Recensione: 4 ½

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Va detto che a parecchi in questa redazione Hand.Cannot.Erase. non è andato particolarmente a genio, e vi sono buone motivazioni. Un disco effettivamente scialbo e poco isirato, lontanissimo dalla magia di The Raven Who Refused to Sing. Serve forse ripeterlo? In certa misura sì, perché il giudizio sull'ultimo disco ha avuto un certo peso quando Steven ha annunciato un Ep composto

da pezzi che non sono riuscito ad inserire negli ultimi due album, ma di cui sono ugualmente molto fiero.

Ora, non sentendo particolari bisogni di essere politicamente corretti in un contesto in cui non ha il minimo senso esserlo, chiunque sa che "pezzi che non sono riuscito ad inserire negli ultimi  album" in linea di massima significa scarti e la fierezza è lì solo per ridonare una punta di dignità.

Insomma avete capito, l'annuncio dell'Ep 4 ½ non è stato accolta particolarmente bene da queste parti, o meglio, è stata accolta con tutta la diffidenza del caso. E abbiamo sbagliato.

4 ½ si presenta già bene in termini di minutaggio, 6 pezzi per circa 37 minuti che avvicinano l'ultimo "parto“  di Wilson al mini album piuttosto che all'Ep. Ma soprattutto sei pezzi che spiegano effettivamente che la fierezza non è lì solo per l'immagine. E che effettivamente  avrebbero fatto fatica ad entrare in Raven in quanto effettivamente piuttosto distanti a livello sonoro. E in Hand.Cannot.Erase non avrebbero potuto entrarci perché, molto semplicemente, questi brani sono freschi ed ispirati.

Pezzi assai immediati e orecchiabili,  beatlesiani come da ultimo corso wilsoniano, la maggior parte dei quali caratterizzati da una più corposa presenza di chitarra elettrica. Basta sentire i giri di chitarra sotto alla opener My book of regrets, ottimo esempio di encore progressive rock, una canzone semplice semplice al cui centro è inserita una incredibile sezione strumentale che alterna parti sincopate a momenti di calma eterea. Ottimo inizio e il meglio è ancora da venire. Superando Year of the Plague, inserto strumentale acustico molto suggestivo, si arriva a Happiness III. Scritta nel 2003 e registrata solo durante le sessioni dell'ultimo anno. È ancora una canzone elettrica e beatlesiana, con velleità radiofoniche, in odor di britpop e madchester, ma soprattutto, dotata di un groove assolutamente micidiale, è probabilmente una delle “hit” più coinvolgenti scritte dal maestro britannico. Chissà perché non l'ha mai usata per i Pocupine.

Ed è proprio il groove che domina, anche un altro pezzo di punta di questo album, Vermillioncore. Qui il risulta ancora più assassino (il groove) in quanto si tratta di un pezzo strumentale e classicamente prog (fosse stata un tutt'uno con la precedente Sunday rain sets in poi...). Un pezzo che riporta indietro di tanti anni, ma proprio tanti, ai tempi antecedenti Stupid dream per intendersi, prima che il minialbum venga maestosamente concluso da Don't hate me, pezzo rifatto e già presente in Stupid Dream, brano di grandi atmosfere e grande suggestione, impreziosito dalla voce femminile dell'ottimo refrain. Non che aggiunga qualcosa all'originale, ma comunque un buon riadattamento.

Insomma, 4 ½ conferma l'impressione d'apertura, vale a dire che  Hand.Cannot.Erase molto probabilmente era un passo falso, uno dei pochi, nella sterminata discografia di Wilson. Wilson che qui si riconferma ai livelli altissimi cui ci ha sempre abituati e sforna un pugno di pezzi pienamente in linea con gli ultimi suoi lavori solisti, molto ispirati, ma anche decisamente immediati. Nell'attesa, forse vana, che prima o poi vengano rispolverati i Porcupine Tree, 4 ½ è molto più che un riempitivo.
 

 
75