Recensione: Agrypnie - Pavor Nocturnus

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Pavor Nocturnus che significa letteralmente Terrore Notturno non è il nuovo album dei tedeschi Agrypnie, realtà black metal teutonica alla quale non piace essere semplicemente categorizzata, ma rappresenta più che altro una compilation, se altro non fosse che la release coincide con il vero e proprio nuovo full-lenght Grenzgaenger. Procediamo con ordine. Dietro all’ora abbondante di musica c’è molto più che violenza e velocità, oscurità e oblìo, infatti il regista e artefice degli Agrypnie – Torsten, der Unhold – ha dato alla luce un lavoro introspettivo che sancisce ancora una volta quanto ci si trovi di fronte a qualcosa di nuovo e che non vuole assolutamente finire nel tipico calderone delle nuove uscite che da qui a qualche settimana raccoglieranno polvere sullo scaffale.

 

Sebbene l’ascolto di questo album non sia strettamente legato a quello che rappresenta a tutti gli effetti la nuova fatica discografica del nostro Torsten Hirsch, il quale si fa carico della parte vocale, chitarra e programming, aiutato dal drummer Moe e dal bassista Phil Hillen, rappresenta un buon punto di accesso per entrare nel microcosmo Agrypnie, fatto di solidità compositiva, aggressività vocale ed una buona dosa di contaminazioni che rendono Pavor Nocturnus un lavoro che merita vita a sé e che non va assolutamente considerato come B-side o disco extra.

 

Ad aprire l’album ritroviamo tre tracce sentite per la prima volta ben 13 anni fa, in occasione dello split con i Fated, accuratamente registrate da zero e rese non solo più attuali a livello qualitativo, ma più in linea con la direzione che la band ha intrapreso e vuole mantenere con la sua ultima metamorfosi. Sto parlando di Veritas Mutabilis, Pavor Nocturnus e Agrypnie. Questo trittico di apertura è caratterizzato da una compattezza irrefrenabile, in grado di alternare parti veloci a mid-tempo granitici; a far da background a una paletta di colori scura come la pece, un’aurea avantgarde fatta di arpeggi più melodici e tappeti che inseriscono il tutto in un ambiente più elaborato rispetto al black metal più tradizionale. Proprio queste tre canzoni sono profondamente diverse tra loro e dove Veritas Mutabilis si presenta più come un attacco senza molti compromessi, la title-track e la stessa Agrypnie puntano più sulla creazione di un’atmosfera oscura che pervade l’ascoltatore e lo massacra sotto i colpi di una batteria vigorosa e mai scontata. Neon gode di vita propria, con tipici elementi elettronici, spesse sfumature ambient ed una voce (quella di M.J.B.) delicata e malinconica.

E poi c’è da strofinarsi gli occhi. In senso positivo naturalmente. Le restanti tracce sono nuove, anche se trattasi di brani che appartengono al bagaglio discografico della band. Ciò che le contraddistingue e le eleva a vere e proprie entità distaccate dalle rispettive eredità è il fatto che siano state reinterpretate sottoforma di composizioni orchestrali, grazie al prezioso supporto del compositore Rüdiger Gleisberg. Comincia Sinnflut, estrapolata dal più recente Aetas Cineris, album del 2013, che con i suoi 8 minuti abbondanti ti trascina in un continuo crescendo emotivo. Augenblick è ripescata dall’EP Asche del 2011 e dopo un avvio in punta di piedi apre le porte ad alcuni tra i più epici minuti di musica che possiate mai ascoltare. Il particolarissimo viaggio a ritroso nella discografia degli Agrypnie continua con 16[485] – Brücke Aus Glas, originariamente parte del disco 16[485] del 2010, in principio più concitato e reso maledettamente potente dalla sapiente rielaborazione in chiave classica, a dimostrazione che coloro che considerano Richard Wagner un po’ precursore dell’heavy metal, forse non hanno preso una botta in testa. Poi sfocia in aperture cariche di vita e di maggiore luce rispetto a quanto sentito sino ad ora su Pavor Nocturnus. Fenster Zum Hof risale al secondo disco della band, Exit del 2008 ed enfatizza l’effetto di caduta nel vuoto intrapreso con la seconda parte del brano precedente, idealmente uniti nonostante in origine i brani fossero divisi da due anni d’attesa. Si chiude con Cogito Ergo Sum, celebre locuzione di Cartesio, con la quale si ha l’inconfutabile certezza che l’uomo sia un essere pensante, titolo ideale per concludere un disco che fa riflettere molto sulla natura di una band poliedrica come gli Agrypnie. Si tratta inoltre di un pezzo presente sul disco d’esordio, datato 2006 (dal F51.4), quasi pomposo ma sempre con quella sua vena cupa che se da un lato mantiene alta l’attenzione nell’ascoltatore, dona maggiore estati all’arrivo delle immancabili aperture più melodiche, di cui la parte “orchestrale” dell’album è ricca.

Pavor Nocturnus è un disco davvero singolare e proprio per questo non è un semplice lato B e tantomeno un extra rispetto a Grenzgaenger – lo ribadisco. In poco più di un’ora riesce a mettere insieme brani vecchi, risuonati e resi più al passo coi tempi e con la camaleontica identità della band e rielaborazioni in chiave orchestrale di alcuni episodi estrapolato dalla eccezionale discografia che ha reso gli Agrypnie una band destinata a ritagliarsi un posticino importante nel collettivo, anche di coloro che non sono propriamente nel mondo black metal. Chiamatelo post-black, chiamatelo avantgarde, ciò che conta è la musica e quella offerta da Pavor Nocturnus è ricca in qualità come eccitante da ascoltare tutta d’un fiato, perdendosi nel buio di un viaggio cosmico dalla meta non ben definita. E se questa volta non fossimo neppure interessati a raggiungere una meta? Se questa volta volessimo invece perderci nei più oscuri meandri dell’infinito e restare in eterno, sospesi, in quel terrore notturno che inspiegabilmente ci attira verso il bui stesso? Partite da qui, ascoltatelo e capirete cosa intendo dire.  

 

 
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