Recensione: '74 Jailbreak

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Ogni leggenda ha un principio, e quella che porta il nome di AC/DC comincia qui, tra questi riff e questi refrain...

Corre l'anno 1984 e la Atlantic Records, per festeggiare il decennale della band, pubblica questo EP contenete quattro pezzi inediti (eccetto per i fortunati possessori dell'uscita australiana di High Voltage o di qualche Dirty Deeds Done Dirt Cheap edizione speciale) e una cover. Nonostante il mini-album veda la luce a metà degli anni ottanta, tutto il materiale di questo Jailbreak è datato 1974: i tempi in cui i fratelli Young, ventenni, muovevano i loro primi passi per portare la stella degli AC/DC alta e luminosa nel firmamento del rock.

Jailbreak, opener ottima e tremendamente catchy, è costruita su un trascinante riff che ricorda da vicino la poco più anziana It's A Long Way To The Top, opener del monumentale High Voltage. Il brano si sviluppa generato da puro dna AC/DC, con la voce di Bon Scott (rip) a guidare le strofe, l'accattivante coro del ritornello a cui è impossibile resistere, e l'assolo targato Angus. Sicuramente un pezzo che non avrebbe sfigurato anche all'interno di lavori del futuro. La successiva You Ain't Got A Hold On Me è invece meno ispirata e decisamente inferiore della traccia di apertura. Il brano è più melodico e manca quasi completamente di quella componente grezza e hard tipica del songwriting del gruppo. Questo probabilmente perché il ruolo del chitarrista leader è rivestito, fatto notevolmente insolito, da Malcom, meno grezzo del fratello Angus. Show Business è un episodio che parla della vita del musicista alla maniera degli AC/DC, e lo fa muovendosi su riffs, stacchetti e leads profondamente ancorati alla tradizione del rock'n'roll più puro e anacronistico, quello che riporta subito l'orecchio ai canoni del suo re Elvis Presley e della sua generazione. Brano godibile e particolarmente immediato. Ultima fatica del combo australiano in questo mini è Soul Stripper, frangente che difficilmente ci si può aspettare di trovare a questo punto dell'ascolto. Aperto da una parte strumentale a base di basso e chitarra, Soul Stripper si snoda in un'atmosfera assolutamente meno festaiola del solito e percussioni fin troppo esotiche per lo scolaretto Angus e soci. Solo il ritornello gode dell'inconfondibile marchio di fabbrica della formazione australiana. In chiusura troviamo una cover che ha tutta l'aria di essere un vero e proprio tributo. Si tratta di Baby, Please Don't Go pezzo di Joe Williams del 1944; rock'n'blues notevole dal sapore country, quasi boogie, che ancora una volta testimonia il legame della band con le sonorità del primo rock americano.

In quali orecchie (e magari in quali cuori?) Jailbreak è destinato a far presa? La risposta è semplice: in quelli dei fan della band e di pochi altri che rispondono ai veri amanti dell'hard rock vecchia maniera. Se siete fuori da questa schiera di eletti, Jailbreak potrebbe presto diventare un soprammobile accumula-polvere. Infatti, nonostante una ventina di minuti abbondanti di buon rock; di episodi davvero notevoli e paragonabili ad un buon pezzo di quel periodo ci sono solo la title-track e Show Business. Il resto è pura testimonianza "archeologica". In breve, questo non è ne un punto di partenza ne un must. Buttatevi su capolavori immancabili come Back In Black o High Voltage nel caso vi mancassero non è da escludere che forse un giorno possiate decidere di voler far vostro anche questo mini... e allora potrete godervelo in pieno.

Tracklist:
01. Jailbreak
02. You Ain't Got A Hold On Me
03. Show Business
04. Soul Stripper
05. Baby, Please Don't Go

Alessandro "Zac" Zaccarini
 
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