Recensione: A Lullaby for the Devil

Di Riccardo Angelini - 12 Ottobre 2007 - 0:00
A Lullaby for the Devil
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Anno: 2007
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75

Quasi.

 

È “quasi” la parola d’ordine del nuovo album dei Deadsoul Tribe, quella che in estrema sintesi potrebbe rappresentarlo meglio di ogni altra. In che senso? Proviamo a spiegarlo brevemente.

 

Un paio d’anni orsono avevamo salutato “The Dead Word” con un’impressione piuttosto favorevole e un pronostico per il futuro: se il buon Devon Graves – sulle cui spalle grava da tempo il tutt’altro che lieve peso dell’eredità Psychotic Waltz – si fosse preso un po’ più tempo per lavorare sulle composizioni, dalle sue mani sarebbe facilmente potuto uscire un nuovo capolavoro. E il buon Devon se lo è preso questo tempo in più? Quasi. La gestazione di “A Lullaby fot the Devil” ha richiesto due anni e mezzo buoni, contro l’annetto scarso che soleva intervallare le precedenti produzioni. Una pausa di riflessione di certo non lunghissima, ma capace di rendere un poco più ragionevole l’allucinante ritmo di lavoro cui il vecchio Devon si costringeva da qualche tempo a questa parte. Nel frattempo molto è cambiato, o quantomeno sarebbe dovuto cambiare. L’intento era dichiarato da tempo a chiare lettere: imprimere una svolta, un netto cambio di direzione al sound unico di cui la band si era fatta portabandiera con i suoi primi quattro album. Rivoluzione in casa Deadsoul Tribe, dunque? Quasi. In effetti il passo in avanti – in avanti, per fortuna, non all’indietro – c’è stato, di novità se ne registrano in buona copia ma a conti fatti di rivoluzione non si può ancora parlare. Quel che resta da stabilire allora è se l’estro di Devon Graves sia finalmente riuscito a esprimere compiutamente tutto il talento di cui lo si riconosce padrone. Qualcosa che negli ultimi tempi non gli era sempre riuscito fino in fondo. In ultima istanza, quindi, ce l’abbiamo o no il tanto decantato capolavoro? Quasi.

 

Quasi, perché “A Lullaby for the Devil” capolavoro avrebbe potuto esserlo: glielo si legge nel codice genetico. Il nuovo corso della band ha impresso al songwriting un andamento ancora più vicino a lidi progressive, accentuando la componente metal a discapito di quella alternative. Sempre meno Tool e un po’ più Psychotic Waltz, insomma. Senza disdegnare qualche scappatina thrash che, frammista all’oscura eredità melodica e alle ritmiche tribali tipiche del Deadsoul-sound, offre più d’una occasione di leccarsi i baffi. Eh già, perché mazzate come “Here Come The Pigs” – splendido Devon in fase solista – o la claustrofobica opener “Psychosphere” difficilmente si sarebbero potute trovare su qualche disco passato. E che dire di “The Gossamer Strand”? Senza ombra di dubbio (e forse anche un po’ a sorpresa) il pezzo forte dell’album, una strumentale in cui le chitarre si mettono al servizio di un flauto da pelle d’oca, protagonista incontrastato e incontrastabile per l’intera la durata del brano. Sempre squisiti del resto gli interventi dei fiati, e per giunta provvidenziali quando decidono per il meglio le sorti di un brano come “Goodbye City Life”, da applausi sotto il profilo strumentale ma troppo vicino agli ultimi Pain of Salvation relativamente ai percorsi vocali.

 

Fin qui sembra che tutto vada per il verso giusto: dove sta allora l’inghippo? Lo troverete facilmente se vorrete esaminare a fondo brani come l’ipnotica “Any Sign At All” o l’elaborata title-track, solidi e intriganti fino a che non si tratta di vibrare la scoccata decisiva che, per quanto attesa, stenta ad arrivare. Ma forse lo troverete ancora più facilmente con un ascolto rilassato, senza addentrarvi troppo nei singoli episodi bensì gustando l’album nel suo complesso: un pezzo di oratoria indubbiamente scritto da mani esperte, sì, ma a tratti un po’ troppo retorico o ridondante – i più severi potrebbero dire inconcludente.

Sia ben chiaro: nemmeno per un’istante il vascello di capitan Devon perde la bussola o rischia di imbarcare acqua. Anche nei momenti più critici il vecchio legno sa tenersi bene alla larga dalle perigliose secche della noia, così da non compromettere mai il buon esito della navigazione. Solo, talvolta verrebbe da chiedersi che razza di opera d’arte potrebbe partorire la mente di Mr. Graves se soltanto si decidesse una volta per tutte a imporre su ogni brano la medesima capacità di sintesi con cui riesce – tanto per fare un esempio – a trasformare i tre minuti scarsi di una “Further Down” in un piccolo gioiello che farebbe l’invidia di chissà quanti colleghi.

 

È dunque con un singolare rammarico che ci tocca accogliere “A Lullaby for the Devil”, album di grande valore, cui poco, pochissimo sarebbe bastato per spiccare definitivamente il volo, ma che da ultimo finisce per tarparsi da solo le ali, così da rimmandare per l’ennesima volta l’appuntamento con l’agognato magnum opus. Resta a questo punto da capire come interpretare la presente uscita, se essa vada intesa cioé come il classico disco di passaggio, perludio a un definitivo cambio di stile (e dunque se l’appuntamento col pezzo da novanta sia solo rimandato), o se i colpi migliori Devon li abbia già sparati tutti fra il ’90 e il ’96: in tal caso i fan della band potranno mettere definitivamente una pietra sopra ai sogni e alle belle illusioni di vedere un giorno il nome dei Deadsoul Tribe associato con buon diritto alla parola “capolavoro”. La sentenza ai posteri.

 

Riccardo Angelini

 

Tracklist:

01. Psychosphere
02. Goodbye City Life
03. Here Come The Pigs
04. Lost In You
05. A Stairway To Nowhere
06. The Gossamer Strand
07. Any Sign At All
08. Fear
09. Further Down
10. A Lullaby For The Devil

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