Recensione: 6th Counted Murder

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Prima uscita per i milanesi 6th Counted Murder, autori di questo full-length omonimo, dato alle stampe nell’ottobre dell’anno scorso.

Una nascita avvenuta nemmeno troppo tempo dopo il varo della band, datata tardo 2011. Lasso di mesi che, inevitabilmente, non ha potuto non influire sull’anima dell’album la quale, come prima impressione, lascia intravedere un’indole ancora un po’ acerba. Del resto, prima di assestare la propria line-up i Nostri ci hanno messo qualche tempo, per cui è normale anzi fisiologico che “6th Counted Murder” possieda molti caratteri di un debut-album, per di più autoprodotto.    

Notevole, invece, la cura – addirittura maniacale – con la quale sono state realizzate le dieci tracce del CD. A parte l’innegabile bagaglio tecnico in mano ai cinque lombardi, colpisce la precisione di una scrittura curata in ogni dettaglio. Tutti i brani, nessuno escluso, denotano una linearità formale davvero poco consueta in chi affronta per la prima volta la registrazione di un disco. Una pulizia di esecuzione e una chiarezza d’idee che regalano a “6th Counted Murder” un sound moderno ma allo stesso tempo classico, discernibile ovunque in ciascuna delle sue parti.  

Ecco, a proposito di sound, di stile, è molto difficile inquadrare i 6th Counted Murder entro dei confini chiaramente rimandabili a qualche genere del metal estremo. Questo non significa che l’ensemble meneghino girovaghi a vuoto alla ricerca della giusta strada da seguire. Anzi è il contrario. Avendo disegnato così precisamente il proprio marchio di fabbrica, i 6th Counted Murder hanno timbrato a fuoco tutte le song nello stesso modo.

A dire il vero, comunque, proprio di metal estremo non si tratta: al contrario, a parte il cantato growling che istintivamente rimanda al death, il resto non esagera mai. Né le chitarre e tantomeno la batteria, ben lungi da addentrarsi nei territori dei BPM da follia. Il basso, soprattutto, ha un groove ortodosso, che non può non far venire in mente gli strumentisti che hanno dato il là all’heavy metal. Ma anche le sei corde, come più sopra accennato, ritmano riff e ricamano soli nel rispetto dei canoni del padre delle tipologie metal. A volte, per fare un esempio, come in “Remember Your Story”, si potrebbe pensare agli Iron Maiden con growling vocal! Si tratta pertanto di una buona dose di carattere, dalla parte dei 6th Counted Murder, che, incuranti di mode e tendenze, sciorinano ciò che è, evidentemente, il loro ‘vero’ modo di suonare.

Ancora da migliorare, di contro, l’efficacia dei brani intesa come capacità di attirare l’attenzione dell’ascoltatore. Forse l’attenzione profusa nella loro stesura ha levato quell’immediatezza che un genere istintivo come il metal deve avere. Fatto sta che manca quel quid sì da renderli così accattivanti da allinearli, per tale caratteristica, alle altre qualità di cui è ricca l’opera. L’album decolla ma non si alza più di tanto, insomma. La sostanziale mancanza di melodia, sostituita da una riottosità quasi di stampo power metal americano, non gioca a favore dell’insieme che, invece, avrebbe potuto giovarsi – a parere di chi scrive – di qualche armonizzazione meno ruvida quindi più cedevole, deformabile; come si può percepire per esempio in “Road To Nowhere”.

Tirando le somme, nondimeno, non si può che rendere merito ai 6th Counted Murder e ai loro sforzi appassionati per dare alla luce qualcosa di personale, di unico, di memorabile. Non ci sono riusciti appieno, ma alla fin fine si tratta solo dell’inizio, questo.

Daniele “dani66” D’Adamo
 

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