Recensione: A Line Of Deathless Kings

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È un ritorno di quelli che segnano, quello dei My Dying Bride: A Line Of Deathless Kings, evocativo sin dal titolo, è quanto di meglio potevano sfornare oggigiorno, senza perdere la propria personalità con evoluzioni eccessive, ma senza nemmeno risultare falsamente pentiti di quanto fatto sinora.

L'album è infatti un buon connubio di tutti gli elementi mostrati, ad oggi, dall'evoluzione della band albionica, la cui situazione a livello di line-up sembrava aver compromesso un po' di stabilità ed ispirazione, anche se l'ultimo album da studio, Songs of Darkness, Words of Light, lasciava ben sperare. Rispetto a quei momenti, risalenti a soli due anni fa, la band arrotonda gli spigoli, eliminando le asprezze death/black che da The Light at the End of the World erano tornate a farsi sentire pesantemente nel loro sound: qui la voce di Aaron Stainthorpe torna ad essere rotonda, disperata, evocativa come già su album incastonati nella storia, come l'immenso The Angel and The Dark River ed il minore Like Gods of the Sun.

Paragoni col passato indispensabili per capire cosa sia diventata la Sposa Morente nel 2006: una band che ha fatto tesoro delle sue qualità, riuscendo ad assorbire ormai completamente l'inizialmente grave mancanza del violino, venuto meno (insieme al transfuga Martin Powell) da ormai 8 anni. Oggi le tastiere, lievi e acute, servono ad arricchire un suono già completo di suo, ricco, pesante: grazie a riff come quello portante di To Remain Tombless, che sembra fotografare l'attimo di silenziosa attesa prima che la tempesta si abbatta su una brughiera. Immagini, proprio questo riescono a creare le canzoni del nuovo disco: come sapevano fare i loro vecchi e gloriosi album, un po' meno i pur tecnicamente ottimi successori.

Così Thy Raven Wings ed il suo pianoforte si introducono con leggerezza nell'animo, prima che il canto delle chitarre, sempre fortemente radicate nel dark/doom creato in collaborazione con Paradise Lost e Anathema, prenda per mano l'ascoltatore e lo porti sulle strade del tenebroso sentimento religioso (o anti-religioso) da sempre cantato da Aaron. La batteria non è più quella di Rick Miah, ormai da un pezzo, e si sente parecchio proprio a causa del collegamento diretto col passato che quest'album sembra voler stabilire; ma le composizione non vengono mutilate in nulla, come nulla è lasciato al caso.

Solo la conclusiva The Blood, The Wine, The Roses sembra unirsi brevemente al filone che i MDB hanno sviluppato con il sottovalutato 34.788%... Complete e prima del ripensamento dovuto al suo clamoroso flop commerciale: un brano più semplice, più "veloce" ed "arioso", dove le virgolette sono d'obbligo, ma sicuramente più catchy; perlomeno prima della sfuriata death degli ultimi 30 secondi!

Un quadro che li proietta come gli unici, veri e propri Re Immortali del gothic/doom britannico: quello che gli altri gruppi citati hanno sentito di dover abbandonare perché non più rappresentativo delle loro identità: Stainthorpe, Craighan e soci tengono invece a farci sapere che in loro questo genere vive ancora, e forse per sempre.

Alberto 'Hellbound' Fittarelli


Tracklist:

1. To Remain Tombless 06:06
2. L'Amour Detruit 09:08
3. I Cannot Be Loved 07:04
4. And I Walk With Them 06:37
5. Thy Raven Wings 05:22
6. Love's Intolerable Pain 06:14
7. One of Beauty's Daughters 05:40
8. Deeper Down 06:28
9. The Blood, The Wine, The Roses 08:21

 
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