Recensione: A Furrow Cut Short

Di Tiziano Marasco - 3 Maggio 2015 - 7:27
A Furrow Cut Short
Band: Drudkh
Etichetta:
Genere: Black 
Anno: 2015
Nazione:
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55

I Drudkh sono sempre stata una band lenta ma in costante evoluzione. A dispetto di una prolificità a dir poco impressionante infatti gli ucraini sono sempre stati in grado di dare una sfumatura diversa a ciascuna delle loro opere, arrivando spesso a livelli altissimi. Gli ultimi due dischi avevano comunque denotato una leggera flessione volta ad eliminare gli inserti folk in favore di una compatta tensione di chitarre elettriche e di ritmi più serrati. Il che aveva portato alla perdita di quella malinconica magia pagan, rustica e casereccia, che aveva reso grandi lavori come Autumn Aurora e Microcosmos. A suggello di queste intenzioni era infine giunto l’estemporaneo Eastern Frontiers in Flames, nel quale i nostri rendevano omaggio all’underground più sommerso dell’est Europa. Omaggio che aveva visto una ulteriore virata verso il black più puro e primordiale, anche in vista del fatto che i brani ivi proposti venivano dalle tenebre non solo dell’underground, ma anche da quelle degli anni novanta. 

Una virata che però ad oggi sembra trovare conferma nel nuovo arrivato di casa Drudkh, A furrow cut short – un’opera che continua ed estremizza ulteriormente le intenzioni messe in mostra negli ultimi Eternal Turn of The Wheel ed Handful of Stars. Ad oggi infatti A Furrow Cut Short si classifica come il più duro dei lavori dei Drudkh, un’opera, ancora una volta, di black puro e primordiale, fatto di riff pungenti e chitarre lamellari a discapito del cospicuo minutaggio dei sette brani presenti. Il che rende il disco più lungo rispetto a quanto gli ucraini ci abbiano ultimamente abituati e, unitamente alla pesantezza strabordante ed ininterrotta del materiale, assai più arduo da metabolizzare.

Non si tratta però di una pesantezza tecnica. Ad una prima analisi  A Furrow Cut Short richiama vagamente il turpissimo Djevelmakt dei Kampfar, band che nell’ultimo anno è stata accostata ai Drudkh per vari motivi. No, ed il problema non sta nemmeno nel fatto che il disco sguazzi in paludi che, in quanto ad originalità, lasciano molto a desiderare – sarebbe come un tiglio in fiore nel novembre sarmatico.

No, il problema è che A Furrow Cut Short è molto più arido nelle idee che nelle sonorità, e lo si dice con una punta (al cuore) di tristezza, se non di preoccupazione. Si assiste ad una sequenza di riff indubbiamente ben impaginati, indubbiamente furibondi e martellanti, ma anche piatti ed uniformi.  Questo disco scorre in una desolazione che non è metaforica, è troppo reale. Il primo sussulto lo si ha al giro di chitarra di To the Epoch of Unbowed Poets, incredibile ma vero, quando le prime due tracce – 15 minuti – sono passate senza nemmeno un graffio ai timpani. E non bastasse questo, si tratta di unodei pochi sussulti.

Ad Eastern Frontiers in Flames si poteva premiare la volontà di ripescare alcune realtà sconosciute (e ci sarà il suo motivo, diceva quello là) e riconoscere che il limite poteva derivare dal fatto che i brani venivano da gruppi genuini, ma inesperti. Qui no, siamo innanzi ad un gran lavoro di mestiere, che sacrifica qualsiasi possibile influenza folk, malinconica, agallochiana, alcestiana e quant’altro in favore di 51 minuti di black metal truce, furibondo, classico. Ma soprattutto spento.

Non è difficile ipotizzare che i nostri abbian la testa altrove – i Drudkh sono di Kharkiv e Kharkiv è pericolosamente vicina sia al Donbass che alla Russia, dunque è lecito ritenere che per i nostri far musica sia più difficile che negli anni passati. Può darsi che la menzionata vicinanza abbia conferito ai quattro una superba incazzatura che ha trovato forma tra i solchi di A Furrow Cut Short. Ciò non toglie che il risultato risulti un mero dischetto di black metal classico e senza spunti degni di valore. E lo si ripete con una grossa punta di dolore. 

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