Recensione: Abbath

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Non è il caso oggi di parlare di dispute legali, processi, beghe, cavilli, e soprattutto non è il caso di parlare più di tanto degli Immortal. Sarebbe scorretto e un paragone davvero troppo ingombrante che falserebbe ogni tipo di recensione. E’ giusto mettere da parte il passato per concentrarci sull’oggi e sull’attesissimo debutto del buon Abbath, già orfano del batterista Creature (al secolo Kevin Foley, anche nei Benighted) e del session Per Valla ancor prima dell’uscita del disco. I presupposti, a dire la verità, non sono dei più rosei, specialmente al seguito di una campagna pubblicitaria che sembrava più un calendario animalista per la protezione dei panda più che un servizio fotografico per un disco black metal. Il tutto con l’impressione che Olve fosse talmente schiavo del suo personaggio da provare a reinventarsi buttando tutto in caciara col risultato di risultare anacronistico e anche poco credibile. La Compagnia Dei Magnaccioni, almeno apparente, sfoggia però un bel dischetto, che di certo non farà la storia del genere ma che risulta in grado di difendersi piuttosto bene e regalare anche qualche grande soddisfazione.

 

Pronti, via, nemmeno il tempo di entrare in scena che già ci troviamo davanti al maggior difetto del disco: la produzione, davvero pessima. Sembra che il tutto stia suonando coperto da un cuscino, talmente ovattato da fuoriuscire più plasticoso di parecchio metal moderno. Il black metal dovrebbe suonare rozzo e violento; qui si è voluto dare un tocco raw a un suono già pulito di suo, col risultato di essere feroce come un’ottuagenaria senza dentiera. La chitarra poi è totalmente lasciata in secondo piano rispetto agli altri strumenti quando avrebbe dovuto graffiare e assordare ad un volume consistente. Almeno si sente il basso, ed è già qualcosa, in un contesto dove non convince nemmeno la batteria, specialmente il rullante. Ripetiamo il concetto: qui non c’è niente della ferocia, della furia, della glacialità e dell’epicità degli Immortal. C’è però un trittico iniziale veramente da urlo: To War!, la splendida Winterbane e Ashes Of The Damned sono riuscitissime e in grado di fomentare anche l’ascoltatore più scettico. La prima, violentissima, apre le danze in maniera magistrale, veloce e con grandi riff; la seconda molto probabilmente è tra i migliori pezzi del disco se non il migliore, col suo incedere sinistro e marziale, poi quasi allegro, poi crudo e sfoggiante sprazzi di puro nord. La terza preme ulteriormente sull’acceleratore e butta giù tutto ciò che le si para davanti con un riffing serratissimo e una prestazione della sezione ritmica tirata e dannatamente incisiva. In tutto ciò, la voce di Abbath è quella di sempre, niente di più niente di meno, non ci aspettavamo novità e nemmeno le desideravamo; va bene così e così ci basta.

Un difetto cruciale del disco è il suo sparare tutte le cartucce nei primi tre brani; la tracklist non ha un minutaggio impossibile, anzi, parliamo di 8 pezzi più due bonus per le edizioni speciali, nei quali però si riscontrano un paio di filler e un netto calo d’ispirazione in favore di tanto mestiere. Ocean Of Wounds, ad esempio, risulta ben concepita ma smorzata da un ritornello che non le rende affatto giustizia; molto meglio la successiva Count The Dead che ha un tiro micidiale ed è in grado di rimettere pesantemente in carreggiata l’ascolto rivelandosi un altro highlight degnissimo di nota. Fenrir Hunts è brutale quanto indolore e a tratti gratuita, mentre Root Of The Mountain è un lentaccio ormai necessario che si rivela arcigno e glaciale al punto giusto, con i giusti inserti di melodia e un ponte molto ben riuscito. Endless preme sull’acceleratore ancora una volta con un riffing già sentito in questa sede e chiude la tracklist ufficiale lasciando un discreto sapore di tappo in gola, oltre che di amaro e incompiuto.

                                                                                  

Vi sono altri 2 brani di cui parlare: Nebular Ravens Winter la conoscerete ormai tutti ed è una reinterpretazione di un brano degli Immortal, mentre Riding On The Wind è una cover dei Judas Priest. In genere tendiamo a lasciare all’ascoltatore il giudizio su queste operazioni, non essendo mai cose incisive in sede di giudizio di un album; qui però non possiamo esimerci dal definire questa versione del combo inglese raccapricciante e vocalmente al limite del ridicolo. Recuperate Screaming For Vengeance che è meglio di questo scempio!

 

Abbiamo detto tutto, Abbath il voto discreto lo porta a casa eccome: il disco ha molti difetti ma anche alcuni pregi che non lo rendono di certo un’uscita da sottovalutare né da buttare. Certo, alcune cose avrebbero potuto e dovuto essere trattate in maniera diversa, ma non resta che accontentarci e prendere il disco per quello che è: del black metal classico, discreto e in grado di sicuro di piacere ai vecchi fan degli Immortal che, nonostante non si troveranno di fronte un altro Pure Holocaust (e meno male), riusciranno comunque a trovare qualcosa di buono in queste otto tracce. Purtroppo però gli anni ’90 sono finiti, e a un certo punto, con l’età, subentrano cose come il raziocinio, la professionalità e un non crederci più che può assolutamente starci ma è l’esatto contrario dell’essenza del black metal. Tutto ciò questo disco lo trasmette in tutte le sue forme, risultando quasi malinconico. Non disperate comunque: ora uscirà un disco degli Immortal con Horgh e Demonaz, poi, quando i tour e le vendite di entrambe le band non saranno all’altezza delle aspettative, vai di reunion e vissero tutti felici e contenti.

Speculations In The North. 

 
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