Recensione: A Vulgar Display Of Prog

Di Riccardo Angelini - 15 Settembre 2009 - 0:00
A Vulgar Display Of Prog
Band: Moongarden
Etichetta:
Genere:
Anno: 2009
Nazione:
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87

Bravo, ci sei cascato. È bastata una copertina disegnata da un bambino di terza elementare e una citazione ironica nel titolo per farti aprire questa pagina. Ora puoi morderti le mani e chiuderla subito prima che qualcuno se ne accorga, fare il fessacchiotto che già che c’è corre a leggere il voto, oppure fermarti un attimo e capire che cosa stai per ascoltare.

Innanzitutto, sappi che non hai mai sentito parlare dei Moongarden è solo colpa tua. La band è italiana, attiva dal lontano 1993, quasi sconosciuta in patria ma nota e rispettata fra i cultori del prog del resto del mondo. Almeno fino a oggi.
Le carezze degli esordi sono un ricordo lontano. ‘A Vulgar Display Of Prog’ è una sberla di quelle che te le ricordi. Non perché sia mollata con chissà quanta violenza, questo no. È più simile a uno schiaffo tirato con un guanto di velluto. Diciamo un guanto di velluto high-tech. Pieno di puntine da disegno.
Fuor di metafora: ‘A Vulgar Display Of Prog’ è una provocazione bella e buona. Una di quelle provocazioni che lì per lì fanno pure male. Perché qualcuno, arrivato alla fine del disco, avrà detto “Orrore e dannazione, ma questa è elettronica!”. Sissignore, elettronica. A palate. Ma andiamo con ordine.

Di nuovo nella metafora. Prendete un agguerrito squadrone di tecnici del suono (poniamo, i dysFUNCTION) e metteteli a tavola con il gemello malvagio di Robert Fripp. Legate sullo stesso tavolo un gruppo crossover a caso (poniamo, gli Sweet Lizard Illtet) e azionate la leva della stanza, che in realtà è un gigantesco frullatore. Quello che ne uscirà saranno i Moongarden versione 2009. Non ci avete ancora capito nulla, vero?

Allora proviamo con i vecchi metodi. L’album si apre con ‘Boromir’. Il nome – presumibilmente noto grazie a Peter Jackson più che, ahimè, a J. R. R. Tolkien – richiamerà alla mente eroiche gesta e fantastiche traversate ed epiche battaglie. Trodotto in suoni, qualcosa a’la Blind Guardian, o giù di lì. E invece no. L’intro è inequivocabilmente elettronica, così come dall’elettronica vengono gli arrangiamenti e buona parte delle melodie. In effetti, se non ci fossero le chitarre elettriche – e il basso, of course – sarebbe tutto elettronica. Per fortuna, vien da dire, c’è anche il rock – anzi, il metal. L’incontro fra i due mondi potrebbe apparire rovinoso, e invece suona misteriosamente bene. Gli arrangiamenti cibernetici, curati in modo maniacale in ogni minima sfumatura sonora, magnificano anzi l’epos delle chitarre, un epos che non ha proprio nulla di medieval fantasy né di barbaro, ma che pure esalta nelle sue gloriose impennate.

Legittima la sorpresa. E legittimo anche il dubbio: “ma questo sarebbe prog?”. Chissà. C’è chi dice che il prog sia sperimentazione – eppure non tutta la sperimentazione è prog. C’è chi dice che il prog sia tecnica – eppure non tutta la tecnica è prog. C’è chi dice che il prog sia varietà di suoni e atmosfere – eppure non tutta la varietà è prog. Ammesso che si possa un bel giorno mettersi d’accordo su cosa sia prog e cosa no, non restano che i fatti. E i fatti, in questo caso, si chiamano King Crimson. Padri putativi di pezzi come la nervosa ‘Wordz & Badge’, un altro dei gioiellini del disco, con le deliziose tastiere abilmente celate dietro un muro di bassi e, di nuovo, elettronica. O come la ballad ‘Dementio And Magdalen’, in cui le chitarre fanno un passo indietro e si vestono a gala in favore di sonorità quasi psichedeliche.

Altri dubbi? Per scioglierli – o per moltiplicarli – basta passare a ‘Compression’, che prende i Genesis dei bei tempi che furono, li mette sotto sedativi, li bastona, li spara in orbita e li fa ricadere a terra col paracadute. Oppure strappare i circuiti di ‘Aesthetic Swegery’ per trovare un riffing a’la Petrucci (o se volete a’la Hetfield imbottito di ovatta) nascosto sotto la solita muraglia cinese di elettronica. O abbracciare i synth quasi pop di ‘MDMA’, o i sussurri post-rock del finale di ‘After the MDMA -From Lezooh To Miryydian-’, o i tribalismi misti a neoprogressive misti a melodic rock misti a che diavolo altro non so, che fanno di ‘Enter The Modem Hero’ uno dei numerosi punti focali della tracklist.

Non sono troppo fiducioso di essere riuscito a descrivere compiutamente i contenuti di ‘A Vulgar Display Of Prog’ né di aver reso giustizia all’immane lavoro tecnico e creativo alla base del progetto. Spero che una cosa però sia chiara: questo album è qualcosa di completamente diverso e – possiamo dirlo? Qualcosa di nuovo. Il sound è omogeneo ma vario, molto vario. E il songwriting è maturo, molto maturo. Resta da capire se sia matura anche la scena in cui i Moongarden si apprestano a calarsi.

Dirà il tempo se ‘A Vulgar Display Of Prog’ rappresenterà un nuovo inizio o un episodio a sé stante nella storia del progressive. Quello che si può dire fin da ora è che per fare un disco così ci vogliono le palle. Elettroniche.

Riccardo Angelini

Tracklist:
1. Boromir (6:50)
2. Aesthetic Surgery (10:00)
3. MDMA (7:15)
4. After MDMA ‘From Lezooh To Miryydian’ (5:00)
5. Wordz And Badge (8:15)
6. Demetrio and Magdalen (6:35)
7. Enter The Modem Hero (8:00)
8. Compression (16:30)

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