Recensione: 1959 [EP]

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Il primo EP dei canadesi Ellorsith è un viaggio temporale che riporta in vita quel maledetto incidente del passo Djatlov avvenuto in Russia la notte del 2 febbraio 1959.

Un intro cupo e tenebroso fa calare la nebbia sul cammino dei nove ragazzi che decisero di intraprendere, con gli sci di fondo, un’escursione attraverso i monti Urali. Il breve brano si veste di cori ecclesiastici ricamati da una voce in lingua russa che sembra voler salutare per sempre le anime dei malcapitati aprendo il triste sipario sull’inspiegabile episodio.

L’angoscia di quella notte misteriosa è narrata da un sound affilato da trame black-metal e ritemprato da un growl prepotente e profondo che ghiaccia il sangue aumentando la costante sensazione di disorientamento che si respira per tutta la durata del disco.

Le quattro tracce riconducono l’ascoltatore in una tormenta di neve materializzata nei blast-beats incessanti sospinti dal suono greve delle chitarre che incitano il vento a tormentare gli sventurati decisi a trovare un luogo sicuro per accamparsi. 

Anche la luna ha distolto lo sguardo sul terribile destino che presto si abbatterà sulle vite degli escursionisti ora intenti a montare il loro rifugio a tempo di un infervorato drumming martellante che nutre l’atroce bestia dell’inquietudine.

All’interno della tenda l’apparente quiete assume le sembianze di un demone che volteggia su arpeggi graffianti, improvvise fiammate doom incendiano il giaciglio dall’interno provocando panico, un panico assoluto.

Nel buio più totale l’esplosione di un sound feroce spegne il debole lume della ragione scatenando un turbine di pazzia che investe l’accampamento. Le trame violente, capeggiate da chitarre maligne e corpose, accendono bagliori misteriosi fra i ghiacci creando un clima disturbante, mentre la morte compare e scompare assumendo sembianze diverse.

Il finale è raccapricciante: in uno scenario di desolazione i ritmi rallentano, le sonorità si fanno via via più cadenzate perdendo ferocia ma impadronendosi di un’apprensione profonda ed assolutamente percettibile. Urla deliranti e spaventose fanno da contorno al pianto toccante dell’ultimo sopravvissuto ingoiato dal fragoroso silenzio della fine.

1959” è un album che, in chiave sonora, non possiede elementi eclatanti da far gridare al capolavoro, anche se rimane apprezzabile il tentativo, ben riuscito, di tingere il monocromatico black-metal con sfumature death e doom. Resta il fatto che, il connubio tra musica, storia e mistero, rende il disco così dannatamente affascinante da voler avventurarsi in questo ascolto più e più volte.

 
75