Recensione: Amain

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Terzo album per i Crimfall, band finnica dedita a un metallo d’ampio respiro, al tempo stesso battagliero e maestoso, in cui l’irruenza trionfale dei primi Turisas si fonde con l’eleganza distesa di un certo power sinfonico. In “Amain”, questo il titolo dell’album, furia e dolcezza si mescolano in modo naturale per creare un amalgama equilibrato ed ammaliante che attinge elementi dal power, dal folk più arcigno e dal classico heavy e li shakera con pesanti iniezioni sinfoniche che profumano di colonna sonora. Niente di particolarmente originale, ne converrete, ma è come si mescolano gli ingredienti che differenzia un piatto normale da un gran piatto, quindi vediamo che cosa ci hanno preparato stavolta i cinque finlandesi.

Una voce calma e un crescendo strumentale costituiscono “Eschaton”, la classica nonché piuttosto superflua intro il cui unico scopo è creare l’atmosfera adeguata alla vera partenza dell’album, che per fortuna non si fa attendere più di tanto. “The Last of Stands” irrompe dalle casse con l’irruenza di un temporale, annunciata dalle soffici note della voce di Helena che in breve cede il posto al resto del gruppo e alla possanza di Mikka. Nella vera opener dell’album i nostri dicono tutto quello che devono dire, presentandosi al loro pubblico dopo sei anni di attesa con un brano dall’impatto sicuro. La componente riconducibile ai Turisas (soprattutto del periodo “The Varangian Way”) è innegabile e sicuramente predominante nell’economia di questa traccia, con maestosità e furia battagliera che si rintuzzano stoccate e affondi dall’inizio alla fine per poi interrompersi di colpo e cedere il passo alla quasi bucolica intro di “Far From Any Fate”. Qui è inizialmente Helena che tira le fila, con le sue dolci linee vocali che si insinuano tra melodie delicate e interventi sussurrati. L’incanto dura meno di un minuto e mezzo, quando Mikka decide che è giunto il momento di entrare in scena e di dare una smossa alla traccia, che da questo momento si trasforma in una romantica frustata sulle orecchie alternando passaggi lenti e maestosi a sfuriate smaccatamente heavy. Il finale più maestoso sfuma improvvisamente nell’arpeggio disteso della successiva “Song of the Mourn”, in cui ancora una volta è Helena a fare gli onori di casa con la sua voce dolce e sinuosa. Diversamente dalla traccia appena conclusasi, però, questa volta i nostri mantengono i ritmi bassi giocando con melodie romantiche e distese, permettendo alla cantante di dispensare la sua ammiccante eleganza in questa ballata senza scadere nell’eccessivo patetismo. Rumori inquietanti introducono la quasi strumentale “Sunder the Seventh Seal”, in cui Helena inasprisce, anche se di poco, la sua voce per chiamare il ritorno di Mikka, prima che il resto del gruppo prenda il sopravvento in un profluvio di melodie maestose, cori e intrecci che, seppur di breve durata (la canzone dura meno di tre minuti e mezzo), offrono un ulteriore punto di vista sulla proposta del gruppo e spianano la strada a “Dawn Without a Sun”, breve mid-tempo in cui i nostri finlandesi giocano sulla contrapposizione tra le due voci in modo più convenzionale, prima di cedere la parola alla sola Helena per il finale più etereo. Niente di che, in realtà, ma per fortuna subito dopo arrivano le melodie mediorientali che aprono “Mother of Unbelievers”, traccia ben più sostanziosa in cui, tra riff corpacciuti e sfuriate battagliere, la contrapposizione vocale di cui sopra viene sfruttata in modo ben più incisivo (anche grazie a un’ottima prova di Helena) creando atmosfere cangianti e sinuose che ben si sposano con le grandi dosi di melodia dispensate dal gruppo. L'attacco di “It’s a Long Road” è stata una sorpresa, lo ammetto; mi era sembrato di riconoscere quell'apertura malinconica, ma non credevo che i nostri finlandesi potessero arrivare a tanto: rielaborare in chiave metal i titoli di coda di Rambo è un passo importante, almeno a detta di chi scrive, che va compiuto con cognizione di causa per evitare pericolosissimi scivoloni. Ebbene, i nostri riescono nell’impresa solo in parte: dopo un primo omaggio fin troppo fedele, (in cui Mikka abbandona il suo solito scream per dedicarsi a una bella voce pulita) i nostri iniziano a calcare la mano ed incattiviscono la proposta, personalizzando la canzone ma perdendosi, a mio avviso, proprio ad un passo dal traguardo, chiudendo con un finale forse troppo pomposo. Poco male, poiché con la più folkeggiante “Wayward Verities” si torna in carreggiata col giusto bilanciamento tra melodie vorticose e grinta musicale, che contribuisce a confezionare una canzone sfaccettata in cui si passa, senza soluzione di continuità ma in maniera sempre organica, da rapide sferzate di rabbia a cori danzerecci, arrivando a melodie ariose e passaggi più atmosferici per poi chiudere il tutto con un finale breve ma maestoso. L’onere di chiudere questo “Amain” è affidato a “Until Falls the Rain”, introdotta (indovinate un po’) dal rumore della pioggia e che, nei suoi quasi otto minuti, prova a proporre una strada diversa da quella sentita finora: i nostri si concentrano più sul pathos narrativo e sull’epica che non sulla semplice carica propulsiva, creando una traccia interessante in cui si mescolano gli stessi ingredienti già incontrati nel resto dell'album modificando però le proporzioni. Il risultato è un brano meno immediato del solito ma comunque molto godibile, che però a mio avviso perde per un attimo la bussola nella sua parte centrale. Per fortuna la seconda parte permette alla traccia di tornare in carreggiata in tempo per il finale, chiudendo l’album col ritorno della pioggia e della voce placida che l’aveva aperto.

Amain” è un bell’album, che mescola abilmente le atmosfere e i profumi dei primi due album del gruppo finnico aggiungendo una spruzzatina di nuovi elementi e ne conferma le qualità, peraltro già ampiamente intraviste in passato. Per questo mi sento tranquillamente di consigliarne l'ascolto non solo ai fan del gruppo ma anche ad una più vasta utenza metallica, che troverà sicuramente un prodotto variegato e molto ben eseguito.
Ben fatto!

 
75