Recensione: Among Beggars And Thieves

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Non sono pochi coloro che non hanno mai perdonato a Stefan Weinerhall il tradimento della tradizione viking e la riconversione dei suoi Mithotyn a banale gruppetto power/folk. Da un lato l'astio è senza dubbio comprensibile, soprattutto alla luce del fatto che nell'universo power i Falconer non sono mai riusciti (e forse mai riusciranno) a rappresentare quello che i Mithotyn hanno rappresentato nel microcosmo viking. D'altro canto, non si può fare a meno di notare che il filo che collega passato e presente di Weinerhall è assai più robusto di quel che non si usi dire, come assai più numerose di quanto si suole comunemente ammettere sono le affinità fra i due gruppi.

Nonostante tali affinità (o forse proprio a loro cagione), l'omonimo esordio di Falconer segnò all'alba del nuovo millennio un radicale cambio di guardia nelle fila dei sostenitori: il maggiore peso della melodia, da imputarsi anche ma non solo all'interpretazione vocale dell'allora misconosciuto Mathias Blad, fu decisivo nell'allontanare i vecchi puristi e nell'avvicinare frotte di giovani curiosi. Prima che qualcuno potesse azzardare insidiosi paralleli fra il vecchio e il nuovo corso, i Falconer rimescolarono le carte abbastanza in fretta da distogliere l'attenzione dall'augusto passato. Se infatti dal 2001 a oggi la loro presenza sul mercato è stata più che regolare, con ben cinque album usciti nel corso di soli sei anni, altrettanto non può dirsi dei contenuti musicali. Al di fuori di qualsiasi confronto, l'omonimo esordio stabiliva infatti standard che i dischi successivi non riuscivano a replicare, al punto che nel 2005 ‘Grime Vs. Grandeur' tentava di modificare la situazione con un brusco cambio di rotta. Il successo fu soltanto parziale: per quanto orecchiabile, l'album suonava fin troppo conformista e decisamente poco “Falconer”. In quest'ottica, l'emblematico ‘Northwind' rappresentò la buona novella. Il ritorno di Mathias Blad (defezionario dal 2002) si accompagnava al recupero di quelle sonorità epic/folk che avevano segnato gli esordi, la band riprendeva poco a poco confidenza con il sound che le era più consono e (ri)apriva nuove, incoraggianti prospettive per il futuro.

Alla luce di questa lunga ma necessaria premessa è finalmente possibile stabilire il peso di ‘Among Beggars And Thieves' nell'ambito della discografia dei Falconer. Con un ritardo di almeno sei anni, infatti, si può dire che Weinerhall e soci abbiano finalmente dato un seguito del tutto all'altezza al finora ineguagliato debutto. Le chiavi del successo sono sostanzialmente tre. Fondamentale come sempre nei momenti musicalmente più felici per la band l'apporto di Mathias Blad al microfono: voce calda e teatrale, tanto atipica per gli standard metal quanto azzeccata per la proposta degli svedesi, dotata di profondità e capacità interpretative fuori dal comune. Forse meno evidente, fors'anche in parte scomodo, ma non meno rilevante il riffing di Weinerhall e Hedlund, che ogni volta che può riprende – forse oggi sarà lecito ammetterlo – i percorsi melodici degli intoccabili Mithotyn, con tutte le naturali differenze di contesto. In quest'ottica il ritorno della lingua madre su brani come la cadenzata ‘Vargaskall' non può che rappresentare un segnale eloquente, per non parlare delle potentissime schitarrate in apertura di ‘Pale Light Of The Silver Moon', peraltro consacrata da un ritornello straordinariamente romantico e sognate: sicuramente il vertice della tracklist, forse il pezzo migliore che i Falconer abbiano mai scritto. Ma qui entra in ballo l'ultimo elemento decisivo per il successo di ‘Among Beggars And Thieves', il più importante. Contrariamente a quanto accaduto spesso in passato, il songwriting si rivela infatti sempre ispirato, costante nella qualità, vario nella forma. Ci sono i brani arrembanti e diretti, come la cavalcata ‘Fields Of Sorrow' e l'incalzante ‘Man Of The Hour', non a caso lanciati in apertura. Ci sono canzoni in cui la componente folk si fa più determinante: sia in modo esplicito, come nella suadente ‘A Beggar Hero', sia in modo implicito, come nell'ottima ‘Carnival Of Disgust'. E poi ci sono i pezzi da novanta: ‘Mountain Man', con la sua straordinaria tensione epica esaltata da un chorus memorabile, e soprattutto l'inattesa ‘Dreams And Pyres'. Quest'ultima rappresenta senza dubbio uno degli approdi più interessanti della ricerca compositiva di Weinerhall: un duetto articolato e teatrale, fuori dagli schemi rispetto agli stilemi della band e ambizioso nelle sue velleità semi-operistiche. Prudentemente inserito in chiusura di disco, il felice esperimento chiude le danze in grande stile, dimostrando come sia possibile per i Falconer individuare nuovi percorsi compositivi senza con ciò snaturare la propria natura.

Al di là dei singoli acuti, comunque, ciò che più conta è che ogni brano fa sentire il proprio peso specifico nella scaletta, facendosi ricordare per un coro orecchiabile, un riff esaltante, un bel solo o una coinvolgente parentesi folk – qualcosa che non succedeva dai tempi di ‘Falconer', 2001.
Suggellato dal lavoro al mixer dalla garanzia Andy LaRoque, fautore di una produzione piacevolmente anacronistica, ‘Among Beggars And Thieves' rappresenta dunque un decisivo segno di vitalità da parte dei ragazzi svedesi, che dimostrano di poter essere una delle più credibili realtà nella scena melodica odierna. I fan sono serviti, ma la vera notizia è che quanti nel tempo avevano preso le distanze dalla band possono – finalmente – riavvicinarsi con ben riposta speranza.

N.B.: l'edizione limitata contiene due tracce bonus: ‘Dark Ages', inserita in decima posizione, e la conclusiva ‘Vi Sålde Våra Hemman'.
 
Riccardo Angelini

Tracklist:
1. Field Of Sorrow     
2. Man Of The Hour   
3. A Beggar Hero   
4. Vargaskall   
5. Carnival Of Disgust   
6. Mountain Men   
7. Viddernas Man   
8. Pale light Of Silver Moon   
9. Boiling Led   
10. Skula, Skorpa, Skalk   
11. Dreams And Pyres

 
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