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Tool - L'anima laterale della risacca oppiacea

Discussione in 'L'Altra Musica' iniziata da Darkest Endeavor, 26 Aprile 2006.

  1. mircoas

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    8 Settembre 2019

    Mi hai visto nudo?
     
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  2. Dustx85

    Dustx85
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    8 Settembre 2019

    non ho preso la deluxe..
     
  3. Barney Panofsky

    Barney Panofsky
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    8 Settembre 2019

    Ma no, ho visto il video dell'unboxing. Ci sei tu con Fear Inoculum a mo' di mutanda, come i Tool nel video di Hush.
     
  4. Flea

    Flea
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    8 Settembre 2019

    Io dico invece, dopo tantissimi ascolti, che il disco è di altissimo livello.
    Uno forse si aspettava la rivoluzione dopo 13 anni, ma semplicemente questo è un disco dei Tool, un nuovo disco dei Tool e che in quanto disco dei Tool, suona Tool al 100% (scrivo per comodità un'altra volta Tool, così per far numero).
    Ed è un bene. Perché andare a snaturare un sound così particolare e riconoscibile sarebbe un delitto e per le sperimentazioni ci sono già i progetti di Maynard che bastano e avanzano (ad esempio, aveste detto che Eat The Elephant era più bello avrei capito, invece mi tocca leggere delle Babymetal, n'altro po' :facepalm:).
    Per me tutte e 6 le canzoni sono qualitativamente enormi, che ad ogni passaggio lasciano qualcosa in più e si mostrano nel loro splendore solo dopo numerosi e attenti ascolti, che magari uno dice "eh l'hai pagato 80 euri te lo vuoi far piacere per forza", peccato però che diverse composizioni dei Tool siano già così, da Third Eye alle 2 Wings. Brani lunghi, che indugiano anche tanto e fanno attendere l'ascoltatore, a volte per qualcosa che, se arriva, arriva per qualche fugace momento.
    Ma il tutto acquista valore dentro un sound immediatamente riconoscibile e una tecnica di intrecci sonori che nonostante la complessità, non viene mai ad essere autoindulgente (e lo dice uno che ama le digressioni ipertecniche di tanti gruppi Prog).
    Se devo trovare un difetto al disco è quello che avevo accennato dopo i primissimi ascolti: non c'è un singolone "radiofonico" da cantare ai concerti, come poteva essere The Pot o Parabola e sta cosa secondo me ha fatto in modo che in tanti, dopo un primo ascolto, abbiano mollato la presa: tutti i brani tranne 7empest iniziano lenti, pacati, alcuni (Culling Voices, metti) per tanti minuti, devono raccontare qualcosa partendo dal principio del principio, e si prendono il loro tempo...questo può appensantire l'ascolto dell'intera opera, non dico di no, ma è una scelta che va rispettata perché i brani devono dire quello e non si può semplicemente tagliare le parti iniziali ed arrivare subito al dunque (motivo per cui nell'ultimo concerto, a Firenze, mi ero indispettito non poco per Parabola eseguita senza l'indispensabile Parabol, che per me è fondamentale nell'economia della canzone).
    Sui singoli brani si è già detto molto, non credo tutto, ma non ho ancora tempo e voglia di spulciarli uno ad uno, dico solo che la tanto bistratta Culling Voices, è in realtà anch'esso un brano totale, con un crescendo meraviglioso quanto graduale e melodie nella parte lenta davvero bellissime.
    Comunque un sito famosissimo ha detto che il nuovo disco di Miley Cyrus è più bello, quindi toccherà credergli :hihi:
     
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  5. ANGELO7

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    9 Settembre 2019

    Hai detto una sacrosanta verità questo disco è un opera d'arte, come uno dei capolavori di Van Gogh. :innocent:
     
  6. mircoas

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    God Damn the Sun

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    9 Settembre 2019

    A me ricorda più monet
     
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  7. ANGELO7

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    9 Settembre 2019

    Un altro dei miei pittori preferiti,quando guardi un suo quadro sembra che si muova.:innocent:
     
  8. The Transgressor

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    9 Settembre 2019



    Tai: Do you think she's pretty?
    Cher: No, she's a full-on Monet.
    Tai: What's a monet?
    Cher: It's like a painting, see? From far away, it's OK, but up close, it's a big old mess. Let's ask a guy. Christian, what do you think of Amber?
    Christian: Hagsville.


    Questa la capiranno in pochi :ammicca:
     
  9. Dustx85

    Dustx85
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    11 Settembre 2019

    Mi autocito per dovere di cronaca.. Da altre parti la situazione è peggiore, con voti indecenti per uscite buone.. Sembra che un voto intorno ai 70/77 è indice di dischi pessimi e vengono elargiti degli 80 a caso soprattutto per nuove uscite.. Sto parlando (soprattutto) di altri lidi.
    Bisognerebbe cercare di ridimensionare il tutto per rendere più decifrabile il giudizio. Ma penso sia pura utopia..
    Per far rientrare tutto in Topic per me, al momento, fear Inoculum sta intorno al 77/80+ ma non sono più riuscito ad ascoltarlo come si deve. È un disco che ha bisogno di far risaltare i suoni quindi di essere ascoltato sull'impianto di casa o in cuffia. Non ha canzoni tout court e quindi l'approccio deve essere differente da un qualsiasi album (che non sia prog).
     
  10. The Eternal Wayfarer

    The Eternal Wayfarer
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    11 Settembre 2019



    :rotfl:
     
  11. Barney Panofsky

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    11 Settembre 2019

    Il thumbnail come quello di anthony fagtano.:rotfl:

    Però quando prende a martellate Lateralus vorrei prenderlo a martellate io!:fight:
     
  12. ANGELO7

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    12 Settembre 2019

    Io l'ho ascoltato una trentina di volte.:innocent:
     
  13. LucaGiulio

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    12 Settembre 2019



    Magari già postata, ma sempre valida.
    I rumori urbani in sottofondo danno un tocco in più.
     
  14. ANGELO7

    ANGELO7
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    13 Settembre 2019

    Hai presente quando sei nel deserto, hai sete da morire, non ce la fai più, poi ad un tratto un oasi e poter bere tantissimo, ecco un po come ero io e la mia sofferta attesa di un nuovo lavoro dei TOOL, be io l'ho gia sentito quasi 30 volte. Ho un attacco di TOOLLITE acuta.
     
  15. Barney Panofsky

    Barney Panofsky
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    20 Settembre 2019

    Ho riascoltato stasera, per l'ennesima volta (:innocent:), Fear Inoculum.
    Premetto un particolare, che ho notato soprattutto nella title-track: qualora non bastasse già la fantasia di Danny Carey a farmi godere del suo drumming, questa produzione (dove gli accenti che il nostro applica a tom, timpani, campane e piatti rimbalzano continuamente da destra a sinistra) aumenta l'illusione di trovarmi di fronte ad un uomo dotato di due arti aggiuntivi. Aggiungo che avverto spesso la sensazione di ascoltare l'esecuzione dei brani proprio dal seggiolino della batteria. Ma forse è soltanto una conseguenza del mio amore per i tamburi.
    Per quanto riguarda l'album nella sua interezza, penso di essere giunto ad una conclusione: i Tool hanno voluto regalarci sei canzoni molto diluite, la cui struttura ruota intorno agli stessi giri di chitarra e basso, che con il tempo mutano di poco e lentamente. Sembra quasi che Maynard e soci abbiano voluto dimostrarci di essere in grado di comporre canzoni molto lunghe, prive di variazioni importanti, senza però annoiarci mai. Tante piccoli passi che contribuiscono a formare un continuo crescendo. Prendo un riff e ti dimostro quante cose posso scriverci sopra. Secondo il mio modesto parere, sono riusciti nel loro intento. Ascoltando l'album in quest'ottica si riesce ad apprezzare anche la tanto criticata Culling Voices. 7empest sembra rappresentare l'unica eccezione a questa tendenza, anche se in verità presenta un primo minuto dove Carey e Jones si divertono nell'alternarsi i ruoli e, dopo un passaggio travolgente, lascia ampio spazio alle sperimentazioni del chitarrista.
    Tornando a Carey, credo che l'arduo compito di mantenere in equilibrio questa pesante struttura sia posto soprattutto sulle sue spalle. Mentre Jones e Chancellor si divertono a girare sulle stesse note, lui presenta invece un drumming molto vario. Quasi mai accompagna due volte lo stesso riff con lo stesso beat. Anzi, sembra quasi che sia la sua fantasia a spingere in avanti, a suggerire agli altri componenti della band la necessità di cambiare, di apportare quelle seppur minime variazioni che determinano l'evolversi dei brani. Le poliritmie, in verità non molto complesse rispetto al passato, svolgono un ruolo fondamentale.
    Questa chiave di lettura spiega perché nei primi ascolti si faccia fatica ad arrivare fino in fondo ma anche perché, in mezzo a tutti questi minuti, sia difficile trovare una canzone che spicchi al di sopra delle altre. Manca un momento scioccante, che lascia l'ascoltatore a bocca aperta. Ecco perché i primi cinque minuti di 7empest sembrano brillare, rappresentano una ventata d'aria fresca e sono posti proprio alla fine dell'album.
    Dicevamo, canzoni diluite. Ma anche suoni diluiti. Questi lunghi crescendi, per alcuni forse eccessivamente soporiferi, possono rappresentare per molti la chiave d'accesso per comprendere la proposta musicale dei Tool. Ed ecco forse spiegato il successo commerciale di Fear Inoculum, a mio parere basato non soltanto sulla fama della band o la lunga attesa per la sua pubblicazione. Perché in realtà di passaggi pesanti (ostici per chi non è allenato alle sonorità metalliche) in questo album ce ne sono ben pochi. Jones, indugiando su quelle note, indugia anche su suoni puliti, dolci e solo brevemente lascia respirare le sue corde, oppure lo fa al termine di brani che vanno comunque dai dieci ai quindici minuti di lunghezza. Nel frattempo l'ascoltatore, preso per mano, ha tutto il tempo di adattarsi e fermarsi a contemplare.

    Insomma, per farla breve, i Tool si sono venduti. No scherzo, era solo una battuta.
    Se avete letto tutto fino in fondo, sappiate che vi voglio bene.
     
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