
Sembra che la prolificità di Gary Hughes e compagni sia inesauribile: l'ottavo studio album in dieci anni di carriera sarebbe già una sufficiente dimostrazione, ma a portare fuori dall'ordinario la produzione dei Ten bisogna ricordare The Essential Collection, rielaborazione di classici uscita lo scorso gennaio in occasione del decennale, le release soliste (ben quattro) di Hughes, nonché la monumentale opera su Re Artu composta e diretta dal biondocrinito singer inglese.
Sulla falsa riga degli ultimi due full length, i Ten continuano a snobbare, per modo di dire, gli influssi heavy
che avevano reso speciale "Spellbound", confermandosi quindi tra i leader del melodic hard rock internazionale,
forti della classe e della raffinatezza che permettono di associare al primo ascolto autore e musica: un marchio di
fabbrica che ormai è divenuto quasi un blasone, a garanzia della qualità, è il caso di dirlo, assicurata.
Non scioriniamo però solo le solite meritate lodi, in quanto anche una macchina efficiente come quella dei Ten può
avere le sue viti allentate. Mi riferisco in particolare ai continui cambi di line up, che forse mettono Hughes un
po' troppo nella visuale del padre-padrone, anche se poi, nella fattispecie, l'unico appunto che si possa additare è
la distanza, ancora evidente, tra il diligentissimo Chris Francis e il precedente chitarrista solista, un certo
Vinny Burns...
Sebbene si affidi dunque al "solo" apporto compositivo di Hughes, questo disco fila come un treno, nel pieno
rispetto delle attese che un nome come "Ten" ha indotto negli anni. Eppure mi sento in dovere di pizzicare, quasi a
voler effettuare un controllo sull'indice di assopimento dei nostri, l'idea che la melodia portante, iterata fin dal
prologo, "Rome", non sia in effetti troppo simile a quella, oserei dire leggendaria, di una delle song più famose ed
epiche della band, "The Name Of The Rose"...
E anche se questa possa tranquillamente essere considerata una semplice e leggittima autocitazione - non me ne
vorranno i più maliziosi sempre col coltello fra i denti - ammetto che abbia acceso la classica lampadina, facendomi
cercare anche nella splendida ballad "The Elysian Fields" qualche legame, finanche puramente melodico, con
l'altrettanto bella "Valentine", apparsa su "Babylon". A questo punto, però, è necessario considerare che il
personalissimo sound dei Ten, che appena poche righe più in alto definivamo come una firma garante di qualità, porta
inevitabilmente all'utilizzo di canoni stilistici tanto precisi quanto affermati. Ed è perciò in quest'ottica che
vanno considerate le suddette coincidenze melodiche.
Le dieci tracce suggerirebbero un concept storico (è ben nota la passione di Gary per l'antichità) narrato dal punto
di vista delle passioni e dei sentimenti, e anche la durata dell'album - quasi settantacinque minuti - denota come
l'epica opera di songwriting sia stata ispirata al pari delle precedenti, ben inteso che qui ci si vuole riferire
con il termine "epico" alla mole compositiva, non certo al genere musicale impresso, che rimane fedele alle linee
guida tessute da dischi come Babylon e Return to Evermore.
A fugare gli ultimi dubbi che potrei aver sollevato, però, segnalo come, tra una ballad romantica (oltre alla citata "The Elysian Fields" vale la pena nominare "This Heart Goes On") e un mid-tempo più aggressivo (da "Hallowed Ground" a "The Twilight Masquerade", ce ne sono diversi) in tradizionale Ten-style, si faccia strada anche un brano come "Oblivion", forse per la prima volta nella carriera di Hughes un vero up-tempo scanzonato e allegro, in grado di svelare anche il lato più sbarazzino di una band che può ancora vantarsi di nascondere qualche asso nella manica.
Tracklist:
Commenti dei lettori (12)
Che goduria che goduria...
Il secondo, The name of the rose, è inascoltabile, noioso e prodotto coi piedi.
Con The Robe si sono tirati un pò su, ma pecca, come al solito, a livello produttivo su tutta la linea...
dopodichè il nulla...
Insomma Hughes potrebbe uscire con meno lavori inutili ed osare un pò di più...la voce non gli manca di certo..
Torna ad ascolatre gli Offspring che fai un piacere a tutti.
Scusate ma non ho resistito. Quando leggo cose simili inorridisco.
Disco buono con un feeling più epicheggiante rispetto ai lavori precedenti, Hughes con una voce da brivido sempre più bella...
Per quanto riguarda gli Offspring...chi sono? mai sentiti nemmeno di striscio...boh!
A mio parere un solo disco a caso dei Dare o dei C.I.T.A., solo per fare degli esempi e rimanere nel genere, vale l'intera discografia dei Ten...ma questo, ripeto, e solo il mio punto di vista...
di elevata caratura ma con dei difetti.
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