Recensione: Aftershock

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Quante volte figliolo?

Ventuno, Padre, ben ventuno… le ho contate.

Si, figliolo, per quelle ufficiali posso anche crederci, ma tutto il resto?

Ehm… lì si perde il conto, fra riedizioni, ristampe, raccolte, raccoltine e raccoltone, senza enumerare i bootleg e le innumerevoli  carognate postume da parte delle etichette…

Mmmmmhhhhhhhhh… voglio darti fiducia, figliolo: come penitenza dovrai ancora suonare rock’n’roll – per usare una tua definizione – nella buona e nella cattiva sorte.

 

Aftershock, album numero ventuno per le Teste di Motore – come venivano etichettate una volta – inglesi – si, pure questo, una volta… - atteso da un po’ tutto il popolo metallico, per sincerarsi delle condizioni, in studio, dell’ultimo vero eroe appartenente all’epopea della musica dura: Ian Fraser Kilmister detto Lemmy, fondatore dei Motorhead nel 1975 e bassista/cantante di professione. Sex & Drugs & Rock & Roll, come predicava Ian Dury nel lontano ‘77, pressoché da sempre, per il signor M’head: un vero modus vivendi, non di certo uno slogan acchiappacitrulli.

Accompagnato dai consueti sodali ormai da mo’, rispondenti ai nomi di Phil Campbell (ex Persian Risk, abile e arruolato dal 1983) alla sei corde e Mikkey Dee (già King Diamond/Dokken) dietro ai tamburi da più di vent’anni, Lem ci propone ben quattordici pezzi nuovi di zecca, roba che negli anni ruggenti poteva farci due Lp senza sfigurare e utilizzare – meglio - il proprio tempo dietro a una slot machine piuttosto che alle guêpière della prima donzella dagli occhi dolci.         

Altri tempi, come altri tempi erano, impietosamente, quelli di quando uscivano pietre miliari dell’acciaio quali Overkill, Ace of Spades, Orgasmatron, 1916 e Bastards. Da anni, ormai lo Snaggletooth non brilla più come allora, sebbene faccia sempre la sua porca figura, quantomeno all’interno del grigiore generale attuale.

Aftershock si trascina lungo i suoi fin troppo abbondanti tre quarti d’ora fra filler, pezzi che un tempo manco sarebbero stati inclusi come B-side di un singolo, momenti ultrascontati, autocelebrazioni, clamorosi  ricicli ma anche e soprattutto sorprendenti impennate degne di cotanta gloria siderurgica. Paradossalmente, i Motorhead 2013 danno il meglio nei pezzi più ragionati e blueseggianti: Lost Woman Blues e Dust and Glass. Proprio loro, i Signori incontrastati del rumore per decenni, loro che sulle T-Shirt hanno stampato Everything Louder Than Everything Else. E’ altrettanto vero, però , che l’HM sferragliante classic-Motorhead riesce a fornire rigurgiti d’eccezione come nel caso della terremotante End of Time e della Orgasmatron-era-oriented  Queen of the Damned e, per certi versi, con gli opportuni distinguo, pure la conclusiva Paralyzed.

Aftershock è album di maniera, anche se va riconosciuto che cresce ascolto dopo ascolto, particolarità non così frequente nella passata discografia dei Motorhead, ove l’immediatezza e l’urgenza sonora prevalevano nettamente, spesso annientandole, sulle eventuali questioni di lana caprina legate al retrogusto del “poi”.

E se anche con tutta la buona volontà di questo mondo Aftershock non fornisce quella magica frenesia che impone di spararselo tre volte di fila in una sera, riesce comunque a fornire la sana “botta” di Metallo che da sempre caratterizza le uscite di Lemmy & Co. Per coloro ai quali la dose non bastasse, è sufficiente scorrere la rastrelliera sopra la lettera “M”, agguantare la costina di una confezione cartonata piuttosto che plastificata con lo storico logo in bella mostra in copertina e in basso la firma Joe Petagno e spararsi un’ulteriore razione di HM fragoroso attraverso i padiglioni auricolari.      

Come scritto sopra e per quanto scritto sopra, comunque, lunga vita a Ian, lunga vita ai Motorhead, eroi oggi come ora e sempre della guerra dei watt. Molti di noi manco sarebbero divenuti metallari, senza di Loro…   

Maximum respect!

Hail!

 

Stefano "Steven Rich" Ricetti

  

 
73