Recensione: Among the Dead

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Gli Iron Fire sono uno di quei nomi che ogni fanatico del power anni Novanta dovrebbe conoscere. Una band che probabilmente non ha lasciato il segno come altre compagini hanno saputo fare nel genere, ma che ha indiscutibilmente contribuito ad alimentarne e mantenerne viva la fiamma. La formazione danese prese vita nel 1995 sotto la spinta del singer Martin Steene, autentico pilota e motore del combo di Copenaghen. Tanto che per poter comprendere gli Iron Fire dobbiamo per forza immergerci nel mondo di Martin Steene, autentico defender of the faith, che si è completamente dedicato alla causa dell'heavy metal, manifestando un credo e una passione che in pochi possono vantare. È stata proprio questa convinzione che ha permesso al cantante danese di andare avanti, di superare le difficoltà che, di volta in volta, gli si sono presentate di fronte. E così, mentre tutti li davano per dispersi dopo la pubblicazione dell'oscuro Voyage of the Damned, Steene, come un carro armato, decide di andare dritto per la propria strada. Affronta e supera una vicissitudine dietro l'altra e, con una formazione rivoluzionata per l'ennesima volta, realizza Among the Dead, ottavo studio album degli Iron Fire, a quattro anni esatti dal precedente lavoro.

 

Parlavamo di formazione nuovamente rivoluzionata, infatti, per l'occasione, il combo danese diventa un terzetto, con Martin Steene nella doppia veste di cantante e bassista. Vi è inoltre il rientro nelle fila del randellatore di pelli Gunnar Olsen, già attivo nell'acclamato Thunderstorm, debut album degli Iron Fire.

 

Dopo le dovute presentazioni è arrivato il momento di addentrarci in Among the Dead e anche qui, per poterlo comprendere nel migliore dei modi, dobbiamo fare riferimento a Martin Steene, alle sue dichiarazioni e intenti. Il cantante presenta così l'album:

 

gli anni Novanta hanno regalato alcuni classici del power metal e Among the Dead è stato realizzato ispirandosi a quei lavori. Album come Black In Mind (Rage), The Dark Saga (Iced Earth) e Better than Raw (Helloween) sono dischi che hanno influenzato la composizione di Among the Dead

 

È da queste parole che dobbiamo partire se vogliamo avere una visione il più vicino possibile a quella di Steene. Solo dopo di esse possiamo inserire il disco nello stereo e iniziarne l'ascolto. Among the Dead può tranquillamente essere definito come uno dei lavori migliori della band danese, un album in cui lo spirito dei Nineties è più vivo che mai, valorizzato da una produzione curatissima, frutto dell'ottimo lavoro svolto sia in fase di registrazione, presso i Dead Island Studio in Danimarca, che in fase di mixing e mastering, realizzati negli Hertz Studio in Polonia. Il classico stile Iron Fire è facilmente riconoscibile: ritornelli vincenti, carichi di melodia che si stampano subito in testa, un lavoro di chitarra che, pur muovendosi all'interno dei clichè del genere, sa risultare coinvolgente, valorizzato dall'ottima prestazione alla batteria del rientrante Olsen. Among the Dead si muove così tra canzoni più veloci e dirette, con doppia cassa martellante, come la title track, Tornado of Sickness, No Sign of Life e Ghost from the Past, canzoni più classicamente heavy come Hammer of the Gods e Iron Eagle, e tracce classic power come The Last Survivor e Higher Ground. Composizioni ben strutturate, caratterizzate da un'ottima dinamica in cui, come già accennato, sono i ritornelli a farla da padrone. Certo, come spesso accade nei lavori griffati Iron Fire, qualche capitolo risulta estremamente ispirato, capace di catalizzare l'attenzione dell'ascoltatore, mentre qualche altro passaggio si rivela più scontato, forse troppo debitore agli insegnamenti dei grandi nomi del passato. Ma come abbiamo scritto in precedenza, non è a Martin Steene che dobbiamo chiedere di inventare qualcosa di nuovo; a lui dobbiamo chiedere dosi di metallo puro, di acciaio, e in questa dimensione la creatura del cantante danese non delude.

 

Facendo riferimento alle parole di Steene sopra riportate, in Among the Dead ritroviamo molti richiami ai Rage degli anni Novanta e nell'album, nonostante la forte componente melodica che caratterizza da sempre gli Iron Fire, regna un'atmosfera cupa, forse influenza di un lavoro come The Dark Saga o forse per permettere al singer danese di dare il massimo. Già dal primo ascolto, infatti, risulta evidente come gli anni siano passati e la voce di Steene abbia perso qualcosa in estensione e guadagnato un colore più cupo, tanto che nelle note più gravi risulta graffiante. Ed è qui che troviamo una piccola componente innovativa, dettata dal maggior uso di vocalizzi growl e dall'inserimento di cori che, in alcune composizioni, donano un retrogusto core. Componente modernista che fa capolino anche in qualche passaggio strumentale, divagazioni che non snaturano l'anima degli Iron Fire ma che, anzi, ne arricchiscono la proposta, un po' come già successo nel precedente Voyage of the Damned. Se dobbiamo invece muovere una critica, lo facciamo verso la scelta della cover posta in chiusura d'album. Nel 2016 puntare su For Whom the Bell Tolls dei Metallica, per quanto ben suonata, secondo chi sta scrivendo queste righe, risulta un tantino banale, soprattutto se a farlo è una formazione che, con questa nuova fatica, può vantare già otto dischi all'attivo.

 

Tralasciando il discorso cover, i fan della band danese sanno già cosa aspettarsi da Among the Dead, un lavoro che non li deluderà. Per chi, invece, non conoscesse ancora gli Iron Fire, la nuova release è sicuramente un ottimo biglietto da visita. L'importante, come più volte sottolineato in fase di analisi, è accostarvisi con il giusto mood, avere ben chiaro in testa quali siano le reali intenzioni del terzetto capitanato da Martin Steene. Per rendere maggiormente l'idea, proviamo a spiegarci utilizzando una metafora: con gli Iron Fire non ci troviamo dinnanzi a degli imperatori, ma a dei fedeli guerrieri su cui si può sempre contare in caso di necessità. Non rimane che augurarvi buon ascolto.

 

Marco Donè

 

 

 

 
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