Recensione: Abra Kadavar

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Il legame tra Berlino e la musica non nasce di certo oggi. Città in perenne fermento, ha saputo ispirare e forgiare artisti di varia natura e sfidare (sullo stesso tema) altre grandi capitali del mondo. I tedeschi Kadavar provengono proprio da Berlino e si presentano come un trio appassionato di sonorità marcatamente rock. Sembrerebbe la solita band di giovani scapestrati pronti ad alzare il volume degli amplificatori e a urlare ai quattro venti le cose di sempre. Non è così. E, a ben guardare, neppure le influenze che queste canzoni testimoniano sono così scontate. Se è vero che si nota immediatamente l’ascendente di alcuni tra i nomi più celebri dell’epoca d’oro del rock (la Jimi Hendrix Experience sembra risuonare in "Black Snake", mentre "Dust" ricorda le atmosfere sinistre dei Black Sabbath), per il resto i Kadavar rispolverano soprattutto un’attitudine cara a certe oscure band di proto-metal anni settanta (stile Sir Lord Baltimore, tanto per intenderci). Non proprio realtà famosissime, insomma. E uno dei meriti dell’ensemble berlinese è innanzi tutto questo: scavare in profondità nel tempo, come in un attento lavoro di archeologia, dissotterrando uno stile particolare che sembrava essere stato inghiottito dallo scorrere degli anni con la complicità della memoria pigra di tanti appassionati di rock duro.

Una volta individuato lo stile, arriva l’operazione più difficile, quella che veramente fa la differenza: scrivere canzoni. Qui i Kadavar si dimostrano al di sopra di ogni aspettativa, dimostrando di riuscire a gestire con efficacia un processo creativo che li svincola dagli spettri del passato. Le canzoni vivono di luce propria e, sorrette dal chitarrismo vorticoso di Christoph “Lupus” Lindemann, si muovono attorno ad una costruzione chiara ed efficace: linee vocali trascinanti e dinamiche strumentali sempre serrate e mai noiose. Quarantuno minuti di vero rock pesante, come sempre andrebbe fatto, e una produzione precisa nel nobilitare un songwriting teso e nervoso. E non solo, la qualità altissima, palpabile ovunque, viaggia dalle atmosfere inclini ai Pentagram in "Fire", fino ai vortici psichedelici di "Liquid Dream" e "Rhythm For Endless Mind". Risultati brillanti che tratteggiano alla perfezione lo spessore della band. Uno spessore in grado di mantenersi sempre e comunque consistente, senza mostrare clamorosi scivoloni in fase compositiva.

Retto da un clima denso e impenetrabile, degno di un full-length di culto degli anni settanta, l’album ha idee che sbocciano con disinvoltura anche nei momenti più insospettabili, come nella chiusura strumentale affidata a "Abra Kadabra", isterica jam-session oscillante tra divertimento e follia, o nella bonus-track "The Man I Shot", canzone già proposta nel 2012, ma inclusa come sigillo finale alla versione deluxe dell’album. Il brano si avvale di ben sette minuti per esplicitare la natura vibrante e arzilla della vena creativa dei tedeschi, grazie ad un susseguirsi di progressioni chitarristiche roventi, scatti precisi della sezione ritmica e un impatto travolgente di rara potenza.
Non ci sarebbe neppure da meravigliarsi, che i Kadavar avessero la stoffa dei fuoriclasse, era chiaro sin dai tempi dell’omonimo debutto. 
Ma "Abra Kadavar" rafforza il concetto, lo sostiene, lo rafforza. 
E riesce a sorprendere.

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