Live Report: Rob Zombie a Milano (MI)

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Live Report: Rob Zombie a Milano (MI)

Orrore e divertimento, musica e teatro, ma anche cinema e un certo qual gusto per l'humour nero al servizio di un immaginario esattamente a mezza via tra circo, grand guignol e metallo pesante. In due parole, Rob Zombie, presente per una delle sue rare calate italiche proprio qualche giorno fa all'Alcatraz...

ROB ZOMBIE + POWERMAN 5000 + DEATHLESS LEGACY

27/06/2014 @Alcatraz, Milano (MI)
 


Rob Zombie su Truemetal? No, non abbiate paura non abbiamo perso la nostra truezza (per auto citare un nostro vecchio pesce d’aprile che coinvolgeva il buon vecchio Joey DeMaio, NdJ), ma di certo l’ennesima calata italica dei Megadeth, proprio di spalla al celebre artista statunitense, era una ghiotta occasione per rivedere all’opera un nome storico del thrash made in U.S.A. e, ne contempo, per concedersi un gustoso fuoriprogramma. Destino ha poi voluto, complice la brutta malattia che si è portata via il fratello di David Ellefson, che i Megadeth annullassero una parte del tour lasciando il “povero” Robert Cummings, al secolo Rob Zombie, a combattere in terra straniera senza fuoco di copertura. Saltata la data di Roma (ufficialmente per motivi legati al maltempo), rimaneva tuttavia la successiva data milanese, inizialmente prevista all’Ippodromo del Galoppo e poi spostata all’Alcatraz, con i Powerman 5000 promossi al rango di gruppo spalla e l’innesto dei nostrani Deathless Legacy in qualità di opening act. Uno show nato certamente non sotto i migliori auspici, dunque, complici la non fortissima popolarità del tuttofare originario di Haverhill nel Belpaese e un prezzo divenuto a conti fatti un po’ troppo elevato, una volta perso l’appoggio dei ‘deth. La speranza è, tuttavia, sempre l’ultima a morire e la possibilità di poter ammirare da vicino uno showman del calibro di Rob Zombie rimaneva comunque ben salda, nonostante l’ingresso nel locale intorno alle 19:30, con un pubblico a dir poco sparuto, non lasciasse presagire per il meglio.


 


Il compito di aprire la serata spetta ai Deathless Legacy, uno di quei gruppi nati da una costola dello schock rock e che fanno della teatralità il proprio credo, inscenando uno show dai toni grand-guignoleschi, dominato dalla presenza della cantante e performer Steva La Cinghiala (sic.) Nulla di troppo nuovo per chiunque conosca Alice Cooper, King Diamond, Steve Sylvester e i suoi Death SS come pure lo stesso Rob Zombie; tuttavia uno spettacolo sicuramente piacevole per gli appassionati del genere.

Clicca qui per vedere il photo report a cura di Michele Aldeghi!

 


Dopo circa mezz’ora di cambio palco tocca ai Powerman 5000 e al loro alternative metal dai toni groovy. Gli statunitensi sono di fatto una One Man-Band che ruota attorno al carismatico Spider One, peraltro fratello minore nientemeno che di Rob Zombie. Il cantante dai capelli ossigenati si danna l’anima per intrattenere il pubblico, leggermente più numeroso che in precedenza ma ancora ben lontano da cifre di un certo peso, tuttavia l’impresa non è delle più semplici. La musica dei Powerman 5000 è piuttosto monocorde, anche e proprio per via del cantato di Spider One, generalmente impostato sulle tonalità delle cosiddette spoken words, ma anche dotata di un certo tiro che in sede live riesce a supplire alla poca varietà in maniera tutto sommato convincente. Highlight dell’esibizione sono sicuramente la n. 3, "Nobody's Real", aperta da un giro di basso roboante, l’esplosiva “Bombshell”, l’unica in grado di agitare realmente i presenti e ladivertente "Supernova Goes Pop"; per il resto tante canzoni dal forte groove, tutte ben eseguite ma alla lunga non troppo incisive se non per i patiti di questo genere di sonorità.

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Alle 21 40 tocca alla vera star della serata, Rob Zombie, e se la situazione-pubblico non è purtroppo migliorata di molto, va detto che l’imponente palco addobbato con le gigantografie dei più famosi mostri cinematografici della storia, dall’Uomo Lupo a Frankenstein passando per King Kong, fa davvero un grande effetto. Si accendono le luci e, uno ad uno, prendono posto in scena i vari componenti della band, con l’ovvio tributo per John 5 e le sue bizzarre chitarre e per il grande Rob Zombie, truccato ed abbigliato con i consueti costumi di scena. Lo spettacolo parte alla grande, con la nuova "Teenage Nosferatu Pussy" e due hit direttamente dal passato (“Superbeast” e “Living Dead Girl”) sparate in piena faccia ai presenti, tra spettacolari effetti di luce e un’innata teatralità, fatta di pittoreschi microfoni-crocifissi, dreadlocks, cappelli da cowboy e giubbini sfrangiati. La voce di Zombie è al top, così come i suoni; tuttavia la performance risente dello scarso coinvolgimento di un pubblico piuttosto freddino, incredibilmente poco partecipe persino sulla divertentissima “Sick Bubblegum” e sul contemporaneo lancio di palloni colorati dallo stage verso il pubblico. A poco servono anche le spettacolari movenze robotiche di John 5 o il grande tiro di pezzi come “Meet The Creeper” o "Never Gonna Stop (The Red, Red Kroovy)", potenzialmente in grado di far decollare per davvero lo show. Rob prova ad intrattenere il pubblico ma compie un errore comune a molti artisti anglofoni in tour in Italia: parlare insistentemente in inglese aspettandosi delle risposte che non arrivano; la platea finisce, così, per scaricarsi ancora di più, lasciando ad un Rob Zombie sempre più scoraggiato il compito di reggere per intero la baracca. Assurda, poi, per un artista del calibro del cantante e filmaker statunitense, la scelta di provare a giocarsi il tutto per tutto andando a tirare fuori dalla soffitta addirittura due cover dei Metallica (“Enter Sandman” e Am I Evil?", quest’ultima in compagnia di Cristina Scabbia), nel tentativo di svegliare l’Alcatraz dal torpore. Due cover certamente ben eseguite ma assolutamente superflue nell’economia di uno show che non può e non deve ridursi al rango di esibizione da circo con band juke-box sul palco e il cantante che prova addirittura un’incursione tra il pubblico (con tanto di maglietta della nazionale italiana di calcio), peraltro con scarsi risultati dal punto di vista del coinvolgimento.
 


Qualche istante di pausa ed è il turno del bis, affidato alla sempre fantastica “Dragula” e all’ennesima, insensata, cover: “We’re An American Band” dei Grand Funk Railroad, di nuovo ben eseguita ma totalmente aliena dal resto dell’esibizione (esattamente come accadeva su disco). Un’occasione sprecata, insomma, nonostante una prima parte di concerto di buon livello e una prestazione vocale e scenica assolutamente all’altezza; due i motivi sostanziali, peraltro già eviscerati ad inizio articolo, cui è certamente da aggiungere il non eccessivo seguito di Rob Zombie in terra italica.Vale la pena sperare in meglio (e in meno coincidenze negative, NDJ) per la prossima…

Clicca qui per vedere il photo report a cura di Michele Aldeghi!

Live Report a cura di Stefano Burini e fotografie a cura di Michele Aldeghi.