Recensione: Act Of Creation

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Terzo album per i cechi Sebastien, una delle poche band power fattasi notare al di fuori dei patri confini. Dopo l’ottimo debut “Tears Of White Roses” e il successivo, ancora più interessante “Dark Chambers Of Déjà Vu”, la band ha deciso di separasi dal guru Roland Grapow e produrre da soli il nuovo “Act Of Creation” per quello che dovrebbe essere il loro definitivo salto di qualità.

Assumersi la piena responsabilità del prodotto, forti dell’esperienza accumulata nel corso degli anni, avrà giovato? La titletrack apre il nuovo lotto proponendo il suono già ascoltato nei precedenti lavori dei Sebastien, un power-progressive moderno sulla scia dei Masterplan, dominato da un riff classico e un buon refrain melodico. Si notano i riflettori puntati maggiormente sulla tecnica e una presenza più forte delle sinfonie orchestrate dal tastierista Pavel Dvorak, mentre piace sempre la voce interessante del leader George Rain.
C’è anche un’aggressività più pronunciata, infatti “No Destination” è una traccia spedita, con vocals rabbiose e un riff più compresso rispetto agli standard, anche se il chorous non brilla. La qualità dei Sebastien di scrivere melodie efficaci e immediate sembra infatti andata un po’ persa. La cadenzata “Wake Up”, per quanto epica nel suo incedere e ben interpretata da Rain, non chiude la buona strofa con un ritornello adeguato e si accontenta di qualche trucco enfatico come i cori gregoriani in sottofondo. E se anche alla quarta traccia, ossia “Amy”, non si riesce a provare granché in termini di coinvolgimento, allora c'è qualcosa che non quadra. Troppo blando il pezzo, troppo debole la melodia. Sia inteso, i Sebastien suonano bene, come detto la voce di George Rain resta interessante e la produzione è ottima, ma stavolta il songwriting non è ispirato.
Le tentazioni sinfoniche e il controcanto in growl di “Evermore” si dimenticano già mentre il brano scorre, così come l’inutile riffone ultra-pesante piazzato nel mezzo. L’incipit sintetico di “My Empire” fa da preludio a un altro episodio che gira a vuoto, dove l’unica parte interessante sono le svisate acide nelle vocals, mentre il resto rimane su livelli mediocri, affossato da tastiere e synth che potevano essere risparmiate. Nulla da fare anche sul fronte ballad acustica, dove “Queen From The Stars” non riesce a coinvolgere nella sua atmosfera fiabesca, nonostante i tanti elementi inseriti (tamburi, sinfonie, pianoforte, cori).
Quello che rendeva appetibili “Tears Of White Roses” e “Dark Chambers Of Deja-Vu” erano anche lo stuolo di ospiti presenti al microfono, che arricchivano le già ottime composizioni. Ospiti che si sono ridotti per numero e qualità visto che dai vari Zak Stevens, Tony Martin, Doogie White, Fabio Lione (per citarne un paio), si è passati al nuovo cantante dei Signum Regis Mayo Petranin, abbastanza incolore nel singolo “Winner”, e a tal Kristýna Dostálová nel duetto uomo-donna di ordinanza intitolato “Promises”. Altro buco nell’acqua.
L’unico sussulto ce lo regala il power lineare di “Die In Me”, dove arriva a dare manforte quel fuoriclasse di Apollo Papathanasio (Spiritual Beggars, ex-Firewind) capace con un paio di strofe e un ritornello di alzare l’asticella del pathos, anche se ormai è tardi. La furente ma scialba “Full Moon Child” e la ballad “Hero” si allineano a quello che purtroppo è un disco deludente e mediocre.

Non si sa quanto sia pesata l’assenza al timone di Grapow, ma i Sebastien hanno fallito l’obiettivo. Questo nuovo “Act Of Creation” si dimentica subito, mancano pezzi che invitino al riascolto come ce n’erano, e tanti, nei primi due album. È un album davvero blando che delude le aspettative. Meglio recuperare quanto fatto in precedenza da George Rain e soci, nell’attesa (e speranza) che riaggiustino la mira per il prossimo capitolo e non sciupino quanto di buono seminato.

 
50