Recensione: 7.83Hz

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Meditazione, psichedelica e poi fangosa realtà si alternano nella prima fatica in studio dei romani Otus. Lunghe suite strumentali sono un’affabile abitudine per gli artisti,  brani come ‘Echoes and Evocations’, il cui caleidoscopico crescendo tutto sfuma. 

Ambientazioni in cui galleggiare, da cui poi precipitiamo restando impantanati nelle note più estreme. C’è un non so che di orientaleggiante nel sound della band, etnica che trascende le atmosfere del progetto. Il sound proposto è a metà tra lo sludge, il doom ed appunto divagazioni che abbracciano culture esotiche e, allo stesso tempo, esoteriche. Alone di misticismo guarda al passato, incardinandosi anche nel più presente core.  

7​.​83Hz” è un full-lenght complesso, di grande personalità indubbiamente. Tale mescolanza di attitudini è amalgamata con grande sapienza, risultando efficace e gradita dai più tradizionalisti, sino ad arrivare anche a chi vuole qualcosa di originale. 

Le voci più melodiche risultano quasi echeggiare nei brani, effetto che rende ancor più onirico l’album e che si sposa perfettamente con le accelerazioni più rudi degli artisti. Il viaggio in cui siamo coinvolti ci trasporta attraverso serenità e pena, dramma e pace che si intrecciano. 

La title-track ‘7.83Hz’ è l’inquietudine di trovarsi galleggiare in un universo senza confini, in cui luci e suoni angosciano e spaventano. Questa tensione poi si attenua via via, consapevolezza di essere particella di un infinito che di certo non si cura di noi. Polvere spaziale, meteoriti che si frantumano, stelle che esplodono e il cui boato ci raggiunge dopo averne contemplato la luce. 

Brani come ‘Black Lotus’ ci hanno fatto tornare alla mente epiche cadenze, segnale di come gli Otus non si lascino incatenare da definizioni e regole. Ambient, drone, rock e poi infinite sfaccettature a cui vi dovreste lasciar andare, sono le possibilità di vedere specchiate le mille personalità che appartengono ad ognuno di noi in “7​.​83Hz”.

Considerando che siamo di fronte ad una realtà al primo full-lenght, non possiamo che ben sperare anche per il futuro, auspicando non perdano questa vena compositiva. Il botto lo hanno fatto, vedremo se sapranno confermarsi a questi livelli. Noi ce lo auguriamo e speriamo presto di riascoltare un loro disco. 

Stefano “Thiess” Santamaria

 
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