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TrueMetalStories: Jason Becker, nascita del guitar-hero

Di Paolo Robba - 14 Febbraio 2017 - 10:11
TrueMetalStories: Jason Becker, nascita del guitar-hero

TrueMetalStories: la rubrica in cui presentiamo band giovani e pronte a sfondare, o band di lungo corso che ancora non hanno ricevuto il successo che meritano.

 

JASON: NASCITA DI UN GUITAR-HERO

Malinconia, tristezza, disperazione unite ad incoscienza, genialità e una voglia infinita di vivere: adesso come ora un cuore che batte ed una mente che da sempre lavora e vive per la musica e per ciò che essa riesce a regalare e imprigionare nella quotidianità di tutti noi. In mezzo purtroppo un corpo vuoto divorato da una male subdolo e perfido, che non fa sconti a nessuno e che oscura la luce del sole trasformandola in una notte buia e oscura.

Questa è la storia di Jason Becker, nato a Richmond (Usa) il 22 luglio del 1969.

Chitarrista si, fenomenale musicista anche, sognatore probabilmente e predestinato senz’altro, ma soprattutto uomo, grande uomo, capace di ribellarsi al destino atroce che la vita troppo presto gli ha presentato.
Imbracciata la chitarra e avvicinatosi alla musica, all’età di otto anni, da subito dimostra qualità fuori dal comune e ben presto, non ancora maggiorenne, comincia far parlare di sé suscitando dapprima curiosità, poi stupore, poi ammirazione e infine devozione.
A 16 anni è giù un chitarrista maturo, formato, dotato di un bagaglio tecnico sorprendente e quasi spudorato (testimonianza concreta è un video presente su You Tube dove il giovanissimo Jason esegue la celebre Black Star di Y.J Malmsteen).
L’incontro con Marty Friedman, futuro chitarrista dei Megadeth, sembra dettato e orchestrato dal destino. Entrambi chitarristi straordinari nell’esecuzione, nella velocità e nell’impeto che mettono nel suonare, i due danno vita ad uno sposalizio, pur breve che sia, intenso, quasi furioso che stravolge i canoni della musica chitarristica strumentale.

Sembra quasi bizzarro e paradossale il nome del gruppo scelto dal duo Cacophony.
Il primo album pubblicato “Speed Metal Symphony” (1986) sconvolge letteralmente il panorama musicale metal . L’album, caratterizzato da sonorità e ritmiche thrash metal aggressive e furiose diventa da subito una pietra miliare del virtuosismo chitarristico: scale eseguite alla velocità della luce, contrappunti, dualismi infiniti, assoli straripanti di note che si cercano e si inseguono, armonizzazioni ricercate e cacofonie improvvise: tutto questo in 45 minuti di musica.
Sicuramente “Ninja” con il suo spettacolare inizio acustico ed orientaleggiante, la strumentale “Concerto” con i suoi devastanti e neoclassici intrecci sonori e la conclusiva “Speed Metal Symphony” regalano momenti di emozione e pathos mai ascoltati in un genere così tecnico e complesso.
Segue nel 1988 il secondo album Go Off che, però, non replica le vendite auspicate e il successo che sembrava garantito e i due inaspettatamente si separano.

 

PERPETUAL BURN

Il piccolo Jason ormai decide che il tempo è maturo per camminare con le proprie gambe e mai questa frase sarà così paradossale e significativa nella vita di una persona.
Jason ha 19 anni e compone l’album “Perpetual Burn”, un vero e proprio inno al virtuosismo chitarristico, uscito sul mercato discografico sotto l’etichetta Shrapnel Records.
Immediatamente è doveroso fare una premessa: oggi il mondo musicale strumentale della sei corde è strapieno di chitarristi virtuosi, ipertecnici, disarmanti per la loro velocità esecutiva e bravura, ma negli anni 80′ questo modo di suonare era quasi sconosciuto, misterioso, accennato da qualcuno ma  ancora visto come mondo da scoprire e da esplorare. Beh “Perpetual Burn” confonde ed imbarazza per la qualità tecnica e artistica proposta e letteralmente appare come qualcosa di miracoloso, un disco avvolto da un’aurea eterea e celestiale.
Il songwriting forse è ancora un po’ grezzo e acerbo ma ciò che spiazza e colpisce è, oltre la sbalorditiva qualità tecnica e musicale proposta, l’atmosfera perfettamente bilanciata tra malinconia e positività che permane in tutto il disco.

E’ quasi incredibile a dirsi ma in questo disco si percepisce la grande gioia e voglia di vivere del ragazzo, che sprigiona tutta la sua energia con assoli, linee melodiche e impalcature sonore mozzafiato. Però c’è quasi un retrogusto di tristezza e disagio nascosto tra la moltitudine di note suonate da Jason: forse un amaro e triste presagio per ciò che verrà.

“Altitudes” è un pezzo che entra di diritto nell’enciclopedia del chitarrismo virtuoso; un concentrato di sentimento, furia sonora, tecnica e gusto musicale, con il suo preludio dalle atmosfere esotiche e orientali, seguito da architetture sonore incentrate sui famigerati arpeggi dalle sonorità neoclassiche.
“Air”, pezzo dedicato ai propri genitori, è un qualcosa di forse mai sentito. Un saliscendi di arpeggi in stile “bachiano”, caratterizzati dal perfetto binomio tra complessità esecutiva e facilità d’ascolto. Una bibbia musicale, un manuale didattico da ascoltare, studiare e portare nel cuore.
Jason incanta veramente per la complessità delle strutture armoniche proposte, per il sentimento che si percepisce in ogni nota suonata, per il desiderio di arrivare al cuore delle persone.

“Perpetual Burn”, “Opus Pocus”, “Eleven Blue Egyptians”, ogni pezzo sorprende l’ascoltatore avvolgendolo con le sue tele infinite di colori, suoni e cascate di note.
Va detta una cosa però, come accennato sopra: è necessario contestualizzare il disco all’epoca storica pertinente. Come già detto oggi viviamo in un’epoca dove tecnicamente è difficile scoprire e proporre qualcosa di nuovo, il livello compositivo, didattico ed esecutivo è talmente alto che quasi il chitarrista odierno viene declassato se non riesce a suonare una scala pentatonica alla velocità della luce. Ma viviamo in un’altra epoca dove Internet, You Tube e la reperibilità di qualsivoglia manuale o spartito musicale possibile la fa da padrone; dove l’uso dell’effettistica è esasperata, dove la competizione è quasi materia di studio a scuola e dove, come disse Antonio Sanchez, batterista di Pat Metheney, in una clinic ad un seminario jazz a cui assistetti anni fa, succede questo: “vivo a New York dove alzi una pietra ed un nuovo gruppo sempre più bravo viene fuori.”

 

LA MALATTIA

 

Dicevano: spaccherà il culo a tutti quanti…..
La critica lo osannava pronosticandogli un futuro da migliore di tutti e nel salotto virtuale del gotha chitarristico c’era già pronta una splendida poltrona di pelle per lui.
Ma come purtroppo spesso accade l’atroce destino era dietro l’angolo.
Siamo nel 1990 e a Jason capita l’occasione della vita. Viene chiamato da David Lee Roth (ex Van Halen) nel suo gruppo per sostituire nientemeno che un altro Dio della sei corde: Mr Steve Vai, accasatosi agli Whitesnake.
La rivista Guitar Magazine decreta Jason miglior chitarrista emergente del mondo e per il ricciolino ragazzo di Richmond è’ veramente l’incoronazione, la chiusura del cerchio, ma purtroppo ad incrociare il suo destino non c’è soltanto fama e gloria, tour mondiali e dischi da custodire gelosamente negli scaffali, c’è il fatidico incontro con la Signora Sla, spietata e perfida, ingombrante e perversa: è la sclerosi laterale amiotrofica, o morbo di Lhou Gerig, malattia terribile che paralizza progressivamente i muscoli riducendo in maniera progressiva ed irreversibile ogni capacità motoria.
Difficile dire come i due si incontrino e si conoscano; si sussurra di un dolore al polpaccio improvviso una lontana mattina di una giornata che per Jason doveva essere sole e luce, note musicali e gioia di vivere.
Il dolore aumenta e con esso arriva la fiacca, la stanchezza, una lentezza sempre più accentuata nei movimenti e dopo varie consultazioni mediche il verdetto è spietato e senza appello.
Purtroppo la malattia progredisce, di Jason resta solo l’intenzione e la voglia infinita di suonare ma le braccia, le mani, le dita diventano sempre più pesanti. Jason purtroppo non riesce più a suonare.
I medici prevedono tre-cinque anni di vita al massimo; salta il tour del disco “Ain’t Enough”, si spegne il sogno di un giovane ragazzo nato poco più di vent’anni prima.
Un gelido vento spegne la fiamma di un fuoriclasse, di un predestinato, di un giovane ragazzo prodigio pronto ad incantare il mondo.
E a poco a poco di Jason resta solo il ricordo, la gente non né parla più, il mondo musicale si dimentica di lui. Arrivano le difficoltà motorie, la parola si inceppa, la tracheotomia, la sedia a rotelle ma soprattutto arriva il dolore e la tristezza che devastano e logorano l’animo di un ragazzo pieno di speranze e con una vita meravigliosa davanti.

Ma l’animo traboccante di musica di Jason e la mente, sempre lucida, continuano a vivere e a ribellarsi all’atroce destino che la vita gli ha presentato. Troppo forte è l’amore e il legame che lo unisce alla musica e all’indescrivibile arcobaleno di colori che le sette note musicali riescono a generare.
Viene ideato e creato dal suo amico Mike Bemesderfer un software appositamente adattato alle sue esigenze. Ormai Jason, immobile e paralizzato su una sedia a rotelle riesce a comunicare unicamente con il movimento degli occhi e impercettibili movimenti della testa a cui corrispondono suoni e note musicali trasferite su un pentagramma.
Ed è questo il micromondo che Jason si costruisce e che alla fine lo porta alla miracolosa creazione nel 1996 dell’album “Perspective”.
Album completamente diverso da “Perpetual Burn”, suonato grazie all’aiuto e alla perizia musicale di una nutrita schiera di musicisti amici e affezionati a Jason tra cui lo stesso compagno d’infanzia Marty Friedman, Greg e Matt Bissonette, Steve Perry, Michael Lee Firkins, Steve Hunter e Danny Alvarez.
Vi invito a leggere la completissima e bellissima recensione del disco presente sul sito ma comunque alcune annotazioni le voglio fare partendo dal retro della copertina dell’album.
Un paesaggio spoglio e lugubre con delle montagne in sottofondo sormontate da nubi scure e minacciose; una chitarra sgangherata e spezzata e un plettro abbandonato in primo piano; il tutto a simboleggiare la desolazione, il grigiore e la malinconia che la malattia ha portato nel cuore di Jason. Ma c’è anche un sentiero presente sul lato destro di questo paesaggio; una luminosa via che sembra scalare le montagne stesse e condurci verso l’infinito e verso l’ignoto, il cammino che inesorabilmente Jason deve seguire per restare vivo e ancorato a ciò che di splendente e luminoso il mondo ancora gli può offrire.
E poi la scritta, quella scritta che recita testualmente: Io ho la Sla, che ha bloccato il mio corpo e la mia parola ma non la mia mente; quasi un monito, un inno alla vita, un ricordare a tutti noi che nulla può sostituire il pathos e l’emozione contenuta nel cuore di una persona.
Tre sono i pezzi che voglio citare e menzionare di “Perspective”: “Primal”, con un inizio sorprendente e malinconico di voci intrecciate, dove si percepisce tutto l’amore di Jason per la natura selvaggia, l’incontaminato mondo che ci circonda e le tipiche sfumature orientaleggianti che hanno sempre animato e colorato la sua musica. (rimarrà purtroppo tristemente l’ultimo brano suonato con le sue mani); “End of the Beginning” (una vera e propria opera sinfonica, con tipiche strutture di matrice classica e la chitarra solista di Michael Lee Firkins in primo piano) e “Serrana”, uno dei pezzi leggendari di Jason; probabilmente uno degli esempi più concreti e vivi nella storia della chitarra della perfezione stilistica dell’esecuzione di arpeggi e sweep picking.
Suonato già nel 1989 presso l’Atlatnta Institute of Music l’esecuzione di questo pezzo letteralmente sconvolse il mondo, creando stupore ed ammirazione. In Perspective la chitarra è sostituita da una tromba sintetizzata, che giocando e palleggiandosi su tonalità maggiori e minori regala momenti di regala bellezza.

 

 

LO STILE

Ci sarebbe davvero tanto da scrivere, da citare e da menzionare riguardo lo stile e l”aspetto puramente didattico, tecnico ed esecutivo del funambolico Jason.

Sicuramente peculiare e significativo è l’uso costante e quasi maniacale di arpeggi e sweep picking dalle sonorità tipicamente neoclassiche. Il tutto è suonato in maniera velocissima e pulitissima combinando nell’esecuzione stessa sia pennate alternate che legati, discostandosi quindi leggermente da un approccio più didattico e analitico (mi passerete i termini) utilizzato ad esempio da uno dei maestri della tecnica dello sweep picking ovvero Frank Gambale.
Gli arpeggi eseguiti da Jason presentano poi spesso la caratteristica di esser suonati in maniera ascendente e discendente in un unico intervallo scalare per poi estendersi all’ottava successiva; a volte si ha quasi la sensazione che le prime note dell’arpeggio vengano usate quasi come trampolino di lancio per poi esplodere nell’esecuzione completa dell’arpeggio stesso fluido e arioso.
La gemma delle gemme e a mio avviso il picco compositivo di Jason, cioè la spettacolare “Air” è veramente esempio e materia di studio per comprendere appieno la tecnica esecutiva sopra descritta.
Trattasi praticamente di un arpeggio senza fine e senza respiro suonato in modalità “clean” dove si combinano perfettamente legati e pennate e ripetizioni di frasi arpeggistiche che fungono da base per esplosioni e fughe di note estese nelle ottave successive.
Altra peculiarità di Jason è sicuramente l’utilizzo di sonorità e architetture compositive tipicamente “bachiane” ed è quasi banale asserire quanto l’influenza della musica barocca sia pregnante nello stile chitarristico di Jason.
Come moltissimi chitarristi neo-classicici degli anni 80 poi, fondamentale è stata l’influenza del grande violinista Nicolo Paganini con i suoi funambolici 24 Capricci. L’esecuzione da parte di Jason del Capriccio Op.1+5, visibile in numerosi video su You Tube, è un esempio chiaro e fulgido della maestria del guitar hero.
Uli Jon Roth, leggendario chitarrista degli Scorpions, e uno tra i primi shredder del mondo rock-metal e Yngwie Jay Malmsteen, emblema e icona del chitarrismo neoclassico, sono forse i chitarristi che più di altri influenzano lo stile chitarristico di Jason ispirandolo nelle sue proverbiali cavalcate sonore.

Ma interessante è senza dubbio analizzare e soffermarsi sull’utilizzo delle singole note nelle varie esecuzioni di arpeggi e sweep picking. Tipico di Jason infatti è l’utilizzo delle scale giapponesi  (soprattutto pentatoniche) e dei modi frigio e frigio dominante, modi che hanno negli anni a seguire sempre più influenzato e contaminato il panorama chitarristico metal.
Il modo frigio, costruito sul Terzo grado di una scala maggiore, all’apparenza potrebbe sembrare una normale scala minore, ma la presenza del secondo grado minore (abbassato cioè di mezzo tono) conferisce alla scala che ne deriva un sapore tipicamente zigano e spagnoleggiante.
Il modo frigio dominante invece, ancor più utilizzato da Jason, costruito sul V grado di una scala minore armonica, presenta sempre il secondo grado abbassato di mezzo tono ma il terzo grado non è più minore come in una scala minore bensì è maggiore (per capirci scala frigia dominante di do: Do, Reb, Mi, Fa, Sol, Lab, Sib). E quindi vengono perfettamente abbinate e mescolate le sonorità tipicamente solari di un accordo di settima maggiore (I, III, V, VIIb) con i suoni tristi e melanconici di una scala minore (2b, 6b).
E’ chiaro e trasparente poi che prendere un pentagramma e scriverci sopra note, diteggiature, intervalli risulterebbe solo un mero atto di trascrizione puramente meccanico e impersonale poiché libri di musica, spartiti musicali ed esercizi di tecnica quanto più articolati possibile non potranno mai sostituire ed insegnare a nessuno la parte emotiva del chitarrista stesso: e la musica fortunatamente vive e si alimenta di questo!

 

LA QUIETE

 

Già la quiete; quella che deve vivere Jason ogni giorno intrappolato in un corpo che ormai non risponde e non esiste più. I suoi occhi sono l’unica e la sola finestra sul mondo ed il collegamento tra la sua mente ancora fervida e funzionante e la vita.
Siamo nel 2017 e ormai da più di vent’anni le condizioni di Jason sono stabili; può considerarsi un vero e proprio miracolato poiché il decorso della malattia sembra essersi arrestato e il suo è un caso veramente più unico che raro data l’incidenza mortale pressoché totale di questa malattia.
Negli anni susseguenti a “Perspective” ha partecipato come produttore alla stesura di due album “The Rasperry Jams” e “The Blackberry Jams” più che altro raccolte di vecchi demo inediti o demo inseriti in precedenti pubblicazioni e più recentemente è venuto alla luce, dopo diverse difficoltà finanziarie, un film-documentario sulla vita di Jason intitolato: “Jason Becker not dead yet” con immagini e interviste.

Paradossale è l’inizio del documentario dove viene inquadrato in primo piano Jason che con il linguaggio degli occhi dice: Sono Jason Becker l’uomo più sexy del mondo, facendoci comprendere,  se mai ce ne fosse bisogno, quanta forza e voglia di vivere abbia avuto e abbia quello che adesso è un uomo tristemente incapace di muovere anche un solo dito del proprio corpo ma che trent’anni fa era un ragazzino impertinente e sfacciato venuto al mondo per sbalordire con i suoi assoli le platee di mezzo mondo.

Pochi mesi fa infine è stato pubblicato un video in cui Jason annunciava la lavorazione di un nuovo album grazie al supporto esecutivo di chitarristi e musicisti straordinari e dove lo stesso Jason chiedeva l’aiuto finanziario con piccole o grandi donazioni al pubblico di tutto il mondo per la realizzazione di tale progetto.

In questi ultimi vent’anni bisogna riconoscere che il genere neoclassico, basato sulle scale minori armoniche e sugli arpeggi barocchi, è sicuramente sparito dai radar soppiantato da generi sempre più miscelati tra loro. Il Jazz, la fusion, il blues, la musica brasiliana, sonorità sempre più ricercate, poliritmie e sperimentazioni musicali sempre più ardite; beh tutto questo è entrato di prepotenza nel mondo musicale rock-metal in genere e quindi è veramente impossibile fornire un verdetto certo e chiaro su quanto avrebbe potuto incidere oggi la tecnica e la musicalità a quei tempi sbalorditiva di Jason.
Sicuramente il ragazzo si sarebbe evoluto, accrescendo ancor di più le sue conoscenze e le sue capacità soprattutto compositive, senza dubbio avrebbe inciso altri dischi dalla tecnica e dalla musicalità strabiliante ma veramente è cosa troppo ardita addentrarsi in discorsi futuristici o possibilisti o lanciarsi in proclami trionfalistici su quanto mostruosamente bravo sarebbe diventato.
Ciò che è certo è che sul finire degli anni 80’ un chitarrista pazzesco di nome Jason Becker fece avvicinare alla chitarra e allo studio di questo meraviglioso strumento migliaia di ragazzi ammaliati dalle acrobazie strabilianti compiute sulla sei corde e che tanti furono i chitarristi dell’epoca ad essere toccati e influenzati dal suo inconfondibile stile.
E qui si chiude la storia di Jason Becker e di quanto la sua musica e il suo cuore abbiano lasciato un segno indelebile e incancellabile nel firmamento musicale: la sua stella, e questa è veramente una certezza assoluta, brillerà per sempre.

Paolo Robba