Intervista Pain of Salvation (Daniel Gildenlöw)

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Intervista Pain of Salvation (Daniel Gildenlöw)

Il giorno dell'unico concerto italiano dei Pain of Salvation (qui il nostro report) abbiamo incontrato un disponibile e decisamente loquace Daniel Gildenlöw.
Abbiamo parlato di quanto accaduto negli ultimi anni nella band svedese, i cambi di formazione, l'ultimo album "In the Passing Light of Day” e di quanto ha ispirato quest'album.

Ciao Daniel e benvenuto su TrueMetal.
Sei stato in tour per alcuni mesi e ora siete quasi arrivati alla fine, com’è andata?

È andata bene, la risposta del pubblico è stata davvero buona e le nuove canzoni funzionano molto ben dal vivo, quindi ci siamo divertiti.

Tornando indietro di qualche anno, alcuni anni fa la vostra lineup è stata rivoluzionata ed ogni membro della band tranne te è cambiato, è stato difficile trovare nuovi compagni?

Sì, e soprattutto è stato difficile perdere i vecchi compagni [ride].
Ci sono stati diverse fasi, il nostro batterista, Johan, ha lasciato la band prima e poi Johan e Fredrik l’hanno seguito ed è stato un duro colpo, io ero…ogni volta che succede penso di sciogliere la band, perché sembra impossibile andare avanti ma alla fine, beh, prima di tutto ogni volta che qualcuno lascia la band cerca di convincere me a NON lasciare la band [ride].

Loro avevano famiglie, avevano bambini e volevano concentrarsi su di loro; io non ho quest’opzione perché se lasciassi la band tutto andrebbe avanti lo stesso, continuerei ad avere nuova musica che mi va avanti nella testa ma probabilmente sarei ancora più assente e frustrato perché non avrei un modo di esprimere questa musica; invece loro quando hanno lasciato la band sono riusciti davvero a concentrarsi sulle loro famiglie, soprattutto Johan il batterista, lui è molto diverso da me.
Ha lasciato la band, ha venduto una batteria, ha messa l’altra in un deposito da qualche parte, ha semplicemente smesso di suonare mentre per me…come riesci a fare qualcosa del genere?
E’ una persona incredibilmente pratica, e questo ci ha reso facile lavorare insieme, penso, perché siamo così diversi che siamo affascinati dai modi dell’altro.
Mi ricordo quando uno dei suoi nonni è morto, lui aveva una relazione molto stretta con loro e, fossi stato al suo posto, sarei stato davvero devastato, mi sarei immerso nelle mie emozioni e ci avrei costantemente rimuginato sopra, mi sarei perso nei ricordi….quello che è successo con lui è che gli dissi “Oh mio Dio, mi spiace, devi stare davvero male” e lui rispose tipo “Beh, sta meglio dove si trova ora” e questo era quanto, non avevo mai immaginato che qualcuno potesse davvero reagire così.
Voglio dire, non dico che non provasse niente, ovviamente stava male, me è semplicemente così…come ora, smettere di suonare la batteria così di colpo, okay, interessante…

Quindi è stato difficile perderli ed è stato difficile trovare nuova gente, ed è per questo che tutto il percorso dei “Road Salt” è stato per me una sorta di periodo di pausa da quello che stavamo facendo.
Quando inizi a suonare con una band con una certa formazione, all’inizio la band è il veicolo della tua visione, ma dopo un po’, una volta passati gli anni, ti accorgi che la band ti sta facendo diventare il suo veicolo ed all’epoca di “Remedy Lane” e “BE” avevamo lo strumento perfetto per quello che i Pain of Salvation erano diventati quindi eravamo…non eravamo i musicisti migliori del mondo, chi potrebbe dire di esserlo?, ma eravamo il mezzo perfetto per veicolare la musica della band e rimpiazzare qualcuno era difficile, perché chiunque fosse arrivato, anche se fosse stato il musicista migliore del monto, non sarebbe stato un ingranaggio di quello strumento perfetto, ci sarebbe voluto un periodo di adattamento.
Per me penso sia stato un buon modo di ritornare alle mia radici ed esplorarle per un po’ lasciando tempo alle ferite di guarire ritornando al Metal [ride].

Sei ancora in contatto con i tuoi vecchi compagni di band?

Si, e a dirla tutta suoniamo ancora insieme ogni tanto!
Ha ripreso in mano la batteria! [Ride]
Abbiamo questa cosa, una o due volte al mese ci incontriamo con le nostre famiglie, facciamo da mangiare, poi noi “vecchi” andiamo in sala prove e suoniamo di nuovo insieme, è davvero divertente!

Chi siete, sia i membri nuovi che quelli vecchi?

No, siamo io, Johan e Johan ed il vecchio chitarrista che aveva suonato sul primo album, Daniel Magdic.
L’abbiamo fatto già un po’ di volte e, chissà, penso che potrebbe portare a qualcos’altro…

Pensi a qualche show speciale o ad una vera e propria reunion?

Non lo so, ma si capisce che tutti quanti sono di nuovo affamati…voglio dire, quando hanno lasciato la band avevano di bambini piccoli, ora sono cresciuti e torna quella voglia, “Ahhh, in fondo era divertente” perché questo è quello che succede, ci incontriamo ogni tanto perché ci siamo tenuti in contatto, ed ogni volta che ci incontriamo chiacchieriamo e loro finiscono a dire “Eh, sarebbe così divertente, mi manca, mi manca suonare, dovremmo farlo ogni tanto” e io alla fine chiamo tutti e dico “Quindi che ne dite? Suoniamo insieme?” e tutti “Sì!” [ride].

Tornando alla nuova formazione, quali sono secondo te i punti di forza dei nuovi membri?

I loro punti di forza sono, beh, nessuno di loro è nuovo al mondo della musica, sono stati in giro per parecchio, sanno cosa vuol dire lavorare in questo mondo, cosa vuol dire andare in tour, quindi non se ne escono un giorno dicendo “Oh mio Dio, essere in tour è davvero difficile, non voglio stare così tanto lontano da casa”.
Sono tutti consci del costo di fare questa vita, poi sono tutti molto versatili, tutti suonano vari strumenti, siamo una band composta da cinque multistrumentisti che è SEMPRE una cosa buona perché anche se ti concentri su uno strumento, semplicemente conoscere gli altri strumenti ti permette di suonare meglio con il tuo strumento, ti permette di avere una migliore comprensione della tua abilità anche al di là di quello strumento.

È interessante che anni fa, quanto iniziammo, io avevo un’estensione vocale molto ampia ed all’epoca ero l’unico che poteva cantare tonalità così alte; ora abbiamo Ragnar e Léo che possono entrambi andare così ridicolmente in alto, ma non riescono ad andare su tonalità basse [ride] quello devo ancora farlo io.
Ma è buffo perché una volta dovevo fare io le parti più alte perché nessun altro ci riusciva, ora è il contrario, nessuno riesce a fare le parti basse [ride] ma penso che sia piuttosto forte perché hanno voci diverse, ad esempio sulle canzoni di “Remedy Lane” abbiamo tutte queste armonie, per esempio su “Beyond the Pale” quando abbiamo quel “Ta na na na naaa” c’è l’armonia principale e poi c’è la ripetizione che era la mia parte, ma di solito non riuscivo a farla perché nessuno riuscirebbe ad andare così in alto, quando Johan ha iniziato con la band lui riusciva ma a malapena, quindi ora io posso fare tutte le parti principali che all’inizio non avrei dovuto fare, è interessante…

Il tuo songwriting è cambiato sostanzialmente da “Road Salt Two”, da dove viene l’ispirazione dietro all’ultimo album, “In the Passing Light of Day”?

Musicalmente è semplicemente un ritorno a sonorità più dure e ovviamente, col passare degli anni, finisci in direzioni musicali diverse ma prendi anche strade diverse con la tua vita; dato che cerco sempre di investire tutto me stesso in quello che faccio questo si riflette anche nella musica.
Da un punto di vista dei testi ho finito per usare la mia esperienza in ospedale di tre anni fa come concept per tutto l’album, che in retrospettiva penso sia un abbinamento perfetto, come puoi sentire nella musica che pure riflette quell’esperienza; da una situazione del genere vuoi in certo senso tornare col botto, dopo quattro mesi in ospedale hai bisogno di tornare, tornare sul palco, dare il massimo, diventi davvero impaziente di tornare e penso che questo si rifletta anche nella musica.

Anche dal punto di vista dei testi penso che sia un album forte perché hai questa musica dura, senza compromessi, accoppiata ad un concept molto fragile con questi temi molto intimi.
E questa combinazione penso che dia vita ad un album molto robusto.

E in studio come avete lavorato? Avete scritto in studio o siete arrivati con tutta la musica già pronta?

È stato diverso per le varie canzoni, alcune canzone le avevo in mente da tanto tempo ma non avevano mai trovato la loro strada, come il pattern di batteria di “On a Tuesday” che è stato con me per tanto tempo o tutta la canzone “The Taming of the Beast”, ho scritto il nucleo di quella canzone nel 2005 o nel 2006 ed è stata in giro da allora finché non ho trovato il suo posto.
Per altre canzoni avevamo delle parti, ci sedevamo in sala prove, io e Ragnar, io suonavo la batteria e lui la chitarra, io con una chitarra vicino e andavamo insieme a provare, suonare e registrare.
Questo è quello che abbiamo fatto per la maggior parte della canzoni, poi aggiungevamo altri elementi, tastiere e via dicendo, dopo aver sistemato la batteria e la chitarra.
I testi sono venuti dopo per molte canzoni.

C’è una canzone in particolare di cui sono curioso, “The Passing Light of Day”, che parla di un’amante e qualcosa successo in gennaio; me ne puoi parlare?

Siamo io e mia moglie, ci siamo incontrati quando avevamo 19 anni, era un gennaio, studiavamo in questa scuola, lei faceva teatro ed io scrittura, ci occupavamo entrambi di diritti umani, di politica, parlavamo insieme…è davvero un onore superare i quarant’anni e condividere ancora la tua vita con qualcuno che hai incontrato quando ne avevi 19 perché hai condiviso così tanto, abbiamo così tanto in comune.
Questa canzone è su di ciò ed è da essere vista dal punto di vista di quando sono stato portato in ospedale, stavano cercando di capire cos’avessi e cosa mi stava causando questo enorme dolore, la febbre continuava a salire quando capirono che probabilmente era un batterio “mangia-carne” e cominciarono a combatterlo, perché hai tipo due o tre giorni per sconfiggerlo altrimenti muori, è [ride] semplicemente incredibile.
Quindi all’improvviso sono lì con questa cosa che è iniziata come una cosa fastidiosa, poi è diventata davvero dolorosa, poi un po’ spaventosa, e da un momento all’altro sei sdraiato lì e affronti qualcosa di terribile, chi avrebbe immaginato, ieri ho lasciato casa e ora sono qui e i dottori non capiscono come salvarmi la vita…

E come se ti passasse la vita davanti agli occhi…

Esatto, e ti rendi conto che ogni minuto è vitale, “Gesù! Devono fare qualcosa SUBITO, dannazione!”, e stavo soffrendo così incredibilmente tanto, non ho mai provato qualcosa del genere, era all’altezza della mia colonna vertebrale, la parte bassa dove ci sono tutti i nervi, una brutta zona.

E mia moglie era con me ma io potevo parlare a malapena a quel punto, stavo facendo del mio meglio anche solo per tentare di respirare e non urlare, era così doloroso, è incredibile quanto rapidamente puoi passare dall’essere perfettamente sano a giacere pensando “Forse non vedrò mai più i miei figli”; quindi la canzone va vista da questa prospettiva, il singolo momento in cui ero sdraiato lì con lei che mi diceva di non essere spaventato perché sarebbe rimasta con me, e io ero oltre la paura, faceva così male che non riuscivo ad essere spaventato, non riuscivo neanche a pensare di essere spaventato.
Quindi il nucleo della canzone è questo, questa è la sensazione che cerco di trasmettere, è come un omaggio a me e mia moglie, a come ci rapportiamo con la mortalità e a come tutti ci rapportiamo con la mortalità, a come dal primo secondo in cui nasciamo ci stiamo già avvicinando alla morte, una cosa strana di cui essere consci per una specie animale.
Anche da bambino riesci a dedurre cose di cui, immagino, la maggior parte degli animali non sono consci mentre noi potremmo pensare, “Qual è il punto, morirò lo stesso!”.
E’ strano saperlo ed improvvisamente arrivare al punto in cui, “Okay, questo potrebbe essere il momento. Spero di no, ma….”.

La copertina dell’album è piuttosto particolare, me ne puoi parlare?
Volevo trovare qualcosa che fosse unico, qualcosa che non avevo mai visto prima, ma che anche andasse bene con il concept.
Ad un certo punto ho pensato che potesse essere figo avere…dal nostro cortile si vede il tramonto, un campo, la foresta, e quando il sole sta tramontando c’è una luce molto bella che attraversa il campo e quando colpisce casa nostra arriva sulla finestra della cucina ed è riflessa indietro sul prato.
Ero lì che guardavo fuori e i miei bambini stavano giocano, c’era il tramonto, tutta quella bellissima natura, quella sorta di luce dorata che si rifletteva sulla finestra della cucina e ho pensato, “Sarebbe bello avere una foto del genere, incorniciare tutto questo con gli alberi a lato”, poi ho pensato che sarebbe stato bello avere uno dei bambini che mi dipingeva sulla schiena, ho visualizzato tutta la scena.
Ho parlato con Lars [Ardarve, il fotografo] di quest’idea e gli è piaciuta, dopo si trattava semplicemente di…lui vive a Gothemburg, quindi il tempo è quello che è, doveva guidare fino a casa mia e sapevamo che le probabilità di trovare il tempo di cui avevamo bisogno erano scarse ed infatti non trovammo il tempo adatto, ma realizzammo anche che quella scena sarebbe stata troppo piccola sulla copertina di un CD, sarebbe stata come un puntino al centro.
Quindi invece ci concentrammo sulla cosa di mio figlio che mi dipingeva sulla schiena; provammo simboli diversi ed il sole è una grossa parte del concept  dell’album, è un simbolo di così tante cose diverse, ho pensato che fosse figo avere il sole, ma non un sole completo, mezzo sole, un sole che sta venendo disegnato o che non sarà mai completo.
E’ stato molto bello avere mio figlio a dipingerlo; prima l’ho dipinto io sulla schiena del fotografo in modo da provare come veniva, poi mia moglie l’ha copiato sulla mia schiena guardando il fotografo, poi abbiamo dato a Nimh, il mio secondogenito che ha 7 anni, la vernice nera perché continuasse a dipingere e lui si è molto divertito.
Alla fine quando avevamo abbastanza scatti gli abbiamo detto, “Fai quello che vuoi” e lui ha continuato, ha completato il sole, ha fatto una faccia, poi altra roba ancora, e c’è questa splendida foto della fine mentre si gira verso la macchina fotografica con le mani tutte nere ed un enorme sorriso in faccia!

È stato un momento molto ritualistico, è stato davvero bello.
Per me rappresenta il concept dell’album, ma è anche un segno di protezione, passare sotto la pioggia con il sole sulla schiena, è quasi una cosa tribale.

 

Davide Sciaky & Nicola Furlan