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recensito venerdì 02 marzo 2012 alle 00:00 da Tiziano Marasco
The Yes Album
 

The Yes Album


Yes
1971, Atlantic Records
Prog Rock
Voto della redazione

Quarant'anni!

Eh si, proprio nel 2011 "The Yes album" ha compiuto quarant'anni. Si capisce, pochi di noi c'erano in quel lontano 1971 e pochi avevano delle orecchie già mature, pronte ad ascoltare il nascente movimento progressive. Eppure ancora oggi non possiamo restare indifferenti innanzi alla magnificenza di questo lavoro, che per il quintetto britannico è stato un vero punto di svolta. Non solo, questo disco, assieme ai suoi successori The Fragile e Close to the edge, è diventato un vero e proprio punto di riferimento della musica rock in generale.

Si diceva degli Yes, gruppo a quel tempo anonimo che in precedenza aveva dato alle stampe già due dischi, di grande potenziale forse, ma decisamente acerbi. Da cosa sia data una maturazione tanto radicale quanto repentina è difficile dirlo; sicuramente un elemento determinante era stato il cambio del chitarrista. A inizio del 1971 era infatti entrato nel gruppo tale Steve Howe, ennesimo virtuoso in una band composta da virtuosi. E forse proprio qui sta il bandolo fondamentale della matassa. Questo è un disco di progressive rock suonato con vero e proprio spirito progressive. Vale a dire che da un lato troviamo in esso il gusto per la sperimentazione, per la ricerca di nuove vie musicali; dall'altro le radici del genere, ancorato sì al blues, ma anche alla musica classica, fanno sì che le composizioni siano rette da un ordine ferreo. Pur trattandosi di un disco intessuto su trame tutt'altro che semplici, nessuno dei membri della band scade mai in attimi di autocompiacimento, mai uno strumento prende il sopravvento sugli altri, come spesso nel prog accade. La prova può essere trovata perfino in "Clap", brano in cui Howe mette in mostra il suo virtuosismo con una sei corde classica e non elettrica. Ascoltare per credere, "Clap" non contiene un singolo assolo e si pone lontanissimo da composizioni di chitarristi già allora famosi come Hendrix o Santana (per far due esempi). Per altro, proprio "Clap" apre la tradizione secondo cui Howe durante i concerti si concede tre o quattro minuti per intrattenere il pubblico in solitaria.

Tornando ai nostri, i cinque mettono tutte le loro capacità al servizio di uno scopo comune, fatto raro e che produrrà negli anni successivi altri album geniali in casa Yes. Ne esce fuori un disco di sei canzoni per quarantuno minuti, un album estremamente gioioso e colorato che trascina fin dall'attacco della solare "Yours is no disgrace". Una composizione di quasi dieci minuti, un superclassico che riesce a conquistarvi pur basandosi alla fin fine su un solo tema base (guidato, si fa per dire, dal magistrale basso di Chris Squire) ripetuto alcune volte cambiando le combinazioni degli strumenti, il contorno sonoro. La canzone si svolge in costante progresso, cambiano le ottave, cambia l'intensità, cambiano gli effetti, ma la strofa di "Yours is no disgrace" è sempre quella, basta poco per farla propria.

Dopo l'intermezzo della già citata "Clap" (mai capirò perché il gruppo abbia deciso di inserirne la registrazione live) si giunge all'altro superclassico del disco: "Starship trooper", ovvero l'esatto contraltare della opening track: siamo davanti ad un altro pezzo da nove minuti, ma qui temi e melodie cambiano e si rincorrono con una velocità folle. Trattasi di un tipico esempio di suite (altra eredità della musica classica) ovvero una composizione formata da brani distinti e mischiati tra loro in costante progresso (è forse da questo elemento strutturale che deriva il termine progressive rock?).

Apre le danze la magica "Life seeker" (utilizzata come singolo) che si distingue per toni epici e fantascientifici. Per ottenerli era stato usato il flanger, effetto sonoro relativamente nuovo al tempo. La parte centrale della suite, "Disillusion", perde un po' della carica futuristica per orientarsi su atmosfere più bucoliche che introducono "Wurm", terza e ultima parte, quasi un intermezzo strumentale che ci traghetta all’ennesima perla del disco: "I've seen all good people", aperta da uno dei più celebri cori di John Anderson (secondo la leggenda solo in seguito avrebbe tolto l' H dal suo nome). Anche in questo caso ci troviamo davanti ad una composizione di struttura atipica, un'encore in cui i nostri rendono omaggio alla psichedelia americana di gruppi grandissimi come i Grateful Dead et similia. Dal testé accennato coro di Anderson si dipana "Your move" (altro singolo) brano di chiara matrice folk, o se preferite blue grass, che conquista per la sua estrema semplicità ed immediatezza, un brano da ascoltare sotto gli alberi d'estate. Nella seconda parte ecco che i toni fanno il verso alla psichedelica più vivace e chitarrosa, lasciando di nuovo spazio al coro di apertura.

E qui aprirei una menzione per le liriche del disco, davvero suggestive, che tuttavia non risultano mai eccessivamente nebbiose: nei dischi successivi infatti, quali l’onnipresente Close to the edge, Tales from the topographic oceans  o Relayer, non si capisce in maniera esattamente nitida cosa il signor Anderson voglia dirci. The Yes album ci parla di estati e lunghi inverni, di viaggi stellari e del viaggio della vita, ma pure di guerre. È facile intuirlo per "Starship trooper", più difficile per "A venture", quinta traccia in scaletta e forse uno dei pezzi dal significato più profondo mai scritto dagli inglesi, incentrato com’è su una storia di diserzione ed alcolismo (al tempo, va ricordato, si combatteva in Vietnam). Sarà forse proprio per questo che "A Venture" si distacca un po’ dal resto del disco anche a livello di atmosfera. Siamo davanti ad un pezzo estremamente caldo, meno gioioso degli altri: una song breve, tre minuti, che ci invita a raccoglierci in noi stessi. Da segnalare poi come questo sia l’unico episodio in cui si manifesta la soluzione compositiva della canzone classica, strofa – ritornello – strofa – ritornello e poi una digressione strumentale per introdurre la conclusiva "Perpetual change": un po’ un riassunto del disco, fatto di continui cambi di ritmo, montagna russa ora rapida ora più lenta, in cui i musicisti si lasciano andare un po’ di più a virtuosismi solitari, soprattutto per quel che riguarda le tastiere di Tony Kaye. E sarà proprio Kaye nell’autunno, durante la realizzazione di Fragile a lasciare il posto a Rick Wakeman.

La stella degli Yes si è accesa magnifica ed inaspettata: The Yes album ottiene la quasi impossibile quadratura del cerchio: fa sembrare semplice e mai ridondante una musica estremamente arzigogolata e barocca. 

A parer mio il più bel disco del gruppo inglese dopo (forse) Close to the edge, sicuramente tra i cento dischi fondamentali del secolo appena concluso.  A The Yes album, per essere un vero e proprio Yes album, mancano solo gli artwork fantasy di Roger Dean (che si curerà di tutti i dischi successivi).


E non perderò tempo a consigliarvi di far vostra quest’opera eccezionale, perché dovrebbe già essere sui vostri scaffali.

Tiziano "Vlkodlak" Marasco

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Line Up:

John Anderson
Steve Howe
Chris Squire
Tony Kaye
Bill Brudford

Tracklist:

01.         Yours is no disgrace
02.         The clap (live)        
03.         Starship trooper (Life seeker/ Disillusion/ Wurm)
04.         I’ve seen all good people (Your move/ All good people)
05.         A venture
06.         Perpetual change

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9 commenti - Mostrati da 1 a 20 - Pag: 1
emanuele (02/03/2012 20:06)
0
Eh la peppa Tizia'' che recensione bella! Il disco...ehm, diciamo semplicemente mostruoso va. :D
LordMirror (02/03/2012 23:00)
0
Bellissimo.
system88 (02/03/2012 23:51)
0
Forse il mio preferito della band... diciamo che se la gioca con Fragile. Ispiratissimo, visionario, invecchiato benissimo (metà delle canzoni sono ancora cavalli di battaglia in sede live), con un Howe già protagonista e un Chris Squire forse ai suoi massimi livelli. Immancabile nella discografia di chi si professa fan del progressive.
Rhadamanthys (03/03/2012 22:05)
0
Classico seminale del prog. ma non il migliore in casa Yes. Relayer resta, a mio avviso, il loro acme creativo di sempre, con Gates of Delirium cazone-manifesto per antonomasia.
Kurz (06/03/2012 08:57)
0
"Perpetual Change", "Starship Trooper", "I''ve seen all good people", "Yours Is No Disgrace". La volontà e il manifesto prog inglese di fare musica al di là dei soliti 3 riff in croce. Fondamentale.
Alex_Lugli (10/03/2012 12:13)
0
Gli Yes sono un gruppo musicale britannico formato nel 1968, considerato tra i principali esponenti del Rock Progressivo. La Band, che ha conosciuto il periodo di maggior successo negli anni settanta e ottanta, è stata fondata dal cantante Jon Anderson, il bassista Chris Squire, il chitarrista Peter Banks, il tastierista Tony Kaye ed il batterista Bill Bruford, e nel corso degli anni ha visto la partecipazione dei chitarristi Steve Howe e Trevor Rabin, del batterista Alan White, dei tastieristi Rick Wakeman, Patrick Moraz, Igor Khoroshev, Geoff Downes, Tom Brislin ed Oliver Wakeman, e dei cantanti Trevor Horn e Benoît David. Grazie ad album come "The Yes Album", "Fragile", "Close To The Edge" e "Relayer", gli Yes contribuiscono allo sviluppo della scena Progressive inglese degli anni settanta, e negli anni ottanta riscuotono un notevole successo discografico e popolarità a livello mondiale con "90125". Proponendo un sofisticato Rock sinfonico e romantico che fa largo uso di strumenti elettronici innovativi, come il sintetizzatore, il Moog ed il Mellotron la Band definì, insieme ad altre formazioni, tra le quali King Crimson e Genesis, i canoni stessi del Prog. Gli Yes nacquero a Londra nel 1968, l''estate in cui Jon Anderson conobbe fortuitamente Chris Squire. Anderson aveva cantato per alcuni anni in un gruppo chiamato The Warriors, con il quale aveva inciso due singoli ed aveva poi intrapreso una carriera solista con lo pseudonimo "Hans Christian Anderson", registrando altri due singoli. Squire, che suonava in un complesso di nome Mabel Greer''s Toyshop, chiese ad Anderson di farne parte come cantante. Nel gruppo, comprendente anche il chitarrista Peter Banks, confluiscono nello stesso anno il tastierista Tony Kaye ed il batterista Bill Bruford, ma poiché il nome del complesso è troppo lungo i cinque decidono di cambiarlo, rinominando la Band in Yes. Il primo concerto degli Yes si tiene in un campeggio giovanile presso il villaggio East Mersea, sull''isola di Mersea, Essex, nell''agosto 1968. Il gruppo diviene rapidamente noto per il modo in cui esegue cover di brani di altri artisti, espandendole e trasformandole in complesse composizioni, ispirati dai Fifth Dimension e dai Vanilla Fudge. Si esibiscono come spalla di gruppi affermati in locali prestigiosi come il Marquee Club, con The Who, e persino alla Royal Albert Hall, durante il Farewell Concert, il concerto d''addio dei Cream. Nel 1969 Ahmet Ertegün, proprietario della Atlantic Records, assiste ad una loro performance presso lo Speakeasy Club di Londra, e decide di scritturarli per la casa discografica e fargli subito incidere un album. Il risultato è l''album eponimo pubblicato nel 1969, che viene accolto bene dal pubblico e dalla critica, anche se non si rivela un successo commerciale. Il suono brillante, originale e tecnicamente complesso degli Yes va già delineandosi, ma la Band pecca ancora d''esperienza in sala di registrazione, sono già musicisti solisti di talento, ma non ancora un gruppo. L''album contiene anche due cover, "Every Little Thing" dei Beatles ed "I See You" dei The Byrds. All''inizio degli anni settanta gli Yes continuano ad esibirsi in concerto nel Regno Unito e, occasionalmente, in altre nazioni europee. Il loro secondo album, "Time And A Word", è realizzato col supporto di una orchestra sinfonica di 30 elementi. L''album include due cover: "No Opportunity Necessary", "No Experience Needed" di Richie Havens, arricchita con il tema Western del film "Il grande paese", e "Everydays" di Stephen Stills. Come per l''album precedente, anche lo stile di "Time And A Word" risente molto dell''influenza di gruppi contemporanei, come i Beatles in "Sweet Dreams" o nella stessa traccia del titolo. Forti contrasti nella Band, derivanti dall''impiego dell''orchestra, dal progressivo ridimensionamento del ruolo della chitarra e dal ridotto feeling di Peter Banks con lo stile musicale del gruppo portano, poco prima dell''uscita dell''album, all''abbandono del chitarrista. La sua uscita provoca la cancellazione delle date in calendario e il ritiro del gruppo in una fattoria sulla costa devoniana alla ricerca della propria direzione musicale, in attesa di trovare un sostituto all''altezza. Il suo posto viene preso da Steve Howe, un giovane e talentuoso "chitarrista prodigio", che ha al suo attivo numerose incisioni in gruppi come Tomorrow e Bodast. Howe appare sulla copertina dell''edizione americana di "Time And A Word, sebbene non abbia partecipato alle incisioni dell''album. Nello stesso periodo la Band conosce Eddie Offord, un produttore discografico molto noto, passato poi alla storia del Rock proprio per il suo lavoro con la Band e gli Emerson Lake And Palmer. Insieme a Howe e Offord viene realizzato, nel gennaio 1971, "The Yes Album", un disco di notevole importanza, contenente quattro tra i brani migliori mai realizzati dalla Band. L''album, balzando al sesto posto delle classifiche inglesi e al 40º di quelle americane, afferma la Band sulla scena internazionale, tanto che nell''aprile ''71 gli Yes intraprendono un tour negli Stati Uniti, come gruppo spalla dei Jethro Tull, dei Ten Years After e dei Black Sabbath. "The Yes Album" è il terzo album del complesso di Progressive Rock inglese Yes. L''album segnò il debutto nel gruppo del chitarrista Steve Howe, e fu pubblicato dalla Atlantic Records nel marzo 1971. "The Yes Album" decretò l''inizio del successo per gli Yes, giungendo alla settima posizione nelle classifiche inglesi e diventando, in seguito, disco di platino negli Stati Uniti. Secondo la testimonianza del bassista Chris Squire, il successo del disco si dovette anche una circostanza piuttosto fortunata. Nella settimana in cui uscì l''album, le poste inglesi erano in sciopero. Di conseguenza, le classifiche settimanali venivano compilate raccogliendo i dati di vendita da pochi negozi campione. L''agente degli Yes era in contatto con il proprietario di uno di tali negozi, e si assicurò personalmente che il negozio avesse una scorta abbondante di copie di "The Yes Album". In "The Yes Album" emergono per la prima volta alcune delle caratteristiche peculiari del "periodo classico" degli Yes, destinato a culminare negli anni successivi con "Fragile" prima e poi con "Close To The Edge", ovvero:
- Con l''ingresso di Howe, gli Yes si presentano decisamente come un supergruppo, ovvero una Band composta unicamente da virtuosi dei rispettivi strumenti. Gli arrangiamenti che ne conseguono sono talmente complessi che sono stati a volte definiti come la sovrapposizione di una linea solista per strumento;
- Steve Howe, appena entrato nella Band, assume subito un ruolo prominente, anche a livello compositivo;
- Rispetto agli album precedenti "Yes" e "Time And A Word", la Band inizia a esplorare brani più lunghi e articolati, come "Yours Is No Disgrace" o "Perpetual Change", eventualmente strutturati esplicitamente in parti (come "Starship Trooper");
"The Yes Album" è considerato uno degli album classici del Rock anni ''70 in generale e del Progressive in particolare. Quasi tutti i brani sono stati riproposti dal vivo lungo tutta la carriera del gruppo. "Your Move/I''ve Seen All Good People" è uno dei brani più suonati dal vivo dagli Yes, tipica encore di molti dei loro spettacoli. Pur preferendo personalmente dischi successivi come il magnifico "Close To The Edge" (1972), non posso che ammettere che questo album offre spunti sonori/compositivi di notevole valore, con composizioni quasi tutte notevoli, ed è una delle prime grandi testimonianze della grandezza artistica del Progressive Rock inglese nella sua forma più compiuta (anche se King Crimson e Colosseum avevano già gettato basi stilistiche, nel genere, rilevanti e fondamentali). Gli Yes degli anni ''70 sono stati un grandissimo gruppo e come tale meritano rispetto ed ammirazione, da tutti gli amanti del Prog e della grande musica in generale.
KnightriderOfDoom (11/03/2012 09:35)
0
Un pezzo di storia
marmar (16/03/2012 21:41)
0
Ritengo questo disco, assieme a "Fragile" tra le cose migliori fatte dal gruppo. Poi si sa, gli Yes sono particolari, a partire dalla voce di Anderson, e possono piacere o meno, ma di fronte a canzoni come "Starship Trooper", beh, poco da dire. Quanto a "Clap", meglio la versione live che quella in studio, più energica ed accativante, Howe è stato veramente un fuoriclasse.
coltrane (11/07/2012 12:45)
0
quando un disco può essere ascoltato a quarant'anni dall'uscita con immutato piacere, vuol dire che si è di fronte a un'opera ormai classica e , a suo modo, immortale.
9 commenti - Mostrati da 1 a 20 - Pag: 1
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