Recensione: Aetherial

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Autoproduzione… una parola che lascia spesso calare il gelo nelle ossa del recensore. Capita sovente, infatti, che dietro quest’etichetta si nascondano dei prodotti davvero discutibili, qualitativamente deprecabili e musicalmente inutili. Eppure, a me piace scavare nel torbido, scrutare nell’abisso delle realizzazioni amatoriali, alla ricerca di quello sparuto corpuscolo di artisti che, pur non avendo trovato un mecenate disposto a promuoverli, merita davvero di essere scoperto.

I texani Oceans of Slumber appartengono, a mio modesto parere, a quest’ultima categoria; diamanti nascosti tra gli zirconi, i nostri hanno confezionato senza clamore e con molta calma questo disco di debutto. I professionisti che si sono riuniti dietro questo progetto hanno retroscena musicali disparati, che spaziano dal metal estremo al jazz, e hanno deciso di dar vita a questo album per creare un prodotto personale, dedicato unicamente all’appagamento del proprio estro; dopo anni passati a suonare per altri, il quintetto si è preso tutto il tempo che serviva per registrare (i lavori sono iniziati nel 2011) e ha tirato fuori dal cilindro nove tracce di metal cervellotico, in cui le sonorità più raschianti e feroci del death si mischiano ad atmosfere jazz, in un vortice strano e affascinante in cui Duke Ellington incontra i Dark Tranquillity e li porta a bere un boccale di birra in una cantina fumosa.

Proprio per questa varietà, la proposta musicale del combo statunitense è difficilmente etichettabile: l’humus in cui affonda le radici Aetherial è sicuramente quello del death metal tecnico, con riff precisi e taglienti che vengono incasellati da una sezione ritmica brutale e rigorosa; su queste fondamenta, però, si avvicendano costruzioni più bizzarre, caratterizzate sempre da un certo livello di rigore, in cui l’imprevedibilità viene soggiogata da schemi inattesi ma non impensabili.

È forse questo uno degli aspetti più importanti della disamina del disco: a un’abilità formale notevole e una vivacità compositiva innegabile, i nostri non riescono a contrapporre delle soluzioni creative sempre all’altezza. Il risultato può essere paradossale: all’esaltazione iniziale che segue l’ascolto di uno dei nove brani che compongono questo debutto discografico, segue una fase meditativa in cui si cerca di capire cos’è quel tarlo che continua a rodere all’interno di una remota regione del cervello. Cos’è, pertanto, quell’aspetto insondabile che non convince? Dopo un’attenta riflessione, l’epifania emerge dagli anfratti della mente, tanto ovvia quanto inaspettata: tutto il CD sembra essere un frullato di classe in cui sono state mischiate soluzioni musicali già sentite. Ciò che ne emerge è un gran bel prodotto, buono almeno come la somma delle sue parti ma, di certo, non originale.

Forse, i cinque texani si sono lasciati irretire troppo dall’esibizione tecnica e hanno avuto timore di osare qualcosa di più; probabilmente, essendo un’opera prima, non hanno voluto sbilanciarsi eccessivamente nel tentativo di risultare più appetibili per una fetta di pubblico maggiore.

Il risultato è un album davvero interessante, un disco di metal colto che non rinuncia alla brutalità, in cui le molte luci offuscano quasi del tutto le poche ombre. Sicuramente, ci troviamo davanti a una band dalle potenzialità incredibili, un nome da tenere d’occhio per tutti gli appassionati del djent e del death metal tecnico.
Spero, comunque, che il gruppo prenda una strada chiara in futuro, decidendo se lanciarsi nei rischiosi territori della musica d’avanguardia o se fortificare la propria posizione nel campo della musica più estrema. Gli Oceans of Slumber hanno le carte in regola per fare entrambe le cose in maniera eccellente, sarebbe davvero un peccato che decidessero di rimanere in un limbo già fin troppo affollato.

Damiano "kewlar" Fiamin

 
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