Recensione: 1755

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A inizio 2017 i portoghesi Moonspell, quasi a sorpresa, annunciano che il tre novembre pubblicheranno l’undicesimo full length, un disco interamente incentrato sul terribile terremoto che devastò Lisbona il primo novembre 1755. Concept già esplicito dal titolo dell’album, “1755” appunto. Prima di iniziare a parlare di “1755” però, dobbiamo concentrarci sulla sua genesi e comprenderla. Solo in questo modo potremo maturare una visione che ci permetterà di vivere e assimilare il platter.

 

In origine, “1755” doveva essere un disco bonus del DVD “Lisbona Under the Spell”, registrato lo scorso febbraio a Lisbona, davanti a quattromila fan, la cui uscita è programmata per il 2018. Come spesso accade, però, entrare a contatto con quelle che sono le proprie radici, immergersi nella storia del proprio paese, può generare sentimenti e sensazioni forti, difficili da reprimere e da tenere nascoste. Questo è quello che deve aver provato Fernando Ribeiro, mastermind della band lusitana, figura oscura e misteriosa, appassionata di storia, letteratura e arte, fortemente legata alla cultura portoghese, tanto da non aver mai nascosto un intenso sentimento d’identità, di appartenenza alla propria terra. Il passo successivo, quindi, la decisione di trasformare “1755” da semplice disco bonus a vero e proprio album dei Moonspell, è stato un qualcosa di naturale e, sotto certi punti di vista, dovuto. I Moonspell, quindi, attraverso le dieci tracce di “1755” ci conducono in un viaggio a ritroso nel tempo, portandoci a rivivere quello che è stato uno degli eventi più drammatici e sconvolgenti nella storia del Portogallo, ma che ha influenzato e modificato anche la cultura europea dell’epoca. Un terremoto in grado di sfiorare il nono grado della Scala Richter, seguito da un’onda anomala di quindici metri, il giorno di Ognissanti distrusse la capitale di un regno fortemente cattolico. Un qualcosa di difficile comprensione, che ha generato in tutto il Vecchio Continente riflessioni sulla natura di Dio, sull’inspiegabilità delle sue decisioni, azioni e punizioni. L’affrontare questi temi, narrare gli avvenimenti, raccontare, approfondire e rendere vive le paure, lo sconforto, la sofferenza, la rabbia, le riflessioni poteva essere fatto solo attraverso la lingua madre. Così, con l’undicesima fatica, i Moonspell abbandonano momentaneamente l’inglese e realizzano un disco interamente cantato in portoghese.

 

Dal punto di vista musicale, “1755” stacca con il recente passato, con quanto espresso in “Extinct”, appesantendo il tiro delle nuove composizioni. Incontriamo inoltre un forte uso di orchestrazioni e, soprattutto, cori di wagneriana memoria, con il chiaro obiettivo di dare maggiore enfasi e drammaticità alle canzoni. Possiamo dire che con questa nuova fatica i Moonspell hanno deciso di realizzare un disco meno chitarristico ma più atmosferico ed evocativo. La chitarra di Ricardo Amorim, infatti, pur essendo presente, pronta a sfoggiare i crismi che hanno caratterizzato il guitarwork dei Moonspell nel corso della loro carriera, risulta un po’ in secondo piano rispetto alla componente orchestrale. Altro aspetto a balzare immediatamente all’orecchio durante l’ascolto di “1755” è l’utilizzo di atmosfere arabeggianti ed etniche, con il chiaro obiettivo di condurci per mano in quello che è il mondo, la cultura portoghese. Sempre in questa direzione, in ‘In Tremor Dei’, incontriamo la collaborazione con Paulo Bragança, che inserisce nell’album il fado, la tipica musica di tradizione popolare del Portogallo. Visto il tema trattato, non poteva essere altrimenti, per quello che si rivela un capitolo unico nella discografia dei Moonspell, l’album più ambizioso fin qui realizzato dal quintetto di Amadora.

 

Quando si realizzano opere così ricercate e articolate, se l’obiettivo viene centrato, il capolavoro è garantito. Vista la complessità, però, il rischio di steccare, di comporre un lavoro eccessivamente prolisso o incapace di trasmettere il giusto pathos, di coinvolgere l’ascoltatore, è dietro l’angolo. Così, se mettessimo la nuova fatica dei Moonspell su un’immaginaria bilancia, da che parte penderebbe “1755”? Capolavoro o disco non riuscito? Molto probabilmente l’ago della bilancia si fermerebbe a metà. Se da un lato il tentativo di realizzare un disco caratterizzato da atmosfere legate alla cultura portoghese viene messo a segno, la qualità di “1755”, lungo i suoi oltre cinquanta minuti, risulta altalenante. L’album si apre alla grande, regalando subito forti emozioni con canzoni del calibro dell’opener ‘Em Nome Do Medo’, la titletrack, la già citata ‘In Tremor Dei’, uno degli assoluti highlight del disco. Perde, però, in ispirazione nella sua parte centrale. In ‘Desastre’, infatti, pur essendo una traccia articolata e ben strutturata, compaiono dei passaggi fortemente debitori a “Night Eternal”, rischiando addirittura l’autocitazione. La successiva ‘Abanão’ risulta la traccia meno ispirata del lotto e anche ‘Evento’, pur presentando passaggi interessati, dettati in particolare dall’uso dei cori e da un’ottima dinamica, non riesce a convincere appieno. Proprio ‘Evento’ ci permette di soffermarci su un aspetto che incide nell’economia di “1755”. In questa nuova fatica Fernando Ribeiro ha praticamente eliminato le clean vocals, perdendo quindi in espressività, limitando l’incisività di alcune soluzioni e aperture melodiche. Certo, parlare di un evento che ha distrutto una città, causando migliaia di vittime, di un disastro che si è scagliato su un paese tra i più fedeli a un dio che dovrebbe dispensare amore, provoca rabbia, paura, sentimenti che trovano la migliore rappresentazione con l’utilizzo del growl. Ma i passaggi in cui vengono trattati il dolore e lo sconforto della popolazione sopravvissuta, avrebbero forse trovato maggiore espressività con delle linee caratterizzate da una voce pulita, in particolare quella del miglior Fernando. Aspetto, questo, che solleva un piccolo rammarico, in particolare se consideriamo che con “Extinct”, il cantante portoghese, sembrava aver raggiunto la completa maturità nell’uso delle clean vocals, come descritto nella recensione dell’album del 2015. Il disco si risolleva nel finale, regalando gemme del calibro di ‘1 de Novembro’, ‘Todos os Santos’ e la splendida cover ‘Lanterna dos Afogados’, dei brasiliani Paralamas do Sucesso, che nella rilettura in chiave Moonspell sembra uscire direttamente da un album come “The Antidote”.

 

1755” è un capitolo unico nella storia dei Moonspell e come tale va ascoltato, affrontato e rispettato. Rimane il fatto che la nuova fatica griffata Moonspell, pur rivelandosi un disco di valore, figlio di una delle più importanti band dell’attuale scena metal internazionale, solleva qualche rammarico. Come se i Moonspell avessero avuto la possibilità di realizzare qualcosa di immortale ma, forse per il carico emotivo, forse per una pressione che il quintetto può aver sentito sulle proprie spalle, non riesce a lasciare il segno come avrebbe potuto e dovuto. Lo ripetiamo, “1755” è un disco di valore, altre compagini farebbero carte false per realizzare un platter di questo livello, e non poteva essere altrimenti viste le qualità che la formazione lusitana ha saputo sfoggiare nel corso degli anni, ma la sensazione di “occasione persa” non riesce a uscire dalla mente del sottoscritto. Ora, però, spetta alla musica parlare e non rimane che augurarvi buon ascolto.

 

Marco Donè

 

 
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