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recensito giovedì 24 maggio 2012 alle 00:00 da Alessandro Cuoghi
Umskiptar
 

Umskiptar


Burzum
2012, Byelobog Productions
Pagan
Voto della redazione

Divenire un’icona di fama internazionale, nel bene o nel male, non dev’essere semplice: la prima cosa da fare è crearsi un personaggio ed avere qualcosa di interessante da comunicare. Il passo successivo è costituito da attirare l’attenzione dei media, in qualsiasi modo. A questo punto, l’icona nascente dovrà mantenere un profilo elevato, consolidare quanto fatto in precedenza e mantenere un alto livello di concentrazione mediatica sul proprio essere ed operare. 

Ebbene, il nostro Varg Vikernes pare essere un genio del settore, quantomeno nel cavalcare la propria immagine e le proprie gesta passate, treandone vantaggio anche a distanza di molto tempo. Sicuramente l’inflazionato omicidio di Euronymous è stato un incidente di percorso, come altresì i vari arresti conseguiti in seguito all’incendio di diverse chiesette norvegesi; per non parlare delle accuse di filo-nazismo e dell’hollywoodiana evasione dalla galera, avvenuta meno di un anno prima della scarcerazione. Ma, come è ormai facile dedurre, gli incidenti di percorso a volte costituiscono nuovi punti di partenza o addirittura vere e proprie rampe di lancio verso il successo. Cosa questa che è stata sfruttata a dovere dal succitato artista che, ritirandosi apparentemente a vita privata, continua tutt’oggi a rilasciare fior fiore di materiale (libri, dischi, interviste...) e ad alimentare la propria fama nel mondo.

Ormai ci troviamo di fronte ad un uomo nuovo: affettuoso padre di famiglia, accanito studioso di mitologia norrena, abile compositore, scrittore, saggista, ma soprattutto sublime agente di se stesso.   

Molti di voi si chiederanno il perché di tale incipit quasi biografico per introdurre la recensione di un prodotto musicale. La risposta risulterà chiara grazie ad un’analisi più approfondita del qui presente lavoro, che rappresenta per la cronaca la quarta uscita discografica targata Burzum (preceduta dallo splendido Belus, seguito a ruota da Fallen e dalla poco significativa antologia From The Dephts Of Darkness), dopo la scarcerazione avvenuta nel 2009.   

Umskiptar (in italiano Metamorfosi), dovrebbe rappresentare il disco della conferma definitiva del ritorno di Varg Vikernes. E, a dirla tutta, a livello promozionale esso si rivela davvero appetitoso, incorporando infatti ogni singolo elemento extramusicale che ha decretato nel recente passato il successo dell’artista:  una cover di matrice epico-romantica tratta dal quadro Slindebirken,del pittore norvegese ottocentesco Thomas Fearnley; un concept fortemente radicato nella mitologia nordica, in particolare sul poema epico Völuspá; e, sopra ogni cosa, l’inossidabile moniker Burzum, simbolo ed incarnazione assoluta del concetto di one-man-band Black Metal.  

A questo aggiungiamo i vari rumors riguardanti il solito presunto ritorno alle origini, l’importanza didattica e artistica dei testi, le interviste rilasciate a riguardo ed infine, come se ce ne fosse stato bisogno, pure un book fotografico di presentazione dove il nostro eroe si mostra bardato prima come un soldato della seconda guerra mondiale, poi come un guerriero del medioevo. Insomma un pacchetto commercialmente completo, corredato da un’attenzione ai particolari degna di una grande agenzia pubblicitaria e destinato a mietere un gran numero di vittime. Vittime, sì, perché per quanto sia difficile ammetterlo il mezzo scivolone lucroso del best of, il crescente puzzo di compitino svolto a dovere, l’ansioso sentore che qualcosa stesse prendendo una brutta piega, trovano qui una triste conferma . 

In questo disco, infatti, è tutto perfetto, tranne la musica.  

Prima di cominciare con l’analisi ci tengo ad illustrare una curiosità che mi ha colpito profondamente: le traduzioni inglesi delle lyrics in lingua madre, prima sempre presenti sul sito ufficiale di Burzum, nel caso di Umskiptar sono consultabili solamente sul suo libro, acquistabile ovviamente tramite un comodo link apposto ad inizio della pagina relativa al disco. Altra operazione lucrosa? Non lo sappiamo, non vogliamo passare per inquisitori e, sinceramente, la questione è facilmente risolvibile, infatti confrontando il booklet dell’album con lo scritto originale del Völuspá, si nota subito che le lyrics sono pressoché identiche ai versi del poema, come fra l’altro affermato anche dallo stesso artista. Quindi, per chi fosse interessato, trovare una traduzione online non risulterà affatto difficile.   

Ma tralasciando queste sciocchezze frivole e di poco conto, che in materia musicale hanno lo stesso effetto fastidioso di una zanzara famelica che ci disturba il sonno, pare a questo punto più esplicativo e corretto incentrare la nostra attenzione sull’aspetto lirico e compositivo del lavoro.    

Umskiptar, come già accennato,  trae la propria linfa vitale (nonchè la totalità dei testi) dal Völuspá,  poema fra i più significativi per la comprensione della mitologia nordica, contenuto nell’Edda Poetica e conservato in due manoscritti: il Codex Regius e l'Hauksbók. Tale opera è stata inoltre ripresa e rielaborata nell’Edda in Prosa di Snorri Sturluson, esimio storico, poeta e politico islandese vissuto a cavallo tra 1100 e 1200, capace con il proprio operato di rendere più chiaro ed assimilabile l’intricato universo mitologico norreno. 

Il poema rappresenta le visioni di un’oscura veggente evocata da Odino al fine di rivelare a lui e agli altri Æsir la completa conoscenza nordica, il destino del mondo ed i misteri primordiali. Interrogata dal padre degli dei, la profetessa risponde prima dicendogli che sa come egli abbia ottenuto la propria sapienza e dove sia finito il suo occhio, poi continua illustrando l’età dell’oro e la creazione dell'universo. Prosegue quindi narrando la guerra fra Æsir ai Vanir, predice la morte di Baldr (figlio prediletto di Odino, avuto dalla dea Frigg, episodio musicato dallo stesso Vikerness nel già citato Belus) e, attraverso un emozionante viaggio lirico, descrive la fonte della sapienza e gli inferi, parla del lupo Fenrir, delle Valchirie e del frassino Yggdrasill, concludendo il monologo con la profezia del Ragnarok (la guerra degli dei), che porterà alla distruzione e rinascita dell'universo, seguita da una nuova età dell’oro.   

Ora, forti di una seppur minima infarinatura storico-mitologica siamo pronti per affrontare la vera sfida del disco, cioè riuscire a capire dove Varg Vikerness  voglia andare a parare. Per una corretta lettura è bene puntualizzare che quanto contenuto fra le parentesi che seguono i titoli norvegesi dei diversi brani non sempre rappresenta la traduzione di essi, ma fornisce una sorta di didascalia indicata dall’autore stesso sul proprio sito ufficiale.  

Umskiptar si apre con l’ormai familiare intro di breve durata, intitolata "Blóðstokkinn" (Inzuppato di Sangue) atta a trasportare sin dalle prime vibrazioni l’ascoltatore all’interno del magico universo mitologico norreno. Un battito costante ed una voce marziale ci introducono in tal modo alla prima stanza del poema, dove la veggente chiede ascolto, intimando il silenzio ai figli umani di Heimdallr e chiedendo ad Odino cosa voglia sapere. Da notare, per i più puntigliosi, che il titolo del brano sembra non avere nessun nesso logico col testo. Il disco prosegue comunque con la successiva "Jóln" (Divinità), dove la veggente descrive la creazione del mondo, il gigante primordiale Ymir, nato da ghiaccio e fuoco, dal cui sacrificio ebbe origine l’universo; i figli di Borr che portarono il sole sulla terra; e le ricchezze dell’età dell’oro. Il brano presenta caratteristiche comparabili alle tracce dei dischi precedenti, tuttavia col suo incedere lento, slavato e ripetitivo non stupisce, fallendo nell’impresa di risultare incisivo. A risollevare subito le sorti del disco troviamo però la successiva "Alfadanz" (La danza degli Elfi, altro titolo di cui non si capisce bene il senso) che, impreziosita da una delicata intro di pianoforte dai forti richiami folk, racconta della creazione dei nani. Attraverso chitarre ritmate ed una voce più narratrice che cantante, il brano si dilata soffuso durante il lungo elenco di nomi dei maggiori rappresentanti della nobile razza. Il primordiale Black Metal delle origini si perde quasi completamente, lasciando il posto ad un atmosferico e coinvolgente Folk Pagan dalle tinte struggenti, che per oltre nove minuti ci culla fra le proprie note, trasportandoci in mondi antichi e fantastici. L’elenco nominale dei nani continua anche nella quarta traccia "Hit Helga Tré" (L’albero Sacro), altro brano dall’intento evocativo, che nonostante si muova sulle stesse coordinate del precedente risulta purtroppo meno capace di coinvolgere. E’ notevole come anche in questo caso Varg si limiti ad una narrazione, utilizzando un cantato vero e proprio solo in alcune parti. Il brano stuzzica però un ulteriore punto interrogativo, dato dalle solite lyrics, che risultano forzatamente apposte in una traccia che secondo il titolo dovrebbe logicamente descrivere il frassino cosmico Yggdrasill, ma che relega tale argomento solo ad un paio di strofe.  

La quinta traccia "Æra" (Onore), incentrata sulla guerra primordiale fra  Æsir e Vanir,  le due stirpi divine, tenta di mostrare un po’ i denti, con la conseguenza di risultare semplicemente piatta, priva di mordente ed approssimativa. Durante questo brano il nostro eroe si esprime addirittura in uno dei pochi screaming veri e propri presenti sul disco, dimostrando purtroppo di essere completamente fuori forma e ponendo l’accento sulle vocals, che per gran parte del lavoro sono limitate ad un cantato quasi sussurrato e sporco, efficace in alcune parti ma completamente privo di carattere in altre. Il racconto procede attraverso la successiva "Heiðr" (Stima), breve brano di passaggio sulla morte di Baldr e sfocia nella discreta "Valgaldr" (Canzone Dei Caduti), pezzo chiaramente di mestiere, molto vicino a quanto avevamo sentito in Fallen, che terminando il racconto della morte del figlio di Odino fornisce una dettagliata descrizione degli inferi nei quali egli fu segregato fino alla propria risurrezione, avvenuta alla fine del Ragnarok. Nonostante il brano non aggiunga molto al valore del disco riesce comunque nel proprio intento,  grazie ad un mood sufficientemente evocativo ed ipnotico. 

Giungiamo così a quello che pare l’apice creativo del lavoro: la drammatica e sognante "Galgviðr" (La Festa del Patibolo), una sorta di manifesto del Depressive con reminescenze Doom. Il brano procede lentissimo, sulfureo e funereo come a descrivere la marcia di un condannato a morte. Non vi è necessità di leggere le lyrics per capire sin dalla prima nota che l’argomento trattato sia di una drammaticità epica. Il canto solenne di Varg accompagna la mente attraverso gli ultimi giorni di pace degli dei del Nord, che avvisati dal canto dei tre galli attendono il momento della battaglia finale, il Ragnarok, che porterà molti di essi ad un’eroica quanto inevitabile morte. Flebili inni di Bathoryana memoria descrivono così il suono del Gjallahorn, il corno con cui Heimdallr darà l’allarme, la liberazione dell’inferocito Fenrir dalle proprie catene ed il sussultare delle radici dell’albero cosmico Yggdrasill per l’imminente battaglia.  Il brano trova il suo seguito nella successiva ed emozionante Surtr Sannan (Oscurità dal Sud), che attraverso un riffing ipnotico e costante descrive la furia dei giganti guidati dal feroce Hrymr, che solcano i mari d’oriente alla volta del regno degli dei sulla nave Naglfar, costruita con le unghie dei morti. Anche il serpente Jörmungandr, figlio di Loki, si contorce d’odio, sferzando le onde e bramando la morte di chi lo imprigionò sul fondo dell’oceano. Altri nemici giungono da est e da sud, i giganti del fuoco ed il loro capo Surtr, assieme a Loki, il dio degli inganni ed al lupo Fenrir. 

Il culmine del poema, la battaglia fra bene e male, il crepuscolo degli dei e la rinascita del mondo vengono riversati nella penultima traccia del disco, intitolata "Gullaldr" (l’Età dell’oro). Il brano, morbido e dall’atmosfera dilatata, caratterizzato da chitarre soffuse e malinconiche, risulta ben strutturato e capace di descrivere l’epica battaglia in chiave diversa dal solito, gettando maggior luce sull’aspetto drammatico del Ragnarock che su quello epico. L’atroce conflitto fra Odino ed il Lupo Fenrir, nel quale il padre degli dei perse la vita, la vendetta da parte del figlio Víðarr che conficcò la spada a fondo nel cuore della bestia, lo scontro mortale tra Thor ed il serpente, nel quale morirono entrambi, la distruzione e rinascita del mondo; questi e molti altri avvenimenti si delineano nel brano sotto forma di nenia funebre e toccante venendo sviscerati dall’alone epico ed infarciti di drammaticità solenne e malinconica. Una simile scelta stilistica pare senz’altro originale, tuttavia lascia un po’ di amaro in bocca ed il sentore che un argomento tanto rilevante potesse essere trattato con maggior riguardo. 

Il disco si chiude con gli oscuri versi finali del poema. Attraverso l’outro ambient "Níðhöggr" (Attacco Dal Basso), delineata da un battito costante e sinistri rumori, viene evocato magistralmente il congedo della veggente, che inabissandosi in acque oscure proferisce un’ultima frase (dal significato tutt’ora poco chiaro)riguardante il malefico serpente alato Níðhöggr, che volerà come un’ombra sul nuovo mondo.   

A conti fatti risulta ormai sicuro che il qui presente Umskiptar  rappresenti una sorta di congiunzione tra i diversi aspetti musicali e non del nuovo corso del progetto Burzum. Da una parte la sicurezza ed il savoir faire di un’artista ormai consolidato e l’affascinante mondo della mitologia nordica, dall’altra il tremendo spettro dell’operazione commerciale e dell’auto emulazione data da una, speriamo temporanea, mancanza d’ispirazione (già preannunciata dall’uscita di un’antologia). La formula della narrazione con accompagnamento musicale anziché del  vero e proprio insieme di canzoni è stata ponderata o può forse rappresentare un’escamotage alla mancanza di idee? Non lo sapremo mai, ma rimane comunque il fatto che il disco trasmette per la maggior parte del tempo un quieto e ridondante torpore, cadendo a volte nella noia e rivelandosi spesso buon dispensatore di sbadigli. Anche dopo ripetuti ascolti l’atmosfera generale rimane quella della ninnananna. Anche i testi, in seguito ad un’analisi approfondita, si dimostrano troppo poco amalgamati con le sensazioni che la musica dovrebbe trasmettere, sembrando in diversi episodi  addirittura inchiodati sulle composizioni senza alcun criterio logico.

Se comparato con Belus e Fallen, da un punto di vista emozionale e musicale questo lavoro perde praticamente su ogni fronte e se ne va lasciando solo qualche vago ricordo, come se la magia e la passione dei predecessori fosse stata fotocopiata malamente e riproposta in una busta dorata. In fin dei conti i pezzi destinati a lasciare veramente il segno sono solamente una manciata, tra i quali andiamo nuovamente e debitamente a citare "Alfadanz" e "Galgviðr", che attraverso la magia che tanto ci aveva affascianti rendono giustizia all’opera dalla quale sono tratti. Vero è che due brani reputati sopra le righe farebbero la gioia di una qualsiasi band emergente, ma chi  ha seguito, come il sottoscritto, l’evoluzione del progetto Burzum, rimarrà pervaso da una vaga amarezza nonché da un fastidioso senso d’incazzatura, dato da quella che sotto alcuni aspetti sembra una presa per i fondelli in piena regola.   

Per giustificare infine l’incipit della recensione: con Umskiptar pare che l’artista abbia sfruttato più la fama e la conoscenza dei gusti del pubblico che il proprio talento compositivo, consegnando un prodotto non all’altezza, ma impacchettato e pubblicizzato col massimo dell’impegno. Quindi, per quanto riguarda la valutazione finale (che, data la presenza di alcuni episodi di valore, non vuole essere una bocciatura su tutti i fronti) non me ne vogliano i fan incalliti di Burzum, ma quando ci vuole ci vuole, perchè da un’artista complesso e capace come Varg Vikerness è sinceramente lecito aspettarsi di più.


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Lineup

Varg Vikernes: vocals, all instruments

TRACKLIST

1.  Blóðstokkinn 

2.  Jóln 

3.  Alfadanz 

4.  Hit helga Tré 

5.  Æra 

6.  Heiðr 

7.  Valgaldr 

8.  Galgviðr 

9.  Surtr Sunnan 

10. Gullaldr 

11. Níðhöggr   

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17 commenti - Mostrati da 1 a 20 - Pag: 1
emanuele (24/05/2012 14:29)
0
In definitiva è diventato un po' come le spice girls! Questo è trve norwegian black metal!
Disco brutto sulla fiducia...recensione MERAVIGLIOSA.
RiffRaff (24/05/2012 22:38)
0
L'omicidio di Euronymous è stato un incidente di percorso?????????? Da quando un omicidio è un incidente? Gli è solo andata bene che la legge norvegese è particolarmente benevola con i criminali assassini, categoria nella quale ricade anche costui, che in più è anche nazista e iconoclasta.. insomma la deiezione dell'Essere. Puah...
_GRANDE_ORIENTE_D_ITALIA_ (24/05/2012 23:16)
0
"l’inflazionato omicidio di Euronymous è stato un incidente di percorso, come altresì i vari arresti conseguiti in seguito all’incendio di diverse chiesette norvegesi; per non parlare delle accuse di filo-nazismo e dell’hollywoodiana evasione dalla galera, avvenuta meno di un anno prima della scarcerazione. Ma, come è ormai facile dedurre, gli incidenti di percorso a volte costituiscono nuovi punti di partenza o addirittura vere e proprie rampe di lancio verso il successo"

se per avere successo bisogna uccidere un uomo, commettere gravi atti di vandalismo incendiario e sottrarsi alla giustizia evadendo di prigione per non parlare di odiose ideologie neonaziste mai celate..... spero ragazzi che la vostra mente sia sufficientemente intelligente per capire che non dovete foraggiare l'idiozia di questo criminale della peggior risma con i vostri soldi e il vostro supporto

penso che alcuni dischi non vadano sponsorizzati, anche se la recensione non è entusiastica non ne condivido la frase riportata sopra, poi de gustibus

Alessandro
Savior (25/05/2012 08:50)
0
"La storia si ripete sempre due volte. La prima volta come tragedia. La seconda come farsa".

Karl Marx
emanuele (25/05/2012 09:06)
0
deduco che la frase di alessandro fosse ironica...
yeah (25/05/2012 09:29)
0
mi sembra evidentissimo che la frase fosse ironica e critica nei confronti del personaggio che si è creato Varg... boh...
vlkodlak (25/05/2012 10:19)
0
un altro? 3 in 3 anni???
vabbé il mio commento tecnico non tarderà
ildanish (25/05/2012 15:05)
0
Il disco ancora devo sentirlo, quindi non mi esprimo, anche se spero tanto che il recensore si sia sbagliato visto che sono un fan del conte... :D

Sul discorso sull'opportunità di promuovere un artista o meno, sinceramente ho una visione molto diversa, secondo me su un sito di musica Metal si deve parlare, appunto, di metal. Il fatto che Varg abbia ucciso Euronymous è noto a tutti, è stato processato e condannato, e ha scontato la pena. Ora è fuori e a mio parere è libero di far uscire anche un disco al mese se gli fa piacere e la gente li compra. Il fatto che alcune sue teorie richiamino il nazismo etc può far storcere il naso a qualcuno, ma non mi sembra un motivo per far passare sotto silenzio i suoi lavori. Ora ci mettiamo a scartare i musicisti in base al credo politico?? E quanti ce ne sono di estrema destra?? L'avete chiesto a tutti o volete cominciare ora?? E se sono di estrema sinistra?? Secondo me fin quando scrive libri e musica può dire quello che vuole, se la gente li compra si vede che vogliono sapere cosa ha da dire...
knightriderofdoom (25/05/2012 15:43)
0
Suvvia, ragazzi.... mi sembra ovvio che la frase del recensore fosse ironica e si riferisse in modo critico al personaggio che Varg si è creato.
Per quanto concerne il disco, lo sto ascoltando ora, a breve lo commenterò....
belfagor (25/05/2012 15:53)
0
Ragazzi, non è mia abitudine commentare le mie stesse recensioni, ma credo che la cosa necessiti di un chiarimento, in quanto mal interpretata.

Tutta e dico TUTTA la parte iniziale (compresi i deprecabili episodi sarcasticamente appellati come "incidenti di percorso") rappresenta un palese ed IRONICO sfottò al personaggio mediatico Varg Vikernes.

Lungi da me affermare che per raggiungere il successo sia necessario macchiarsi di crimini efferati, ma è innegabile che il nostro "artista"debba buona parte della propria fama alle proprie innominabili "gesta" passate. Gesta queste che lo stesso Vikernes continua pure a pubblicizzare nelle varie interviste che rilascia ad intervalli regolari, giusto prima dell'uscita dei dischi! Ormai sembra l'uomo nero ad amici di Maria de Filippi...

Battute a parte, l'intento della, e recensione è quello di far luce su come si sia ridotto e di come continui a prendere per i fondelli i propri fan. Quindi non è nè un invito a spendere i propri soldi, nè un foraggiare le imprese di un criminale, ma proprio l'esatto contrario!

Penso che un atteggiamento del genere da parte di un presunto artista (di cui ho apprezzato sempre e solamente l'aspetto musicale) sia ridicolo e talmente lampante da acquisire una certa importanza anche nella contestualizzazione critica di un disco, tra l'altro piuttosto brutto, poco ispirato e basato più sulle apparenze che sulla qualità delle composizioni. E la cosa non può sfuggire a chi ha letto attentamente la recensione.
Detto questo ognuno è poi libero di trarre le conclusioni che desidera.

Alessandro Cuoghi
_GRANDE_ORIENTE_D_ITALIA_ (25/05/2012 20:48)
0
il commento di Alessandro credo sia il miglior chiarimento in assoluto, perdonatemi se non ho colto l'ironia di fondo dalle parole della recensione, l'importante comunque è affrontare serenamente la desamina di un personaggio molto negativo come Burzum, poi nessuno ragazzi può dirvi come spendere i vostri soldi o sprecare il proprio tempo

Alessandro
Alibek (26/05/2012 16:58)
0
I primi tre pezzi (senza intro) sono molto belli, andando avanti può risultare noioso, ma il sound è ottimo. Ci sono personaggi nel Metal che al 9° disco hanno fatto di molto peggio, perché Varg deve essere un eccezione?
E' vero torna sempre quell' aura true-black-norvegian e i suoi trascorsi, ma Varg è un rocchettaro qualunque, compro i suoi album come compro quelli di King Diamond o i Cradle of Filth (che non sono true:-)
Amanita (27/05/2012 23:03)
0
Grazie Varg. Un altro tocco e pennellata di quella magia che il mondo ormai ha perso... sprosciugata, beffata e deturpata.
knightriderofdoom (28/05/2012 10:21)
0
Fermo restando il rispetto per Alessando e per la sua recensione, non posso assolutamente essere d'accordo con questa disamina.

Sinceramente questa tanto decantata "mancanza di ispirazione" io non riesco a trovarla. Ho invece constatato che questo Umskiptar è un album

veramente ben confezionato, con alcune tracce (ad esempip Alfadanz) che dire spettacolari è riduttivo. Ci vuole un po' do tempo per entrare nel mondo

di Kristian Vikernes (o Varg, se preferite) ma, una volta entrati, verrete catturati da questa potentissima magia.
1. Blóðstokkinn: SV. Solita intro, la cui funzione è prendere l'ascoltatore e farlo entrare nella dimensione del disco.
2. Jóln: 95. Kristian non perde tempo e cala subito l'asso. Canzone stupenda, che raggiunge l'apice negli ultimi due minuti.
3. Alfadanz: 90. Ottima, ma forse un po' troppo lunga. Se fosse durata due-tre minuti di meno sarebbe stato meglio.
4. Hit helga Tré: 80. Brano difficile, a causa delle numerose (e forse esagerate) parti narrate.
5. Æra: 80. Breve ma intensa. Il riff che ci accompagna per buona parte del pezzo è avvincente, ma in generale non si può gridare al miracolo.
6. Heiðr: 80. Atipica, appena tre minuti di durata. Praticamente si tratta di un collegamento tra Æra e Valdagr.
7. Valgaldr: 85. Concordo con Alessandro. Classica pezzo stile "Burzum", quindi niente di nuovo; ma questi otto minuti sono un vero e proprio viaggio

attraverso le terre del nord.
8. Galgviðr: 85. In tutta sincerità io non ho assolutamente trovato reminscenze "depressive" (manifesto del depressive? Addirittura?) in questa canzone.

Sicuramente è invece presente qualche sprazzo di doom, che conferisce al tutto ancora più profondità.
9. Surtr Sunnan: 80. Il riff principale vi resterà in testa per molto tempo, tant'è epico e coinvolgente questa traccia che tutto sommato pecca di essere

leggermente prolissa.
10. Gullaldr: 85. Arriva la classica "suite burzumiana". Kristian diluisce in dieci minuti abbondanti il suond di Umskiptar. Qui c'è tutto: voci pulite, chitarre

acustiche, passaggi doom, parti narrate, schitarrate pesanti, ipnotiche, ammalianti.
11. Níðhöggr: come da tradizione il tutto si chiude con il consueto brano "ambient". Affascinante, rilassa l'ascolta e, ora che il viaggio è finito, lo consegna nella braccia di Morfeo.
Per quanto mi riguarda qui la classificazione "Black" è piuttosto forzata, in quanto qui del Black intenso nel senso "ortodosso" del termine non c'è

proprio nulla. All'inizio mi aveva leggermente deluso, ma con decine di ascolti è cresciuto moltissimo. Per come la vedo io questo disco è superiore

anche a Fallen (per me da 85), a livello di emozioni trasmesse e di maturità del songwriting. Il mio voto è 85/100.

PS: consentitemi una piccola precisazione: Kristian Vikernes produce musica per se stesso, e poi per i fan. E chi afferma il contrario o è male informato o è in malafede. Quindi, come ogni artista d'altronde, Kristian ha tutto l'interesse ad offrire un album "impacchettato per bene" (notare la stupenda copertina). Ma è altresi distante da mode e non ha nessuna intenzione di produrre album in serie per non scontentare i fan. Sinceramente trovo fuori luogo l'espressione "quando ci vuole ci vuole". Lungi da me insinuare che Alessandro si sia svegliato con lo voglia di stroncare il disco, ma le critiche che concludono la disamina non mi sembrano molto fondate.
knightriderofdoom (28/05/2012 10:33)
0
PS: mi scuso per il modo bizzarro in cui si è pubblicato il mio commento. :D
Supertofunaza (03/08/2012 13:13)
0
noioso quanto il precedente.......salvo solo le copertine degli ultimi due album.....
Gabba (29/10/2012 10:48)
0
Mi trovo completamente d'accordo col recensore. Disco davvero poco ispirato e di una noia mortale. L'unico brano che mi è veramente piaciuto è stato Jòln; gli altri sono tutti uguali.
17 commenti - Mostrati da 1 a 20 - Pag: 1
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