Recensione: Ambition Rocks

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E chi si rivede…

Un po’ come per i Lionheart, gruppo dato per scomparso da una trentina d’anni, sul finire del mese di agosto sono tornati a farsi sentire anche i Da Vinci, prodigiosa band AOR norvegese che – parimenti - sei lustri fa aveva dato prova di eccellente bravura nella materia cavalcando due album memorabili come l’esordio omonimo e l’ancor più ispirato “Back in Business”.
Correvano gli anni 1987 e 1989: “golden age”, un’epoca magica, per chi se la ricorda.
 
Vari rimestamenti, carriere andate a spasso un po’ dovunque alla rincorsa di progetti personali più o meno di successo (gli unici che ci sentiamo di ricordare con effettiva soddisfazione, sono gli Street Legal del bassista Bjørn Boge, band davvero di ottimo livello), nostalgia per i bei tempi andati ed immancabile reunion, i cui prodromi sono già riconducibili all’ormai lontano 2004…
Storie che un po’ assomigliano a tante altre: tagliando senza troppi giri di parole le tediose note biografiche, conviene senza dubbio andare direttamente al sodo, focalizzando l’attenzione sul nuovo materiale che Gunnar Westlie e Dag Selboskar, i due membri rimasti del nucleo originario, hanno saputo mettere in circolazione, inaugurando questo gradito, quanto inatteso, nuovo corso della band scandinava.

Un suono sempre pulito e non appesantito da produzioni troppo moderniste, lascia comunque intravedere un minimo di attualità nell’approccio compositivo del quintetto. Come a dire che, ovviamente, trent’anni sono comunque passati e, pur rifacendosi a stilemi cari ad un periodo ormai “vintage”, i Da Vinci non vogliono a tutti i costi emulare loro stessi, lasciando che un “quid” di nuovo millennio assalga i loro pezzi.
Atmosfere sempre ricche di melodia ma in qualche modo meno “aperte” ed influenzate dagli ingenui stati d’animo – trasudanti positività – degli esordi, sono la base di un disco che al suo termine risulterà piacevolissimo, dotato di qualche pezzo ben assestato e con ritornelli efficaci, ma purtroppo non al punto da paragonarsi alla magnificenza di “quel che fu”.

Accettabile del resto: riuscire ad ottenere i medesimi risultati degli esordi sarebbe stato quanto meno insolito. Pur tuttavia, possiamo accontentarci senza colpo ferire, lasciando – ad esempio – che un brano come “Vicious Circle” fluisca senza intoppi, forte di un ritornello decisamente incisivo e di un’atmosfera alquanto gradevole.
Un discorso che matura in ugual modo con le seguenti “Curious Sensation” e “I’ll Come This Way”, tracce in cui si fa evidente l’influenza dei migliori Toto, in un sovrabbondare di tastiere ed impasti melodici dal forte sentore ottantiano.
Del resto i Da Vinci fanno AOR: l’incipit di “See U When I See U” è l’evidenza lampante di come Westlie e Selboskar siano ancora ben ancorati agli stilemi d’antica estrazione nel confezionare armonie che si appoggiano su classe ed eleganza.

Un buon modo d’iniziare un come back concretizzatosi a così grande distanza, tanto più quando c’è ancora di che gioire con le gradevolissime “Rocket of Fame” e “Soul Survivor”. Nulla di che, un paio di “pezzucci” nemmeno troppo originali. Dotati però di quel “non so che” tale da renderli efficaci alle orecchie degli amanti del genere più affine alla tradizione scandinava.
 
Come detto, non è tutto rose e fiori: “Angel”, “Storm on the horizon”, “Little Lonely” e “Painted Lady” non sono, in effetti, passaggi memorabili destinati a grandi applausi. Classici filler che lasciano il tempo che trovano, suonati in modo apprezzabile ed interpretati egregiamente dalla voce di Erling Ellingsen. Sprovvisti, però, di concreti motivi in grado di destare particolare attenzione ed un po’ più anonimi rispetto a quanto ascoltato sin qui.

Buone infine le conclusive “Your Mine” (ballad da manuale) e “Touch of Humanity”. Quest’ultimo in particolare, un significativo omaggio ai già citati Toto, utile nel chiudere in bello stile un disco che, pur non toccando vette di massima eccellenza riesce in numerose occasioni ad ottenere esiti più che onorevoli.
Nulla insomma, che faccia definire “Ambition Rocks” quale uscita destinata a posizioni di primo piano.
Parimenti, un album per nulla disprezzabile o privo di momenti d’interesse.

Una via di mezzo che lascia intatti, senza intaccarli, i bellissimi ricordi che suscita da sempre negli appassionati il moniker dei Da Vinci.

 

 

 
75