Recensione: All You Need Is Soul

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A volte ritornano, ma non se ne sono mai andati davvero. I ragazzacci che facevano rock (sleaze) negli anni ‘80, quelli che suonavano e sognavano stelle e milioni di dollari stretti nella calda morsa del Sunset Boulevard. Quelli che esageravano, sempre con il piede sull’acceleratore tra sesso (molto), droga (moltissima) e, appunto, rock ‘n roll.
C’erano i Guns N’ Roses e i Motley Crue, i Poison e i Bon Jovi, Alice Cooper che si associava con il suo “Trash”, ma non solo. Dietro le locomotive che tiravano il folle treno losangelino tante band si erano messe in coda, e in molti erano riusciti a lambire con le dita il paradiso delle classifiche e della fama, quel fugace attimo che sembrava eterno. Poi negli anni ‘90 i vagoni si sono staccati rapidamente e sono deragliati sotto i colpi dei trend che cambiavano, della rivoluzione grunge che impostava nuove necessità. Basta colori, dentro il grigio. No more party…
Molte di quelle band sono morte e sepolte lì, altre sono andate avanti vivacchiando in attesa che il ritmo ciclico della vita (e del mercato) tornasse ad accorgersi di loro, tanti dei protagonisti degli anni d’oro si sono riciclati andando e venendo all’interno di nuove band da un solo disco o line up frenetiche di colleghi che cercavano di svangarla. Tra di essi Jizzy Pearl, che adesso, anno 2018, ritorna con il suo nuovo album solista.

Il monicker scelto è Jizzy Pearl of Love/Hate, tanto per chiarire la provenienza del cantante. I Love/Hate, tra gli ultimi ad aggregarsi al treno di cui sopra, facedo in tempo a provare la vertigine del successo con “Blackout In The Red Room” e “Wasted In America”, seguita a ruota dal rapido tracollo e il semi-oblio. Dopo altri album lontani dai fasti degli esordi, Jizzy molla la band e vivacchia registrando un paio di album solisti e milita in band come L.A. Guns, Ratt e Adler’s Appetite, altri figli rinnegati dell’epoca.
A sessantanni però lo troviamo ancora qui a sudarsi il suo rock con il nuovo “All You Need Is Soul”, spingendo dietro il microfono un sacco di energia senza tempo, e non è poco per uno che nella vita le ha provate tutte, compresa l’ebrezza di farsi crocifiggere sulla scritta Hollywood così, giusto per farne una. Vertice del disco è l’opener “You’re Gonna Miss Me When I’m Gone”, un pezzone d’altri tempi, trascinante hard rock stradaiolo con un refrain di quelli fatti per essere ricantati immediatamente. Dunque Jizzy cala subito l’asso, per poi proporre una serie di tracce contaminate dal blues ma che riprendono in toto il canovaccio ‘80’s. Ci sono molti echi dei Led Zeppelin, come ad esempio in “High For An Eye”, “House Of Sin” o “When The Devil Comes” (questa con un sorso di Alice In Chains) e rimandi a tutte le band con cui Jizzy ha fatto risse e bisbocce nei tempi andati (in fondo c’è tanta nostalgia nel senso d’appartenenza dell’album). La voce è sgraziata e beffarda, temprata dal fumo e dall’alcol, viziosa come quella dei vari Axl Rose, Vince Neil e compagnia godereccia.
La titletrack è un perfetto esempio-monumento allo sleaze e altro highlight del disco. Ritmo incalzante, ritornello sporco e sinuoso come un serpente, ballabile, e gustosa quel tanto da riascoltarla con piacere più volte. “Frustrated” è un hard rock tirato degno dei Guns di “Appetite For Destruction”, mentre “You Don’t Know What Its Like” è un pezzo semi-acustico allegro e dal mood festaiolo, con uno dei ritornelli più ficcanti dell’intera tracklist.
Bella, e molto, la ballad “It Doesen’t Matter”, intensa, malinconica ma anche zuccherosa, da manuale anni… ‘80. Di ballad così se ne facevano, con il crescendo giusto. Erano i momenti di maggior appeal radiofonico, lo ricorderanno quanti ondeggiavano come le fiammelle di un accendino all’ascolto di “I’ll Remember You” di Bon Jovi, di “You Don’t Know What You Got...” dei Cinderella, e persino di “Every Rose Has Its Thorn” dei Poison.
Little Treasures” ricorda ancora gli Alice In Chains per via dei suoi cori oscuri, e “Mr. Jimmy” chiude il tutto con un buon momento dissonante, duro e dal sapore tossico, altro netto richiamo alle vecchie maniere con galoppata finale. La band che accompagna Jizzy Pearl in questa nuova avventura fa bene il proprio dovere, ma più della sezione ritmica formata da Mark Dutton e Dave Moreno (Puddle Of Mud) si distingue il chitarrista Darren Housholder che in sede di assolo ha il gusto giusto e la tecnica sporca per impreziosire il lotto di canzoni.

Sembra essere un periodo propizio per queste sonorità, dalla mega reunion dei Guns a quella mini ma di qualità degli L.A. Guns, alla prossima replica dei Ratt, e Jizzy Pearl si inserisce nel momento in forma smagliante e ci consegna un lavoro ben fatto, che oltre a rinverdire il cuore di quanti adorano le sonorità più di strada, rilancia il nome di un artista che magari campione non lo è mai stato ma che ad oggi sa comporre un pugno di tracce davvero notevoli (“You’re Gonna Miss Me When I’m Gone”. “All You Need Is Soul”, “You Don’t Know What Its Like” e “It Doesen’t Matter” da ascoltare a manetta).
Bentornato Jizzy Pearl, rock ‘n roll e nessun rimpianto.



 

 
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