Recensione: A New Kind Of Horror

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Un disco dell’anatra anale è sempre cosa gradita e, dopo il roboante The Whole Of The Law, le premesse per un altro grande lavoro ci sono tutte. Gli artisti dell’inumano sono ancora una volta in splendida forma e non le mandano di certo a dire; l’opera proposta in questo frangente è concisa, concentrata e in poco più di mezz’ora spara tutte le cartucce a disposizione rivelandosi ben concepita e riuscita. A New Kind Of Horror mantiene le stesse coordinate stilistiche del predecessore e non cambia più di tanto le carte in tavola: la solita produzione da denuncia, il solito terrorismo sonoro, l’apertura verso clean vocals e un occhio di riguardo verso groove e ritmiche sempre più tritaossa.  

Il disco si apre con una breve intro, che fa gli onori di casa e introduce Obscene As Cancer, primo singolo pubblicato in anteprima e brano di livello più che buono. Si parte ovviamente in quarta e il ritornello melodico e facilmente assimilabile fa da giusto contrappunto al tappeto letale da cui è contornato. The Reek Of Fear è un brano la cui strofa rimanda a The Whole Of The Law e che offre un ritornello piuttosto stridente e fastidioso, con frequenze acute malatissime e piuttosto evitabili. Si torna alle cose serie con Forward, che ha un groove devastante e che dal vivo farà un massacro; sebbene non sia nulla di nuovo in ambito estremo, fa in ogni caso un figurone e stordisce al punto giusto l’ascoltatore. New Bethlehem/Mass Death Futures è un brano epico, marziale e ben sostenuto dalle tastiere, che raggiunge nell’inciso sprazzi di Cradle Of Filth e viene completato col miglior ritornello in clean dell’album.

The Apocalypse Is About You accelera ulteriormente il tiro e crea il solito tappeto malato e malsano in favore di un ritornello che sarebbe assolutamente potuto riuscire meglio rispetto alla sovraincisione growl-semi scream proposta. Peccato, perché il resto del costrutto è ottimo. VI Coactus è un serio candidato a  migliore delle Gothenburg, melodeath come se piovesse. Mother Of Satan è un brano fin troppo normale rispetto al resto e fin troppo canonico in casa Anaak Nathrakh, la ripetizione della parola Satan a raffica ci sta fino a un certo punto e lo sviluppo del ritornello avrebbe potuto godere di miglior fortuna. The Horrid Strife fa da preambolo alla conclusione delle ostilità rivelandosi un brano piuttosto anonimo e con poco da offrire, tranne un’atmosfera da poltergeist sinfonica venuta non troppo bene. Di ben altra pasta invece la conclusiva Are We Fit For Glory Yet? (The War To End Nothing), che coi suoi quattro minuti e undici secondi vince la palma di brano più lungo dell’album. Il riff è parecchio evocativo e il tutto sa di apocalisse imminente e pesta come se appunto non ci fosse un domani; c’è anche tempo per un finalone epico e trascinante si alternano clean vocals a cori da cattedrale e il tutto sfuma come se ci fosse appena stata un’esplosione.

La premiata ditta Hunt e Kenney centra ancora il bersaglio e sforna dischi di qualità a raffica con una semplicità disarmante; il poco tempo intercorso tra le uscite rischia però di creare un effetto catena di montaggio, ossia il far suonare i dischi praticamente identici. Cambiano un po’ i brani e altre poche cose, ma il succo è sempre quello e i fan saranno felicissimi di ascoltare opere come questa a vita perché il livello rimane comunque alto. Per creare un capolavoro però bisognerà fare di più e bisognerà inquadrare meglio alcune cose che, a voler strafare, finiscono per riuscire in maniera non eccellente. Per adesso promossi, ancora una volta, ma ci saremmo sinceramente stupiti del contrario.

 

 
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