Recensione: Хиус

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Uno degli aspetti più positivi del progresso tecnologico applicato al mondo musicale è di certo, almeno a detta di chi scrive, quello che permette anche a realtà musicali geograficamente distanti, sperdute nei bassifondi dell’underground più estremo, di entrare in contatto con potenziali utenti in un battito di tasti. Tralasciando tutti i problemi che questa globalizzazione musicale ha portato con sé (se n’è già discusso a lungo e non è questa la sede più idonea), mi premeva solo notare come una trentina di anni fa non solo non avrei potuto ascoltare un gruppo proveniente dalla grande madre Russia, ma con ogni probabilità non avrei neanche saputo della sua esistenza! Questo preambolo mi è servito solo ed esclusivamente per presentare il nuovo nato dei Neverending Winter, gruppo proveniente dalle gelide profondità della Siberia che, con questo “Хиус”, raggiunge il traguardo del secondo album (più un EP) in sette anni.
La proposta dei nostri baldi ragazzoni è un black metal sferzante imbastardito da inflessioni più legate alle loro radici hardcore/punk e qualche leggera spruzzata riconducibile a certo folk che, pur rimanendo dietro le quinte, si percepisce in alcune sporadiche aperture dei nostri.

La classica intro d’ordinanza dominata da arpeggi malinconici e soffusi apre le danze, cedendo il posto in meno di un minuto alle frustate di “By Snowridges”, dominata da riff heavy, improvvisi stop & go e una sezione ritmica irruenta. Il rallentamento centrale prelude ad un breve ritorno delle botte in pieno stile black, prima di cedere il passo a una melodia più dimessa e tipicamente paesana in cui entrano in gioco anche brevi melodie di violino, che spariscono giusto in tempo per il finale. “Neverending Winter” parte con la furia tipica del black più oltranzista, giocandosela poi con ripetuti cambi di atmosfera e continui saliscendi ritmici, durante i quali una batteria impazzita detta i tempi e guida gli assalti all’arma bianca delle chitarre, impegnate in riff concentrici ed evoluzioni a loro modo schizoidi seppur screziate di insospettabili squarci melodici. L’intermezzo di flauto, a metà strada tra il bucolico e l’inquieto, concede una breve pausa prima di un nuovo e progressivo irrobustimento del suono che carica il finale di note angosciose prima di sfumare nella successiva “Heeus”, introdotta da un arpeggio più disteso. L’incanto dura poco più di trenta secondi prima di essere scardinato dalle violente sfuriate del gruppo, che trascinano l’ascoltatore in una tempesta di neve che si protrae fino all’arrivo del rallentamento centrale in cui si torna a respirare attitudine punk, seppur pesantemente imbastardita dalla malignità del black. La furia iconoclasta torna per un breve istante a catalizzare l’attenzione, prima di cedere definitivamente il passo alle distese melodie acustiche che avevano aperto la traccia e che se ne reimpossessano, concedendo un po’ di riposo dopo una traccia agguerrita e ben strutturata.
Urla minacciose e una melodia tesa introducono la conclusiva “Sib Ir”, che dall’alto dei suoi nove minuti abbondanti danza tra le diverse anime che pervadono questo “Хиус”: ecco quindi che tranquille melodie dall’incedere quasi bucolico si fondono con brusche accelerazioni più aggressive, mentre le ripetute frustate della chitarra interrompono il loro inesorabile lavorio per cedere il passo ad arpeggi più contenuti e dal tono vagamente inquietante, che a loro volta si mescolano ad armonie fredde, malinconiche, notturne. L’arpeggio acustico del finale vede addirittura l’ingresso in scena di un pianoforte in accompagnamento alla chitarra, per chiudere la lunga traccia (praticamente una strumentale) in modo imprevisto ma molto piacevole, e consegnandomi un ottimo lavoro, seppur un po’ troppo breve. In conclusione sono soddisfatto di “Хиус”, e sono certo che potrà piacere sia ai fan del black più oltranzista che a coloro che cercano qualcosa di più variegato senza per questo perdere in violenza e cattiveria. Niente male.

 
70