Recensione: A Rose for the Apocalypse

Di Damiano Fiamin - 10 Ottobre 2011 - 0:00
A Rose for the Apocalypse
Band: Draconian
Etichetta:
Genere:
Anno: 2011
Nazione:
Scopri tutti i dettagli dell'album
73

Dopo tre anni dalla pubblicazione del loro ultimo disco, Turning Season Within, tornano gli svedesi Draconian. Attiva sin dal 1994, la band ha continuato a pubblicare EP e demo sino al debutto ufficiale, avvenuto nel 2003 con Where Lovers Mourn. Uscito già da qualche tempo, questo quinto album va ad arricchire una discografia che, tra alti e bassi, si è sempre fatta apprezzare dagli amanti del genere; per chi non li conoscesse, i Draconian suonano un gothic metal piuttosto tradizionale, infarcito di venature doom, sulla falsariga di Paradise Lost e Katatonia. Come avranno affrontato questa nuova fatica gli svedesi? Saranno riusciti a mantenere un buon livello o saranno scivolati verso la mediocrità come tanti prima di loro? Inutile tenersi la curiosità, andiamo a eviscerare A Rose for the Apocalypse!

La traccia di apertura del disco, The Drowning Age, ha una struttura piuttosto classica: il growl di Jacobsson duetta con la voce pulita e armoniosa di Johansson mentre gli strumentisti alternano riff aggressivi e cupi a parti più rilassate, nucleo portante di una struttura musicale a due velocità. L’alternarsi di momenti più pesanti ad altri più melodici è una delle caratteristiche più salienti di questo brano, certo non innovativo, ma di buon livello. L’album prosegue con la maestosa apertura di The Last Hour Ancient Sunlight, solenne preludio a una traccia che si muove sugli stessi binari della precedente; di notevole impatto la parte centrale, un maglio potente e lento che  cala sull’ascoltatore a intervalli regolari, un impulso sonoro di rara cupezza e intensità che sfocia, purtroppo, in una conclusione fin troppo banale. L’apertura distorta di End Of The Rope è intrigante, graffia le orecchie quanto basta per dare spazio al crescendo di basso e batteria che accompagna Jacobsson nei suoi aggressivi vocalizzi; i cantanti si alternano nuovamente secondo uno schema piuttosto scolastico, per cui la voce femminile prevale nelle parti melodiche mentre quella maschile fa da padrone nei momenti più ritmati. Il brano, comunque, non ne risente troppo e risulta gradevole sino all’intimistica chiusura finale. Elysian Night differisce dai suoi predecessori perché inverte l’alternanza vocalica, affidando a Johansson il compito di apripista per un brano che, però, non ha particolari luci e ombre, continuando piuttosto ad aggiungere fili sonori a una trama ben definita che, ormai è chiaro, proseguirà per tutto il disco. L’introduzione crepuscolare di Deadlight è accattivante e introduce uno dei brani più riusciti dell’intero disco, caratterizzato da un’interessante commistione tra gli strumentisti e i cantanti, una riuscita alchimia che, sebbene non si discosti da quanto già sentito sinora, riesce a mischiare le carte in tavola quanto basta per risollevare l’attenzione. Il disco prosegue con una virata più oscura, se possibile: Dead World Assembly è forse il pezzo più doom dell’intero disco, cupo e intenso ha come maggior difetto quello di trascinarsi un po’ troppo durante il finale. E’ un curioso ossimoro l’introduzione melodica di A Phantom Dissonance; la canzone non è spiacevole, il breve assolo di chitarra nella parte mediana è molto gradevole. Ancora una volta, però, si deve sottolineare la riproposizione eterna di uno schema compositivo fin troppo collaudato. Senza dilungarsi ulteriormente, anche The Quiet Storm perpetra il leit-motiv del disco senza aggiungere fronzoli o innovazioni particolari. The Death Of Hours è, invece, più diluita, si spalma nei padiglioni auricolari dell’ascoltatore, insidiandosi viscosamente all’interno della sua mente anche grazie alla gran prova dei cantanti. Il brano sfuma e potrebbe lasciar immaginare una naturale conclusione che, però, è ritardata dal roboante rientro di Wall Of Sighs; imprevedibilmente, un brano massiccio e granitico che, con il suo carico, chiude di peso l’ascolto.    

Così termina l’esperienza di A Rose for the Apocalypse. Riassumere in poche righe più di un’ora di musica è arduo ed è necessario ricorrere a dei compromessi; il disco è sicuramente valido, a livello tecnico, di produzione e di idee. Sebbene i brani abbiano una sgradevole tendenza ad assomigliarsi tra di loro, è interessante notare come questo difetto riesca anche a passare in secondo piano; una volta che il disco è stato assimilato e analizzato, è possibile accostarcisi con orecchio diverso e scoprire che un’apparente monotonia può trasformarsi in una completa omogeneità per cui, invece di dieci pezzi distinti, si hanno sessanta minuti di musica continuativa. Certo, siamo ben lontani dai fasti dei primi album, ma non voglio disperare per il futuro, il gruppo svedese ha ancora qualche asso nella manica e potrebbe giocarselo bene. Consiglio l’ascolto del disco a tutti gli amanti del gothic metal classico, quello che avuto il suo apice a metà degli anni ’90; per tutti gli altri, suggerisco un’accurata ponderazione, accostatevi a questo disco tenendo conto dei suoi difetti e valutatene il peso.

Damiano “kewlar” Fiamin

Discutine sul forum nel topic relativo

Tracce:
01. The Drowning Age (7:18)
02. The Last Hour Ancient Sunlight (5:26)
03. End Of The Rope (6:34)
04. Elysian Night (7:52)
05. Deadlight (6:32)
06. Dead World Assembly (5:52)
07. A Phantom Dissonance (5:39)
08. The Quiet Storm (6:37)
09. The Death Of Hours (7:48)
10. Wall Of Sighs (5:14)

Formazione:
Lisa Johansson: Voce
Anders Jacobsson: Voce
Johan Ericson: Chitarra, voce
Daniel Arvidsson: Chitarra
Andreas Karlsson: Tastiere
Fredrik Johansson: Basso
Jerry Torstensson: Batteria, percussioni

Ultimi album di Draconian

Band: Draconian
Genere: Doom 
Anno: 2015
76
Band: Draconian
Genere:
Anno: 2004
82