Recensione: 2017

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Esistono personaggi, in ambito heavy metal e hard rock, che per insondabili ragioni non sono mai riusciti a godere delle luci della ribalta, sempre che di luci della ribalta si possa parlare in una nicchia musicale ove i tempi delle vacche grasse – che poi lo erano al minimo dei minimi sindacali, qui da noi – sono finiti e strafiniti da decenni. Non per demerito degli stessi, sia ben chiaro, ma solamente per via di alcune scelte, probabilmente. Che esse fossero personali, ideologiche o “di campo” non è dato sapere, sta di fatto che certuni palcoscenici sono stati sempre irraggiungibili per taluni artisti. E non si pensi a chissà che cosa, ma solamente all’ospitata in radio nella trasmissione di genere più seguita, l’articolo/intervista sulla rivista specializzata del momento, la comparsata alla fiera mondiale di turno, la foto nel locale “giusto”, la presenza nel festival dal tiro internazionale insieme con altri artisti affini e via di questo passo... Mica la luna, insomma!

Paolo Morbini rientra in questo novero. Pur se da più di tre decenni il nostro si sbatta come un animale per inseguire un sogno, dai tratti musicali dolci, le sue comparsate nei posti che pesano per davvero a livello nazionale si contano sulle dita di una mano. Il marchio di fabbrica che da sempre accompagna le release del batterista, autore, compositore e arrangiatore milanese è la Q U A L I T A’. Cosa che evidentemente non basta più e, soprattutto, non paga. Con gli Exilia prima e con i Myland dopo Morbini ha realizzato autentiche perle di hard rock dai tratti somatici gentili, leggasi alla voce Aor. Quattro album eccellenti e un epilogo targato 2016, riportano le cronache. Paolo, lungo gli anni dei Myland, s’è però tolto le sue belle soddisfazioni, più che altro oltreconfine, però, nel momento in cui ha collaborato con Kee Marcello, Tommy Denander dei Radioactive, Fergie Frederiksen (R.I.P.) dei Toto ricavandosi un meritatissimo seguito soprattutto fra i fan giapponesi.         

Messa una pietra sopra ai Myland, Morbini, insieme con il pard di vecchia data Guido Priori alla voce nel 2017 dà alla luce la sua nuova creatura artistica, semplicemente denominata PMP, acronimo di Paolo Morbini Project. Il primo frutto di questa avventura, accompagnata da Marco Andreasi e Diego Belluschi alle asce, Alex Sperti alle tastiere e Mimmo Corbo al basso è l’album intitolato “2017”, oggetto della recensione. Registrato presso il Borgo della Musica a Milano, prodotto dallo stesso Morbini in compagnia di David Poggio è stato mixato da Marco Barusso presso i Barux Studio, sempre nel capoluogo lombardo.

Dieci le tracce a costituire la colonna vertebrale del prodotto griffato AnderStein Music, non a caso una label di Nagasaki, che si accompagnano a un booklet di sedici pagine – metà delle quali in lingua giapponese – con tutti i testi, le note tecniche e una bella foto di Morbini sornione nell’ultima facciata.

Saper fare al meglio quello che ben si conosce pare essere il motto di Morbini & Co. “2017” sprizza hard rock dal profumo Aor da tutti i pori, senza ma e senza se. Nessuna invenzione, nessun effetto speciale, solamente – si fa per dire, neh? – l’applicazione dei dettami e dei cliché del genere da parte di sei musicisti – più qualche ospite, come il sopraccitato Tommy Denander – con due colleoni così ed esperienza da vendere… Se dai Ramones, dagli Ac/Dc, da Axel Rudi Pell, dagli Anvil si pretende, o si pretendeva una certa cosa, beh, anche nel caso dei PMP non si resta di certo delusi, in questo senso. La “botta” di suoni belli bilanciati e nitidi che “2017” fornisce senza economia di sorta certamente aiuta, ma pezzi quali “She'll Never Be The One”, non a caso scelta anche come protagonista del videoclip mastro dell’intero lavoro, possiede le stimmate per entrare nel cuore, dalla porta principale, per tutti i die hard fan dell’Aor e dell’hard rock suonato e interpretato con classe. Detto – e scritto – cha la qualità media del prodotto permane alta per tutti i sessantacinque minuti di durata dell’album, altri episodi scintillanti si possono ritrovare fra le trame della ballata “Takin' you to Heaven” e nell’energica “Don't Give up Don't Give in” ma, ripeto, apprezzabili brividi Hard’N’Aor provengono da tutti i pezzi di ‘”2017”.   

Un bentornato di cuore quindi alla Premiata Ditta Morbini, Priori & Company, dispensatrice adulta di musica che non morirà mai, ieri come ora e sempre.    

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

 

PMP PAOLO MORBINI

Paolo Morbini

 
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