fa assolutamente sperare bene per il futuro della band.
Ellanimbor (05/07/2007 09:24)
0
Non sono d'accordo con l'interpretazione del recensore nel capitolo panem et circensem (ma non era panem et circenses?). Secondo me il disco ruffiano i DT lo hanno fatto con Octavarium, dove c'erano pezzi dal sapore praticamente pop accanto a roba più pesa e richiami a non finire a gruppi "nobili" (pink floyd) ma anche no (muse, avril lavigne...).

Questo disco se mai non è un capolavoro, ma io penso che almeno i dream abbiano avuto il merito di fare qualcosa che finalmente torni ad avere un gusto solamente Dreamtheateriano (nonostante le "citazioni" siano presenti anche qui... il riff principale di Constant Motion mi ricorda troppo Master of Puppets ad esempio, Forsaken potrebbe benissimo essere stata sfornata da gruppi come Lacuna Coil o Evanescence, se avessero solo una voce maschile) e non vada a parare su lidi poco consoni ai nostri.

Train of thought era un disco thrash metal, di Octavarium ne ho già parlato... ecco, forse 6DOIT era stato l'ultimo disco veramente theateriano dei nostri. Io personalmente dunque sono contento che abbiano preso questa strada, poi del valore delle delle canzoni se ne può parlare.
bizio (05/07/2007 09:27)
0
Un disco carino...il voto della recensione è secondo me un po' troppo generoso. In fondo SC è un disco molto di maniera e con qualche guizzo di creatività vera...ma è ancora decisamente troppo poco per i miei gusti
celestialdream (05/07/2007 09:33)
0
gran bell'album.. constant motion nn è cosi brutta e naenache dark eternal night.. col temo le ho apprezzate! prothets of war e ministry son le mie 2 preferite.. troppo bello l'assolo di petrucci all'inizio dell'album dopo i 2 minuti di "prog puro"... grande band
this dying soul (05/07/2007 09:44)
0
Innanzitutto complimenti per la recensione, abbiamo aspettato un mese ma è di gran lunga la migliore presente in internet. Non condivido la tua prospettiva sul panem et circenseS (plurale! ;), tattica usata piuttosto per Octavarium.....Systematic Chaos è a mio avviso il loro disco migliore dalla suite di 6 degrees, peccato per Prophets of war, brano insopportabile (se lo avessero tolto non avrebbe fatto un soldo di danno!). Il problema dei DT degli ultimi 7 anni è la fretta....se avessero avuto più tempo per questo cd - se avessero potuto curare ad esempio alcuni aspetti compositivi - ne sarebbe uscito fuori un disco sicuramente migliore....Repentance è stata una bella sorpresa (ma Damnation degli Opeth nessuna la cita come fonte?), In the presence è ottima, assolutamente ottima, The Ministry l'apice, le altre buone. Bentornati!!!!!!!!!
Hellfire (05/07/2007 09:44)
0
L O L
sanvean (05/07/2007 09:50)
0
OK, sono i DT e sappiamo tutti quali doti tercniche abbiano! Ma questa volta di ispirazione nella stesura dei pezzi non ce n'è nemmeno un po'!
Hanno solo scopiazzato a destra e a manca i gruppi di cui hanno suonato i live bootleg: Metallica, Dream Theater, Deep Purple, ecc.
p.s. se posso fare un confronto direi che ha questo giro preferisco di gran lunga Different Shapes dei DGM e Paradise Lost dei SX!
sanvean (05/07/2007 09:52)
0
Ehm... volevo dire Pink Floyd, non Dream Theater... non si può scopiazzare se stessi, giusto? ahahah
_Ibanez_ (05/07/2007 10:05)
0
no, sanvean, non hai sbagliato. lì dream theater ci stava benissimo ;)
Chitarrista Beo (05/07/2007 10:06)
0
Che fossero musicisti superbi, lo sapevamo tutti già da un bel pò.
Ma questi qui sono anni che compositivamente 'si ispirano' (un eufemismo) a tutto spiano a Rush, Pink Floyd, più di recente a Metallica, Muse, U2 e in questo album persino ai Tool (e la lista potrebbe continuare).
A me la minestra riscaldata non è mai piaciuta... per questo non mi dicono più di tanto.
E per restare in tema culinario, secondo me stanno raschiando il fondo del barattolo delle 'ispirazioni' da un bel pò.
Mah...
john87 (05/07/2007 10:09)
0
La recensione è scritta bene, ma come altre non capisco perchè elogi il disco in maniera così esplicita e poi metta solo 80. Forse il motivo l'ha indicato proprio il recensore: se non fossero i Dream Theater staremo tutti gridando al capolavoro; ma permettetemi, anche un 80 per questo disco è poco. Sono d'accordo sul fatto che Constant Motion e The Dark Eternal Night siano i pezzi meno riusciti (e già questo dovrebbe portare a riflettere che i pezzi meno riusciti siano già di per sè dei grandissimi pezzi) e ugualmente condivido l'elogio per le due In the presence of enemies e The ministry of Lost Souls, di sicuro pietre miliari nella storia del prog-metal. Ora veniamo all'album nella sua completezza: di sicuro è il più risucito e il più bello dai tempi di Six Degrees, nel senso che riesce ad essere una equilibrata fusione tra progressive e metal che Octavarium era riuscito ad essere solo a metà. Train of Thoght è un bell'album, ma viziato da poca ispirazione e troppa perizia tecnica (e che per questo considero il loro lavoro peggiore, tenendo conto che mi piace tantissimo). Il vero segreto dei Dream Theater sta nel fatto che, a prescindere dalla valutazione delle loro releases l'un con l'altra, ciò che producono è sempre al di sopra della media, e suppongo sia sufficiente a decretarli una delle più grandi band del globo... Sbaglio?
Six Degrees, in ogni caso, rimane l'apice compositivo di questo gruppo come del progressive metal, eterno.
Homer_Jai (05/07/2007 10:18)
0
mi trovo sostanzialmente d'accordo con Riccardo.... ha perfettamente centrato pregi e difetti dell'album... non sono solo così negativo nel giudicare constant motion.... non eccelsa, ma nemmeno così penosa.... peccato per le due successive che fanno cadere veramente in basse le quotazioni del disco.... per quanto riguarda la suite e ministry sono due pezzi da brividi, come da anni i cinque newyorkesi non scrivevano
Maidenian (05/07/2007 10:19)
0
Sono d'accordo in tutto e per tutto con la recensione: davvero ottima!
Ed ora non ci resta che gustarceli live quest'autunno: credo che ci sarà da divertirsi!
seppe76 (05/07/2007 10:19)
0
Eppure "SC" sta facendo davvero parlare molto di sè. Controverso, melodico, graffiante, deludente, accattivante, pluralista. Ci sarebbero davvero molti aggettivi per descriverlo. Ogni brano ha la caratteristica di unire o dividere. Personalmente sta monopolizzando i miei ascolti sin dal giorno della sua uscita. Se all'inizio ero rimasto pressochè perplesso, col tempo mi sto ricredendo e ne sto apprezzando le varie sfumature. Certo, come molti mi aspettavo un lampo nel buio dopo Train Of Thought e Octavarium, una sorta di "Scene From Memory 2" o meglio ancora di "I&W 2". Ma come sappiamo certi capolavori restano "quasi" (è un quasi di speranza!) irripetibili.
Ne è scaturito così un ibrido tra gli ultimi 2 album della band.
Se le due suite di apertura e chiusura sono fantasticamente Dream, il resto dell'album consta di approcci diversi. Molto Metallica "Constan Motion", controversa "The Dark Eternal Night". Pinkfloydiana molto Repentance. Forsaken si attacca al cervello da subito, Prophet Of War pure, entrambe melodicamente accattivanti direi.
Non son d'accordo con la recensione di Ministry Of Souls. Io la trovo lenta, monotona e troppo lunga.
Se non fossero i Dream Theater sarebbe un grande album, da 90..... ma dai Dream ci si deve aspettare davvero molto di più perchè ne hanno le capacità!!!
Il mio voto è 85.
_Ibanez_ (05/07/2007 10:22)
0
una delle più grandi band del globo non credo proprio... e vale lo stesso anche se intendi dal punto di vista esecutivo
ShadowHunter (05/07/2007 10:26)
0
Ottima recensione, la migliore che ho letto finora. L'album si dimostra un capitolo decisamente superiore rispetto alla loro ultima prova e, pur non essendo esente da difetti, dimostra che sono ancora in grado di stupire ed emozionare dopo 20 anni.
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