Recensione: Alpha and the Omega

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"Nothing Is Sacred": 2009. "Alpha and the Omega": 2019. Due lustri. La quantità di tempo necessaria alla macchina Konkhra, le cui radici natie pescano sino al 1989, per rimettersi in moto e dare luce a un nuovo album. Il tutto, con la formazione che ha calcato i palchi nella prima metà degli anni '90. Un quasi-ritorno alle origini, insomma. 

Chi si aspettava di trovarsi davanti, date le premesse, a un disco di old school death metal, resta clamorosamente con pugno di mosche in mano. I danesi, difatti, pur non provenendo dalle ultime generazioni di musicisti, hanno lavato abbondantemente il loro sound sfrondandolo da ogni richiamo vintage o, peggio, retrò. No, niente, "Alpha and the Omega" suona come un album di death metal pienamente e perfettamente calato nell'anno in corso.

Non solo, l'introduzione di inserti ambient dal sapore fortemente arcaico (Assiri, Babilonesi, Antichi Egizi, ecc.) e i solenni nonché ecclesiastici cori che spuntano ogni tanto dalle pieghe del platter, come in 'Thoth', donano al sound un tocco di profondità emotiva e di luccicante riconoscibilità, rendendo lo stile del combo di Køge facilmente rinvenibile dalla marea di proposte che affliggono la correttezza delle coordinate tipologiche del metal estremo.

Coordinate che, nel caso in esame, comprendono anche quelle dei generi *-core. Deathcore, nello specifico, che impregna "Alpha and the Omega" con i suoi dettami stilistici secchi, duri, taglienti, animati da feroci stop'n'go ('Thoth'). Nella monoliticità di un sound senza compromessi, brutale, violento, non mancano nemmeno i dovuti richiami al genere-madre, e cioè al rock'n'roll, come si può percepire con immediatezza nella sciolta e slegata 'Divine Wind'.

Non c'è da allarmarsi, tuttavia: tutti questi... abbellimenti di uno stile che lascia poco spazio alla vitalità, non stravolgono lo stile medesimo. I Konkhra picchiano forte, secco, senza indugi, rammentando, soprattutto con lo stentoreo growling del vocalist (e chitarrista) Anders Lundemark, che pur sempre di death metal si tratta.

Anzi, quest'ultimo artista, assieme all'altro axe-man Kim Mathiesen, mette a giorno un riffing devastante, potentissimo, quadrato e pesante come le piramidi d'Egitto ('I Am Ra', violentissimo attacco alla giugulare per generare il cozzo di un impatto mortale). Un vero muraglione di suono che mantiene inalterate le sue caratteristiche  di spazialità e di densità anche quando i BPM raggiungono valori meno  spinti, meno allucinanti; concetto ben chiaro in 'Babylon', mid-tempo da schiaffoni in piena faccia, rullo compressore capace di ridurre a una sottiletta anche un carro pesantemente armato.

Con che si può guidicare ottimo il lavoro compiuto dal quartetto nordeuropeo nell'aver saputo rinnovare, praticamente al 100%, uno stile che, se riproposto adesso nello stesso modo in cui veniva suonato quasi trent'anni fa, non avrebbe quasi senso di esistere.

Buono, anche, l'impianto delle canzoni. Il songwriting è sufficientemente capace di creare song abbastanza diverse le une dalle altre, memorizzabili con una certa facilità, legate tutte assieme al filo conduttore che identifica la foggia musicale del gruppo. Chiaramente, sempre date le premesse, è del tutto assente la melodia, ma questo - altra peculiarità dei Nostri - non inficia la godibilità del full-length nella sua complessità.

Non resta che concludere consigliando a tutti i fan del death metal, qualsiasi sottogenere compreso, di mettere in bella mostra, all'interno della propria personale raccolta, "Alpha and the Omega".

I Konkhra ci sono. Eccome!

Daniele "dani66" D'Adamo

 

 
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