Recensione: All Shall Fall

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L’inizio della saga Black Metal targata Immortal riporta a una distanza temporale che si avvicina ai vent’anni, è infatti nel 1990 che due invasati rispondenti agli pseudonimi di Abbath Doom Occulta (basso) e Demonaz Doom Occulta (chitarra) danno vita al progetto vomitando nel circuito nero dell’epoca il demo The Northern Upins (Upir’s) Death. La cellula embrionale del gruppo in realtà vede la luce un anno prima, sotto forma di Satanael e Old Funeral poi. La furia tradotta in musica dai due di Bergen – veri nomi: Olve Eikemo e Harald Nævdal – deborda ufficialmente con l’esordio  omonimo, un mini contenente tre tracce. Seguono album veri e propri: Diabolical Fullmoon Mysticism (1992), Pure Holocaust (1993) e il famoso Battles In The North (1995), quello che probabilmente concede ai norvegesi la prima grande vetrina e fa diventare gli Immortal gli “Immortal” come comunemente vengono conosciuti. In mezzo un tour europeo in compagnia dei Rotting Christ e batteristi alternati, fino all’arrivo di Horgh, da considerarsi a tutti gli effetti il terzo "Immortale", non a caso presente ancora oggi. Blizzard Beast del 1997 sancisce la fine, a livello prettamente strumentistico, dell’apporto di Demonaz, per via di gravi problemi ai tendini del braccio e della mano tanto che lo stesso Abbath imbraccia la sei corde lasciando il basso, di volta in volta, ad altri musicisti. At The Heart Of Winter del ’99, a personalissimo parere di chi scrive, rappresenta l’apice del songwriting dei Nostri che, seppur perdendo qualcosa in termini velocità, riescono a coniugare al meglio l’istinto del Black Metal con quello della scuola classica dell’HM. Il riavvicinamento, peraltro a sprazzi, al tradizionale Immortal-sound, senza però riandare alle efferatezze degli inizi, avviene con i susseguenti Damned In Black e, solo parzialmente, Sons Of Northern Darkness. I Signori del ghiaccio vedono sciogliere il loro sogno non a primavera, come di solito accade, bensì il 17 giugno 2003, data della fine del gruppo. Anni di silenzio poi il risveglio tanto sperato dai fan, suggellato dal ritorno su disco di mister Eikemo detto “Abbath”, con il superbo album degli “I”, Between Two Worlds, laddove il lìder màximo degli Immortal dà spazio alle ritrovate origini e influenze del passato, fatalmente riemerse durante il periodo di stop, sapientemente incastonate all’interno delle otto tracce classiche proposte, per l’occasione accantonando l’attitudine Black in senso stretto. La moda delle reunion - sia essa per reali rigurgiti artistici piuttosto che dettata da mere esigenze legate al business – non lascia scampo nemmeno ai fieri abitanti dei fiordi tanto che gli Immortal ritornano sotto forma di band in alcune, ben mirate, esibizioni dal vivo, privilegiando i grandi festival esteri, a partire dal 2007.                                      
   
Tutto ‘sto pistolotto per inquadrare l’uscita di All Shall Fall, senza dubbio uno dei dischi più attesi dell’anno, che vede il solido - e solito - nocchiero Abbath in prima fila, sei corde alla mano e capelli neri al vento, ottimamente coadiuvato dall’onnipresente Demonaz, guru per quanto attiene i testi e dal massiccio Horgh, fedele martello dietro la batteria. Al basso non più Iscariah ma il nuovo Apollyon.             

Il vento freddo del nord si materializza e sferza già con la prima traccia, All Shall Fall: Abbath raglia che è un piacere e il resto del gruppo indirizza i propri sforzi verso la pesantezza, alleviata dall’inserto centrale. Un biglietto da visita con i fiocchi – in tutti i sensi -, quindi, che sgombra a suon di riff e consistenza sospetti ed eventuale ruggine. La successiva The Rise Of Darkness si muove su territori classici e velocità medie privilegiando ancora una volta l’approccio eroico ed evocativo, pur facendo pesare ogni nota come un macigno, fino all’accelerazione che caratterizza la seconda parte della canzone, per poi ricomporsi sul finale. Implacabile, come sempre, il maglio brandito da Horgh, dall’alto della sua batteria, nonostante una produzione generale secca, più guitar-oriented. Mazzate alla vecchia maniera, senza claustrofobia, però, in Hordes To War, traccia dall’impianto classico-veloce che vede l’ascia di Abbath sugli scudi, ad incalzare gli scossoni procurati dagli zoccoli dei cavalli lanciati al galoppo in chiusura del brano. Norden On Fire scomoda le atmosfere epiche dei tempi di At The Heart Of Winter con la stessa carica di enfasi e il gelo nordico tipico dell’usuale suono targato Immortal, arpeggio incluso. Calo leggero di tensione nell’ordinaria e nulla più Arctic Swarm e ripresa puntuale del tiro nella seguente Mount North, altro pezzo ispirato che fa nel refrain il proprio punto di forza, da urlare con braccio borchiato al cielo nella, si spera, prossima calata italica dei norvegesi. Piacevole la parte melodica posta a 3/4 del brano, per poi ripartire all’insegna dell’eroica marchiata “Black”. L’orrifica Unearthly Kingdom è l’Orgasmatron del Metallo Nero per incedere e sontuosità, roba da brividi, che scomoda la pesantezza dei riff forgiati originariamente dai Black Sabbath, oltre che da Lemmy e soci. Abbath del resto non ha mai nascosto la propria ammirazione per i Motorhead, cimentandosi all’interno della cover band Bombers, insieme con altri membri di gruppi estremi.

All Shall Fall va "digerito" più volte per essere gustato appieno, non è un disco così diretto come potrebbe sembrare al primo ascolto e a proprio modo perpetua il nuovo corso degli Immortal, praticamente iniziato da quando sulle copertine dei lavori dei norvegesi appare il logo con la scritta leggibile, in sostanza da At The Heart Of Winter in poi – fatta parziale eccezione proprio per quest’ultima release -. E’ privo della violenza cieca e delle velocità insostenibili del passato, come ormai avviene da tempo, e proprio per questo potrebbe deludere gli ultras del genere più oltranzisti. Gli Immortal sono cresciuti, si sono modificati, hanno cambiato il Loro approccio al rumore e questo ormai è un dato di fatto. La sola Hordes To War rimanda per qualche istante al passato remoto dei Nostri, il resto è figlio di un gruppo che risiede ancora autorevolmente nel Blashyrkh ma che si è saputo evolvere, con i pregi e i difetti del caso. Abbath&Co. sono tornati e il Mighty Ravendark veleggia ancora alto nei freddi cieli dell’immaginario di chi sa ancora esaltarsi a ogni nuovo capitolo di questa, speriamo ancora lunga, storia tinta di nero sprofondata nel candore della neve nordica.

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti


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Tracklist:
1. All Shall Fall
2. The Rise Of Darkness
3. Hordes Of War
4. Norden On Fire
5. Arctic Swarm
6. Mount North
7. Unearthly Kingdom

Line-up:
Abbath Doom Occulta - voce, chitarra
Demonaz Doom Occulta - testi
Horgh - batteria
Apollyon - basso

 

 


 

 
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